Gödel, Escher, Bach: degli Enunciati Gradevolmente Banali

Ci sono dei libri che vengono letti fuori tempo. A volte è una questione interna: come leggere Il fu Mattia Pascal o Il ritratto di Dorian Gray1 alla mia età. A volte la questione è esterna: come sorbirsi oggi un trattato di cosmologia medievale, o di fisica greca. Talvolta le due questioni si sovrappongono e si coniugano, allontanandoci inesorabilmente dal testo. È stato il caso della mia lettura di quel fermaporte tetro e tetragono che è Gödel, Escher, Bach2: un libro indubbiamente ben architettato e amabilmente scritto ma che non mi ha preso, come direbbe una zitella esacerbata e pure non troppo attempata. Se distanza vi è stata, infatti, non fu eccessiva: ancora un paio o poco più d’anni fa, quando ancora mi interessavano le tematiche cognitive3, l’incontro sarebbe stato fecondo. Ma nel luglio del 2010, con me prossimo alla trentina tanto quanto il libro vi è distante, è stato un appuntamento al buio – con l’impazienza dei primi momenti, la delusione rassegnata che monta sempre più nel mezzo e infine, al congedo, un senso di sollievo per il nulla di fatto, e per la consapevolezza che il tutto sarà ricordato presto – se mai – non come un’occasione persa, ma come un giorno passato “diversamente”. Purtroppo ormai il passo falso è fatto: ho rivelato le intenzioni, o quanto meno le mie sensazioni, per cui ogni appunto verrà letto in questo senso. O forse no: non è cortese parlar male dei difettacci della signorina – si tacciano piuttosto, e se ne lodi quel certo charme che ce l’ha fatta, se non ammirare, almeno sopportare.

io e Hofstadter

L’idea centrale del libro, o forse la più interessante – poiché ancora feconda – mi è parsa quella dei livelli di descrizione. Ne avevo già parlato, ma è bene aggiungere dell’altro. Per anni ho pensato, in modo sensato, che una spiegazione corretta fosse tutta compresa nel livello più inferiore della realtà. Senza nemmeno sapere bene quale. Pensiamo alla mente: riusciremmo mai a spiegarla in termini meramente neuronali? Probabilmente sì – ma le stesse cellule neurali dovrebbero essere ridotte alle loro cariche elettrochimiche, dunque alle loro strutture molecolari, agli inquieti atomi che le compongono e a tutte le bizzarre particelle subatomiche che si scoverebbero giù man mano. Come se non bastasse, una descrizione in questi termini sarebbe per noi affatto inutile, sempre che comprensibile. Anche per Hofstadter «praticamente non c’è modo di collegare una descrizione microscopica di noi stessi con ciò che sentiamo di essere» (p. 309): si tratta di livelli completamente separati, benché collegati e collocati in un continuum di profondità. La loro esistenza non è del tutto inutile, né esclusivamente giustificabile per il valore aggiunto della complessità crescente: secondo Hofstadter, uno dei ruoli più negletti dei livelli è quello di «fornire un “cuscino” all’utente, sollevandolo dall’onere di dover pensare ai molti eventi che si producono a livello inferiore e che molto probabilmente non hanno per lui alcuna importanza» (p. 321). Ciò è valido tanto per le macchine calcolatrici quanto per quelle umane (non meno calcolatrici, per l’Autore): non abbiamo diretta contezza delle operazioni dei nostri neuroni, ed è bene che sia così. Quel che fa sì che la concezione di Hofstadter non sia oziosamente psicologistica (come può apparire da più passi) ma rimanga saldamente materialista – non a parole, però: lo si tenga in mente – è la stretta convinzione che vi sia un livello più basso, irriducibile, inviolabile: «dev’esserci un livello di hardware che soggiace a tutto e che non è flessibile» (p. 327). E fin qui ci siamo; ma da lì a poco comincio a sospettare che il buon Doug mi stia rifilando roba passata. Un passo come quello che riporto sotto non so come valutarlo: se come sottilmente geniale o profondamente imbecille.

«La sbalorditiva flessibilità della nostra mente sembra quasi inconciliabile con l’idea che il nostro cervello consista necessariamente di uno hardware con regole fisse che non può essere riprogrammato. Non possiamo far sì che i neuroni scarichino più in fretta o più lentamente, non possiamo rifare i circuiti del nostro cervello, non possiamo riprogettare l’interno di un neurone, non possiamo fare alcuna scelta concernente lo hardware… eppure riusciamo a controllare il nostro pensiero» (pp. 327-28).

Nel dubbio lo considererò banale, benché gradevole – in tono con (quasi) tutto il resto del libro, il cui “scopo principale”, ahinoi, è – era! – quello di «indicare quale tipo di rapporto c’è tra il software della mente e lo hardware del cervello» (p. 328) in un’epoca (correva la fine degli anni ’70) in cui informatica e neuroscienze erano infanti lagnosi e balbettanti4, a differenza della filosofia che sulla questione del libero arbitrio aveva senz’altro un pedigree migliore.


Note:
  1. Qualcuno potrebbe avere da obiettare. Ma Pinocchio o Alice nel Paese delle Meraviglie mi sembrano più mirabili oggi che da ragazzo.
  2. Douglas R. Hofstadter, Gödel, Escher, Bach: un’Eterna Ghirlanda Brillante, Adelphi.
  3. E quando si concedeva l’ultima chance all’IA simbolica – o GOFAI, la cara bella intelligenza artificiale d’una volta.
  4. Ben più d’oggi: s’immagini.
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Stanchezze

1. Dello scrivere di sé
Come ogni volta che mi tengo lontano da queste pagine per un certo tempo – diciamo oltre il mese – anche stavolta avverto quasi il dovere di scusarmi, possibilmente deprimendo l’ignaro e annoiato lettore coi miei più recenti trascorsi. Eppure stavolta è diverso. Così sento, almeno: come se fosse l’ultima volta. Sento di marciare verso la maturità – il che, dieci anni giusti dopo l’omonimo esame, è il minimo. (Lo sento come Tommy David, lo sento in quanto Davide Tomasello.)

2. Del leggere gli altri
Dacché scrivevo di Platone ne è corso. Ho letto la Politica di Aristotele – ahimè, non ho avuto le energie per scriverne, o forse è la competenza a mancare. Ho poi cominciato a leggere Gödel, Escher, Bach e mi sto spazientendo ogni giorno di più. Mi mancano i miei filosofi classici teorici politici, lasciati lontano. Mi pento di essere tornato al fiacco dilemma sulla mente – gödelianamente affrontato per giunta: bah! (L’ingegneria m’aveva tediato già nove anni fa.)

3. Dell’essere se stessi
Cerco di riscoprire la mia identità – di Tommy David, di Davide Tomasello. Cosa sono? Cosa sono essi? Cosa sono io? Filosofo? Bah. Chitarrista? Così così. Fotografo? Poco. Cuoco? Col culo. Poeta? Un tempo, per finta. Geek? Giusto perché passo al pc più tempo del dovuto – anche per scrivere, talvolta. In soldoni, le mie passioni son tutte temporanee. (Fracassare le scatole – al prossimo e a me stesso – quello no, non mi ha ancora stufato.)

4. Della vita campagnola
Voglio tornare a vivere in campagna. Come una volta, come da laureato non specializzato. Posso vivere al verde, ma tra il verde. Dimorare un mese alle vigne resuscita fantasmi. Piacevoli freschi teneri profumati fantasmi – e se donne, son belle di notte. Sento che la vigna potrebbe mutare il mio angusto pensiero, rendendolo augusto – gustosamente teoretico. (O perché starei virando verso la filosofia politica, se non per il ritorno alla polis?)

5. Della stanchezza di Tommy David
Tommy David, sei stanco. Hai scritto molto – molte cazzate anzitutto. Hai cancellato parecchio – ma non abbastanza. Hai delirato, ti sei nascosto dietro la maschera (o dietro al dito), hai suonato, immaginato (senza concludere), letto a letto, al netto; hai bevuto, esibito, scattato. Sei stanco, Tommy David. Riposati. (Firmato: Davide Tomasello.)

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Triplice reazione repubblicana

Quando Platone argomenta che possediamo un’anima tripartita, caratterizzata essenzialmente da tre qualità (ragione, volontà e desiderio), ancora una volta è nel giusto. Volessi tentare di riassumere le reazioni che m’ha suscitato la lettura della Repubblica, adesso, a freddo, non potrei non reagire che da uomo trisecato. Quale parte prevalga è ancora un mistero finanche per me stesso; su quale è bene che prevalga, però, c’è poco dubbio: il filosofo deve essere un animale anzitutto razionale, o sarebbe altro. Partiamo dal basso – dal ventre.

Uno dei principali motivi di piacere nella lettura della Repubblica è quel venire blanditi in quanto Filosofi – non più esseri inutili o ‘stravaganti’1 ma, al contrario, gli unici davvero utili2 e adatti a governare. È il gaudio del pensare – io farei tutto per bene; è l’esclusività del sapersi potenti per natura; è l’autorevole conferma dell’invalidità dei più a legiferare per i più buoni. Certo: qualcuno direbbe che il fascino della Repubblica sta tutto nello stuzzicare il nazista che sta in ogni filosofo (come dentro qualsiasi altro uomo); ma giusto questo è un basso appetito – non è roba per noi.

Salendo al petto, Platone infonde nell’anima che dicono ‘irascibile’ – in realtà nobile, coraggiosa e animosa – una sana fierezza per la disciplina di una vita che dicono persa, quella filosofia spesso dimenticata o misconosciuta. Non si tratta più del mero concupiscibile fantasticare sulla propria superiorità e il congenito diritto naturale a comandare sugli altri, no; subentra il sano orgoglio per la propria passione del pensiero che ci rende in tutto simili a guerrieri. Quanto a me, è un onore tornare alle pagine scritte da quei grandi uomini, finora intuiti soltanto dietro pesanti drappi tenuti da reali nani ai quali uno stuolo di maledetti(ni) s’aggrappano. Ma anche ciò non è roba per noi pensatori, ma solo per esegeti ed esecutori.

L’approdo alla ragione, alfine, potrebbe spiegare meglio d’ogni altra illazione perché non scrivo di politica d’oggi, oggi. So che la distruzione paga e appaga, ma non ho alcun brevetto da costruttore. Umilmente devo rivolgermi agli architetti politici d’altri tempi – di tutti i tempi, visto che i tempi non cambiano mai – prima di poter poggiare anche solo la prima pietra. Pensare è ripensare quel che è stato per dispensare saggezza per il presente, come presente per i presenti. E la filosofia, prima di essere politica, è pensiero di pensiero. Dite che è una cosa divina? Così disse Aristotele, alle cui cure mi rimetto – così, razionalmente, dalla Repubblica balzo sulla Politica.


Note:
  1. Cfr. Resp. VI, 487d.
  2. Per Platone non sono i filosofi ad essere inutili – se mai sono resi tali da coloro che non si rivolgono a loro: cfr. Resp. VI, 488b.
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XAMPP (Apache, MySQL e PHP) su Ubuntu Lucid

Installare un server ben funzionante per testare in locale i nostri progetti di siti dinamici (WordPress in primis) su Ubuntu Lucid non è esattamente una passeggiata: le guide che si trovano in giro sul web mi sono parse tutte parziali, non seriamente testate o quantomeno non aggiornate; così seguo l’esempio di un caro collega e propongo io la mia guida, testata e funzionante e quanto più semplice possibile (almeno per chi sappia cosa sia il terminale…). Anzitutto ci terremo lontani dalla tipica installazione da nerd (colui che sa e va a installare singolarmente i vari componenti – non solo i già citati nel titolo, ma anche phpMyAdmin) e ci appoggeremo a un ottimo e sbrigativo pacchetto che li contiene tutti: XAMPP. Le istruzioni per installarlo sono già in quella pagina, ma ricapitoliamole brevemente: basta scaricare l’ultima versione di XAMPP nella home (occhio a salvarlo – o poi spostarlo – nella home, altrimenti il comando che segue non funzionerà!) e scompattare l’archivio dentro /opt col comando sudo tar xvfz xampp-linux-*.tar.gz -C /opt – a questo punto possiamo provare se XAMPP si avvia correttamente, dando da terminale sudo /opt/lampp/lampp start e verificando di ottenere il messaggio XAMPP for Linux started: questo significa che il server s’è avviato, e che andando su http://localhost vedremo la tipica pagina arancione di XAMPP. Tutto funziona, ma è solo l’inizio. XAMPP, di default, vuole che i nostri progetti stiano dentro la cartella vattelappesca (/opt/lampp/htdocs/) la quale, trovandosi nella root, non è facilmente scrivibile (non senza usare il terminale – come utente root – il che rende scomoda ogni operazione di copia-incolla nonché il backup). Ma noi vogliamo tenere i nostri progetti nella home, giusto? Bene: arrestiamo XAMPP con sudo /opt/lampp/lampp stop e decidiamo quale sarà la cartella dei (coi) nostri siti. I miei esempi si baseranno su una cartella di nome www dentro la home. Inoltre, per facilitarci la vita (vedremo dopo perché), chiameremo le sottocartelle che contengono i siti e i progetti (dentro ‘www’) col nome stesso del sito (io ad esempio ho la cartella ‘www.tommydavid.com’, quella ‘www.tomasello.eu’ e via dicendo). Dunque: diamo il comando sudo gedit /opt/lampp/etc/httpd.conf per aprire il file di configurazione del server dentro l’editor di testo; andiamo a cercare il rigo DocumentRoot "/opt/lampp/htdocs" e sostituiamolo con DocumentRoot "/home/nome_utente/www" e facciamo la stessa cosa col rigo <Directory "/opt/lampp/htdocs"> da sostituire con <Directory "/home/nome_utente/www"> (più rapidamente, in sostituzione ai punti 2 e 3, possiamo usare il comando cerca e sostituisci – ultima icona a destra con lente e matita, o Ctrl+H – mettendo in Cerca: /opt/lampp/htdocs e in Sostituisci con: /home/nome_utente/www premendo poi “Sostituisci tutti”); fatto ciò, salviamo e chiudiamo. Ovviamente al post di “nome_utente” starà il vostro nome utente, tutto minuscolo1, e al post di “www” il nome della vostra cartella dedicata ai siti nella home, qualora fosse diverso (in altre parole, sostituiamo il percorso di default di htdocs – della directory dei progetti – con quello di nostro gradimento). A questo punto dobbiamo decidere se accontentarci della pagina iniziale stile Apache, una semplice ma efficiente Index of / (esattamente una cosa del genere) o avere l’index stile XAMPP (quella pagina arancione che abbiamo visto). Il mio suggerimento è di accontentarci della prima soluzione, sia perché più sbrigativa che più ordinata (nella pagina di XAMPP, incomprensibilmente, non visualizzeremo nessun elenco delle cartelle coi nostri progetti). Unico pregio della pagina di XAMPP: ha un collegamento a phpMyAdmin. Se non vogliamo rinunciare all’interfaccia (a mio modesto avviso abbastanza inutile) di XAMPP proseguiamo con le istruzioni in nota2; ma noi teniamoci la localhost così com’è3, avendo l’avvertenza di puntare su http://localhost/phpmyadmin/ all’occorrenza (mio trucchetto: basta creare dentro la nostra cartella dei progetti una cartella chiamata ‘phpmyadmin’ in modo da ritrovarci il link funzionante anche nella lista delle cartelle generata da Apache!). Ci siamo quasi? Non ancora. Se vogliamo che tutto funzioni, dobbiamo rendere il contenuto della cartella dei progetti leggibile e scrivibile da XAMPP. Andiamo nella home, clicchiamo col tasto destro sulla cartella dei progetti (sempre ‘www’…) e andiamo su Proprietà > Permessi, dunque selezioniamo, nei tre menù a discesa (uno per il proprietario, uno per il gruppo e uno per altri) di Accesso alla cartella: Creare ed eliminare i file e premiamo “Applica permessi ai file contenuti”. A questo punto il server è quasi del tutto funzionante; manca solo l’ultimo passaggio: creare una scorciatoia a XAMPP. Clicchiamo sopra “Applicazioni” col tasto destro e andiamo su ‘Modifica menù’. Spostiamoci a sinistra nella sezione che meglio crediamo (Internet? Programmazione?) e clicchiamo su “Nuova voce” inserendo: Tipo: Applicazione – Nome: XAMPP – Comando: sudo /opt/lampp/lampp start (magari cliccando pure sull’icona – in alto a sinistra – per sostituirla, cercando l’icona di XAMPP dentro /opt/lampp/htdocs/xampp/img e usando logo-small.gif); diamo l’OK e ci ritroveremo con un lanciatore di solo avvio. Un lanciatore più complesso possiamo ottenerlo con lo stesso metodo, ma avendo l’accortezza di mettere nel Comando: gksudo /opt/lampp/share/xampp-control-panel/xampp-control-panel – in questo modo il lanciatore aprirà un pannellino da cui potremo avviare e fermare XAMPP e i vari servizi singolarmente (nulla ci vieta di averli entrambi, magari chiamando il secondo “XAMPP Control Panel”…). Ormai ci siamo. Proviamo il lanciatore dal menù Applicazioni; carichiamo le cartelle coi nostri progetti, puntiamo su http://localhost/ e divertiamoci pure, dopo la sfacchinata.


Note:
  1. Purtroppo il file di configurazione non riconosce la scorciatoia tipo ~/www
  2. Se proprio rivogliamo la paginetta arancione, non ci resta che andare a copiare dentro la nostra cartella dei progetti (www) il contenuto della cartella dei progetti di default (/opt/lampp/htdocs). Anzitutto diamo il comando sudo cp -r /opt/lampp/htdocs/ ~ che ci copierà la cartella htdocs nella nostra home; poi andiamo ad aprire questa htdocs e copiamone il contenuto dentro www (la cartella dei nostri progetti). Otterremo il messaggio che è impossibile spostare lang.tmp: ignoriamolo. Apriamo la cartella ‘xampp’ che adesso abbiamo dentro la cartella dei progetti e creiamo un nuovo file (tasto destro > Nuovo documento > File vuoto) che chiameremo ‘lang.tmp’ e dentro al quale scriveremo (grazie a gedit, l’editor di testo) semplicemente it e, per finire, apriamo il file ‘index.php’ sempre dentro la cartella ‘xampp’ e modifichiamo il rigo 12 da a – facile, vero? In alternativa a tutte queste illuminanti istruzioni in nota – e se proprio teniamo alla homepage stile XAMPP – scarichiamo questo zip da me gentilmente offerto ed estraiamone il contenuto dentro la nostra cara cartella www…
  3. Un buon compromesso può essere quello di copiare tutto il contenuto di htdocs meno index.php, in modo da avere http://localhost/ con la semplice pagina gestita da Apache e http://localhost/xampp/ con la pagina elaborata da XAMPP…
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Ventotto

Oggi ricorre il mio ventottesimo genetliaco. Non starò a maledire quel momento: in fondo anch’io, come (quasi) tutti voi, ho interiormente e codardamente firmato. Inveisco semmai contro i restanti 10227 giorni1, insufficienti a lasciare una traccia percettibile nel mondo se non sotto forma di anidride carbonica e altre sostanze sozze. Volevo essere come loro, già, ma l’adolescenza mi portò via l’incoscienza, la filosofia la fantasia, l’età l’elasticità. Spostare la soglia della sopportabilità (dell’inabilità) a trentasette? Concedere ancora nove anni di possibilità alla vita nel mondo? Chissà. Cerco di rifarmi la vita. Certo, non dipingo più assiduamente dal ’98; ma forse, come insegna Mark, 28 potrebbe non essere la fine, ma l’inizio. Basta un po’ di buona volontà, o delle terribili ristrettezze. E vedo già qualcosa all’orizzonte…


Note:
  1. Come a dire: 245448 ore, o 14726880 minuti, o 883612800 secondi.
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FAQ su lettura e filosofia (e) politica

Avevo in mente ancora tre scritti da pubblicare a breve, non tutti strettamente sulla Repubblica. Ieri, però, l’irreparabile – ciò che spinge comunque a correre ai ripari. Una sfilza di commenti dà voce a una parte dei miei lettori – quelli che, in un modo o nell’altro, si sono mostrati indispettiti dalla mia “virata filosofica”. Niente di nuovo: la consorte mi biasima da oltre un mese; figuratevi se potevo prendermela sul serio. Ma non potevo restare silente: non mi andava di dar loro ragione (l’avessero!) senza la pur minima dialettica. Voglio fermare qua alcuni passaggi sotto forma di FAQ, sempre a disposizione per ogni commentatore impertinente.

DOMANDA – Leggere Platone, alla luce delle attuali conoscenze, è del tutto inutile – un po’ come volerne capire di evoluzione leggendo solo Darwin. Non trovi?
RISPOSTA – No. Dal punto di vista meramente estetico, sarebbe come sostenere che contemplare un dipinto di Caravaggio è inutile, oggi che esiste la fotografia. Ma dal punto di vista (teor)etico, la questione è ancor più complicata. Credo sinceramente che vi siano dei problemi che non sono ‘progrediti’ – la cui risposta, cioè, è ancora oggi aperta. Aperta alle (eventuali) risoluzione future, ma anche ai contributi del passato – evidentemente non ancora “passati”… Tra questi problemi vi è quello della politica – o della giustizia, se vogliamo. A maggior ragione considerando che essa include altri problemi non meno aperti (quello della libertà, tra tutti; dunque l’intero campo della morale). Non mi pare sia stato detto nulla di definitivo, in questi campi: non sono (ancora?) territori scientifici, né tanto meno la loro conoscenza è meramente cumulativa (per cui ciò che viene per ultimo include necessariamente ciò che è stato). Il paragone con Darwin, dunque, è del tutto inadeguato. (E comunque puoi davvero dirti ‘evoluzionista’ senza aver letto Darwin?)

DOMANDA – Non puoi paragonare un uomo che è stato in grado di portare un contributo eccezionale alla conoscenza dei meccanismi relativi alla vita attraverso migliaia di ossevazioni e prove documentate e ripetibili, con uno che ha riempito la testa di migliaia (forse milioni) di giovani di idee che non solo sono spesso insulse, ma che risultano con ogni evidenza contrarie ad ogni prova oggi disponibile!
RISPOSTA – Volendo dare davvero un peso corretto alle cose, per prima cosa non potremmo paragonare direttamente Platone a Darwin. Io infatti l’ho fatto solo relativamente alla loro disciplina (Platone sta alla filosofia come Darwin sta all’evoluzionismo). Poi dovremmo evitare di fare gli spavaldi col nostro sguardo a posteriori. Anzitutto perché così facendo creeremmo uno spartiacque tra gli scienziati (e non solo) prima di Darwin e quelli dopo (peccato che senza Galilei, e dunque senza Bacone, e quindi senza Aristotele – per cui senza Platone! – Darwin stesso non avrebbe mai avuto modo di raccogliere quelle prove…); secondo, perché l’anacronismo non rende giustizia a nessuno (Darwin stesso non aveva capito nulla dei geni, e su quell’argomento ha sparato tante corbellerie; e poi egli stesso credeva in qualcosa di assai simile al Demiurgo platonico, o sbaglio?); terzo, perché rischiamo di rimanere più chiusi di molti filosofi (escluderesti un cambio di paradigma in ambito evoluzionistico, tale da invalidare non dico tutte, ma parecchie delle osservazioni di Darwin?). Insomma: ognuno – che sia Platone o Darwin o Hitler o Ratzinger – riempie la testa dei giovani di idee che egli reputa vere – o convenienti. Il problema è dunque politico, prima ancora che di conoscenza.

DOMANDA – Non pensi che Platone sia buono solo per bibliografia per tesi compilative?
RISPOSTA – A livello universitario probabilmente sì. Tuttavia non leggo Platone per laurearmi – non più, almeno – né per prepararmi a corsi e concorsi o sperando di averne futuri remoti vantaggi pecuniari. Lo leggo per il puro piacere della cultura. Lo leggo perché ancora oggi, a distanza di ventiquattro secoli, mi dà occasione di pensare e ripensare la realtà. Lo (ri)leggo perché è un classico, insomma.

DOMANDA – Va bene, ti piace Platone. Ma c’è di meglio.
RISPOSTA – Affermazione oziosa. Cosa intendi per ‘meglio’? Più piacevole, più leggibile, più adatto, più moderno, più vicino alla verità? Ma non complichiamo la situazione. In filosofia, come in arte, è difficile dire che un filosofo sia ‘migliore’ di un altro: spesso, poi, la consonanza con un filosofo in particolare è questione di gusti, di affinità di pensiero e di stile. Ma possiamo forse disconoscere a Platone il merito di essere stato il primo (e forse ultimo) grande filosofo? Per un tale, addirittura, tutta la filosofia occidentale non è altro che una serie di glosse a Platone – e ti assicuro che leggendolo se ne ha fortemente il sospetto. In questo senso senz’altro Platone è il miglior filosofo.

DOMANDA – Brutta belva, hai solo voglia di esternare i tuoi ultimi dieci anni di letture.
RISPOSTA – Ti sbagli: solo l’ultimo mese. E ti dirò, negli ultimi dieci anni non ho letto un gran ché, di strettamente filosofico. L’università m’ha tolto il tempo e la voglia. Non sono più i tempi di Umberto Eco, a cui all’università facevano leggere direttamente tutti i filosofi o quasi. In questo senso, sto cercando di ‘recuperare’: e non “leggendo di”, stavolta.

DOMANDA – Leggere di Platone è a parer mio non avere un cazzo da fare.
RISPOSTA – Leggere è a parer mio non avere un cazzo da fare; e di ciò dobbiamo esserne sempre lieti! Ma forse tu hai molto da fare, e di più importante. Non posso biasimarti se lo fai per dar da mangiare ai figli (ma cazzi tuoi che hai voluto riprodurti) o per pagarti l’affitto. Ma ti stanno cannibalizzando il tempo per quei quattro bisogni (non troppo) primari: la tua specificità di animale culturale sta andando a puttane.

DOMANDA – Discuterne in salotto è non avere un cazzo da fare.
RISPOSTA – Magari lo avessi, questo “cazzo da fare”! Non c’è quasi più nessuno che voglia discutere di Platone, né in salotto né tramite internet, come vedi. Ma, in generale, non c’è quasi più nessuno che voglia discutere platonicamente – o sia dialetticamente. Siamo buoni solo a lamentarci e a lanciare improperi contro chicchessia (specie se costui ha qualcosa che noi non abbiamo, tipicamente tempo o danaro). Lo faccio anch’io, contro il governo ladro (come si potrebbe non farlo, a parte essendo stolti o adepti del B.?), ma non è sufficiente. La politica non può essere il campo della distruzione altrui; si deve tentare di costruire. Spero che le mie letture politiche possano servire anche a questo.

DOMANDA – Determinare le dinamiche dei propri pensieri sulle idee e percezioni di chi 2000 anni fa viveva nella beata realtà di una Grecia ben diversa da quella di oggi è una grandissima perdita di tempo.
RISPOSTA – Primo, mi stai prendendo per uomo di un sol libro (quando invece è solo il primo della serie); secondo, aprirsi al pensiero di quei grandi uomini è tutt’altro che una perdita di tempo; terzo, da quei tempi molto sarà cambiato, ma non la natura umana nei suoi aspetti più basilari (e non solo!). Il computer ci ha resi scimmie volanti, ma politicamente affondiamo ancora nel nostro stesso guano. In conclusione: per me la vera grandissima perdita di tempo è determinare le dinamiche dei propri pensieri sulle idee e percezioni di chi oggi vive nella beata realtà televisiva. E per colpa di questi veri perditempo noi tutti stiamo perdendo il miglior tempo.

DOMANDA – Posso farti un’altra domanda su Platone e dintorni?
RISPOSTA – Fa’ pure. I commenti servono anche a quello.

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La Repubblica: risposte finali

ALLIEVO – Le spiegazioni della Repubblica sono finalmente finite?
MAESTRO – Direi di sì. Non che non ci fosse altro da dire – ma alcune cose le chiariremo adesso; altre le riprenderemo probabilmente più in là. Altre ancora non voglio nemmeno toccarle: tutte le questioni teoretiche, ad esempio.
ALLIEVO – Parliamo di quelle pratiche, allora.
MAESTRO – Ben detto. A mio avviso, per meglio comprendere la questione dell’effettiva realizzabilità o meno della costituzione platonica, dovremo schiarire alcuni punti. E cioè: il problema della comunità (che alcuni dicono ‘comunismo’), quello della felicità e quello della libertà.
ALLIEVO – Già. A me la proposta di avere tutto in comune è sembrata forzata e disperata.
MAESTRO – Anzitutto ricordiamo che sarebbe valida solo per i custodi: la vita degli uomini di bronzo non sarebbe scalfita affatto, in un simile regime. Tuttavia, pur essendo valida solo per pochi eletti, nondimeno mi sembra andare contro ogni evidenza pratica e ogni acquisizione etologica. Se vogliamo colpire subito sul punto più cedevole: che i figli vengano scippati dalle madri e allevati da balie, e poi costretti a considerare come genitori tutti i custodi (o tutti quelli che abbiano potuti generarli), mi pare una sonora disumanità: quanto di bestiale vi è nell’uomo viene da Platone spazzato via a cuor leggero, in nome di una benefica animalità che guarda più all’anima che all’animale.
ALLIEVO – Crescerebbero dei piccoli mostri…
MAESTRO – Il suo presupposto è che, tra i custodi, nessuno possa dire “mio”, per mantenere salda l’unità. Il suo sogno è creare superuomini, creature più vicine al divino che all’umano. Non a caso, si direbbe che solo pochissimi sarebbero i folli (filosofi) disponibili a una simile trista vita; Adimanto lo capisce e lo chiede esplicitamente, all’inizio del libro IV. Socrate – Platone – risponde che la cosa più importante è il bene comune – la virtuosa felicità di tutti. Qua sta, a mio avviso, il secondo errore: la collettivizzazione esasperata della vita. Non c’è spazio per l’individu(alism)o; del resto, è pur vero che l’orizzonte politico dell’uomo greco era appunto quello della polis. Sono cambiati i tempi; ma l’uomo?
ALLIEVO – L’uomo è più restio a mutare.
MAESTRO – Biologicamente sì; culturalmente non direi – ma certe idee sono immortali. Come saprai, Platone è stato preso (anche) per totalitarista. Come tutti coloro che sono convinti di conoscere il bene, smania di svelarlo agli altri – e di imporlo, pure a scapito della libertà personale. Ora, la questione è molto complessa – i lettori del Mondo nuovo lo sanno bene. Il dilemma è vecchio: una felicità imposta è vera felicità? Meglio la libertà di scelta (anche dell’infelicità, all’occorrenza) o la felicità promessa? E poi, questo ‘bene’ può essere tale veramente per tutti?
ALLIEVO – Non a caso Platone parla anche di tre tipi di appetiti…
MAESTRO – Bravo. Perfetto. Questo è uno dei motivi per cui tendo a perdonarlo: ciascuno ha il suo piacere, e grossomodo tutti gli uomini si possono suddividere in quelle tre categorie – gli amanti del sapere, dell’onore… e dei piaceri gretti. A questo punto quel che non mi quadra è semmai la ferma suddivisione dei ruoli e dei doveri. Per Platone è inconcepibile un uomo al contempo amante della sapienza, della gloria e della ricchezza: delle tre, una e una soltanto. Col risultato di ridurre a burattini i singoli.
ALLIEVO – Perlomeno, così facendo, un uomo politico dovrà tenersi lontano dalle grettezze del danaro.
MAESTRO – Questo è un altro punto a favore di Platone. Ma dovrà tenersi lontano pure dai piaceri che non siano quelli dello studio – manco a dirlo, lo studio del Platone teoretico…
ALLIEVO – Questo è quel che più ti raccapriccia.
MAESTRO – In un certo senso, sì. Ovviamente poi c’è tutta una pletora di questioni ‘democratiche’ da affrontare: se è bene che esistano tre classi di uomini, se è giusto che sia una soltanto a governare eccetera.
ALLIEVO – Problemi non da poco.
MAESTRO – Da poco sì, invece, a confronto del problema più grave del pensiero platonico.
ALLIEVO – Credevo fosse uno dei suddetti…
MAESTRO – No: quelli valgono solo per me, per la mia sensibilità (non poi così lontana dallo spirito dei tempi, converrai: per questo lo spazio di confronto con Platone è inevitabilmente ridotto). Ma giungiamo alla fine: la Repubblica si conclude col mito di Er, come ben sai. Favola graziosetta anzi che no; ispiratrice di tanta metafisica cristiana per giunta ma, soprattutto, chiave di volta dell’intera costituzione platonica. Rileggiamone un po’ le ultime righe:

«E così s’è salvato il mito e non è andato perduto. E potrà salvare anche noi, se gli crediamo; e noi attraverseremo bene il fiume Lete e non insozzeremo l’anima nostra. Se mi darete ascolto e penserete che l’anima è immortale, che può soffrire ogni male e godere ogni bene, sempre ci terremo alla via che porta in alto e coltiveremo in ogni modo la giustizia insieme con l’intelligenza, per essere amici a noi stessi e agli dei, sia finché resteremo qui, sia quando riporteremo i beni della giustizia, come chi vince nei giochi raccoglie in giro il suo premio; e per vivere felici in questo mondo e nel millenario cammino che abbiamo descritto» (Resp. X, 621c-d).

Ora, come ben ricordi la Repubblica si apriva ponendo il problema della giustizia, prima ancora che della costituzione giusta. A me sembra che la questione, in questo mo(n)do, venga lasciata irrisolta. Vero è che per Platone giustizia è che ognuno attenda al proprio compito; tuttavia non si esaurisce lì. Giustizia è anche – lo capiamo bene in queste ultime pagine – la virtù che rende felici, in questa vita e nell’altra, per sempre.
ALLIEVO – Dunque il comportamento ingiusto comporta pene nell’“altra” vita.
MAESTRO – Esatto. Di più, la giustizia si fonda sul bene, sul vero bene. Ed è qua il nodo più arduo – almeno per me, miscredente come sono – della Repubblica. Da nessuna parte è detto cosa si debba fare per essere giusti e buoni, a parte attendere al proprio dovere di governanti, guerrieri o artigiani seguendo il bene. E il bene è illustrato soltanto tramite miti e metafore – il sole, il fuoco ecc. Ora, avrei fatto volentieri a meno di parlarne; tuttavia veramente il bene – anzi, il Bene – per Platone sembra essere la giustificazione dell’intero sistema filosofico-politico. Così quasi quasi presto orecchio a Reale
ALLIEVO – Insomma, credi che la Repubblica non abbia un buon fondamento.
MAESTRO – In realtà ha delle solide fondamenta, ma sono nascoste. E per me, come ben sai, tutto ciò che è (illustrato come) misterioso è fuffa.
ALLIEVO – Era meglio se le questioni ‘teoretiche’ le lasciavi da parte.
MAESTRO – Era meglio se le questioni teoretiche le lasciava da parte. Torno alla Politica.

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Platone sui regimi non politi(ci)

Facciamo un salto: atterriamo sull’ottavo libro e trascuriamo, per il momento, sesto e settimo, i più teoretici della Repubblica1. Saltiamo, abbandonando il dissodato terreno dell’utopia platonica per piombare su quello sodo e solido, solito e reale, del tipico – del topico. Platone, volendo mostrarci i vantaggi della sua polita politeia, ci illustra gli altri tipi di costituzione. Se la sua è un’aristocrazia, giù giù troviamo: timocrazia, oligarchia, democrazia e tirannide2. Commenterò poco o punto: essendo una parte meno normativa che descrittiva, voglio (ri)gustarmi alcuni passaggi assieme a voi. Ovviamente l’aristocratico – il migliore che governa – è «buono e giusto» (Resp. VIII, 544e); tuttavia, «poiché ogni cosa che nasce è soggetta a corruzione, nemmeno una simile conformazione resisterà per sempre e finirà col dissolversi» (Resp. VIII, 546a)3. Si incrina l’armonia tra le classi sociali, in particolare tra le prime due (filosofi-governanti e guerrieri); costoro, dissolvendo l’aristocrazia,

«con mutue violenze e controversie giungono a un compromesso: si spartiscono terreni e case, li riducono a possessi privati, rendono schiavo chi prima custodivano come libero, da persona amica e incaricata di nutrirle4; e lo tengono allora come perieco e servo e si assumono direttamente la cura di fare la guerra e di custodirlo» (Resp. VIII, 546b-c).

E questa è soltanto la timocrazia, in cui i governanti hanno giusto fame di fama! V’è di peggio – la sete di danaro. Nell’oligarchia

«i ricchi governano, mentre il povero non può partecipare del potere. [...] Cominciano con l’inventarsi delle spese e a questo scopo storcono le leggi, senza obbedirvi né loro né le loro donne. [...] Poi, scrutandosi e gareggiando a vicenda, rendono la massa del popolo simile a loro. [...] E da allora procedono a far denaro e più pregiano quest’attività, meno pregiano la virtù» (Resp. VIII, 550c-e).

Questo è un regime che suscita la severa condanna di Platone5: «pensa se si creassero piloti di nave così, in base al censo, e si escludesse il povero, anche se fosse pilota più bravo…» (Resp. VIII, 551c). Non solo: «un simile stato è per forza non uno, ma duplice: quello dei poveri e quello dei ricchi. Essi abitano lo stesso luogo e si tendono continuamente reciproche insidie» (Resp. VIII, 551d). Questo divario economico genera invidie e dunque insidie e instabilità crescenti, se è vero che dove esistono mendichi stanno dei potenziali ladri6 – e l’oligarchia di accattoni è piena. Proprio dall’insurrezione dei poveri nasce l’ennesima degenerazione, la democrazia:

«Credi che il povero non pensi allora che è la codardia di loro stessi, i poveri, ad arricchire simili persone? e che, quando i poveri s’incontrano separatamente tra loro, non si passino la parola dicendo: “Li abbiamo in mano nostra, perché non valgono nulla”? [...] Ora, credo, la democrazia nasce quando i poveri, dopo aver riportata la vittoria, ammazzano alcuni avversari, altri ne cacciano in esilio e dividono con i rimanenti, a condizioni di parità, il governo e le cariche pubbliche, e queste vi sono determinate per lo più col sorteggio» (Resp. VIII, 556d-557a).

Bene, non è esattamente la democrazia che abbiamo in mente noi (l’odierna, specie da queste parti, invero sembra assai più simile alla suddetta oligarchia); sembrerebbe certo una costituzione assai più “equa” e di quella (utopica) platonica e di quella (pessima) attuale. Platone lo sa bene e ne mostra il duplice aspetto: prima quello allettante:

«Ora, in primo luogo, non sono liberi? e lo stato non diventa libero e non vi regna libertà di parola? e non v’è licenza di fare ciò che si vuole? [...] Dove c’è questa licenza, è chiaro che ciascuno può organizzarvisi un suo particolare modo di vita, quello che a ciascuno più piace. [...] Forse, tra le varie costituzioni, questa è la più bella» (Resp. VIII, 557b-c);

poi, ironicamente, quello terrificante, dovuto all’eccesso di libertà – di licenza:

«Non aver alcun obbligo di governare in questo stato, nemmeno se ne sei idoneo, né di essere governato, se non lo vuoi, né di fare guerra quando la fanno gli altri, né di mantenere la pace quando la mantengono gli altri, se non ne hai voglia; e ancora, se una data legge ti vieta di stare al governo o di sedere in tribunale, poter ciononostante governare e giudicare se te ne viene l’estro, tutto questo modo di vivere, di primo acchito, non è prodigioso e dolce? [...] A quanto sembra, sarà una costituzione piacevole, anarchica e varia, dispensatrice di uguaglianza indifferentemente a uguali e ineguali» (Resp. VIII, 557e-558c).

Questi, assieme «all’indulgenza e all’assoluta mancanza di meticolosità che le sono proprie, anzi al disprezzo dei principi» (Resp. VIII, 558a-b), sono alcuni degli aspetti foschi della democrazia, che per Platone è sostanzialmente un’anarchia – nel senso deteriore del termine: mancanza assoluta di princìpi oltre che di principi, e di valori che possano mantenere una differenza tra governanti e governati, tra migliori e peggiori cioè. L’abbiamo già detto: per Platone la giustizia è (anche) che ciascuno attenda al proprio compito; ma nella democrazia, nel nome di libertà e uguaglianza esasperate, ciò viene meno e ognuno fa terribilmente quel che meglio crede, giungendo alla rovina di ogni rispetto sociale – e si vedranno padri che temono figli e figli che non rispettano i genitori, e ancora maestri che per timore adulano gli scolari i quali se ne infischiano7… Magie dell’uomo “egualitario”, che «rumoreggia senza tollerare chi parli diversamente» (Resp. VIII, 564d); sortilegi del governo deciso dal popolo, ossia

«tutti coloro che lavorano per sé e si astengono dalla vita politica, gente che possiede ben poco. Questa classe forma, in democrazia, il gruppo più numeroso e sovrano, tutte le volte che viene radunata [...] – ma non vuole farlo spesso, a meno che non ottenga una parte di miele. – Beh!, l’ottiene sempre, quel tanto che resta dopo che i capi, sottraendo il patrimonio a chi possiede e distribuendolo al popolo, si sono fatti la parte del leone» (Resp. VIII, 565a).

Proprio un simile atteggiamento del popolo apre le porte all’ultima, e peggiore, costituzione, la tirannide: infatti «il popolo è sempre solito mettere alla propria testa, in posizione eminente, un solo individuo, mantenerlo, farlo crescere e ingrandire» (Resp. VIII, 565c); costui, dopo essersi fatto concedere delle guardie del corpo per assicurarsi l’incolumità “nell’interesse del popolo stesso”8, mostrerà il suo doppio volto: prima quello sorridente:

«Ebbene, nei primi giorni e in un primo tempo non sorride e non saluta affettuosamente chiunque incontri? Non nega forse di essere tiranno, non fa molte promesse in privato e in pubblico, non libera dai debiti e non distribuisce terra al popolo e ai suoi seguaci? Non mostra d’essere benigno e mite con tutti?» (Resp. VIII, 566d-e),

poi quello tirannico. Ma questo è già l’argomento del nono libro, il penultimo dell’opera di colui che, oltre che politico, si sta rivelando fine sociologo e profondo conoscitore dell’animo umano.


Note:
  1. Laddove possiamo trovare la teoria della linea, il mito della caverna e sottilissime quanto oscure trattazioni sull’idea del bene.
  2. Cfr. Resp. VIII, 544c.
  3. Anche per questo l’utopia sembra destinata a rimanere tale; proprio per questo le leggi devono evitare che subentrino mutamenti nella costituzione.
  4. L’ultima classe provvedeva a vitto e alloggio dei custodi, giacché questi non possono detenere ricchezze.
  5. Perlomeno la timocrazia veniva identificata con la costituzione spartana, senz’altro ammirata da Platone – tra quelle terrenamente disponibili.
  6. Cfr. Resp. VIII, 552d.
  7. Cfr. Resp. VIII, 562e-563a
  8. Cfr. Resp. VIII, 566b.
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