Attenzione: questo è un post che potrebbe autodistruggersi entro dieci secondi. Giusto il tempo di leggere questa frase.

È uno di quei post che comportano fatica a scrivere da parte mia e dunque noia a leggerlo da parte tua. Ma lo scrittore – colui che inchiostra qualcosa di diverso che marche sulla lista della spesa e numeri decimali sull’involucro dell’affettato – scrive sempre per sé, giusto? Certo, anzi tutto. Non di meno questo è un post uno scritto di quelli che si stenta a premere il tasto “Pubblica” rendere pubblici. Se ci ho dato uno strappo con queste fregnacce (la qui presente è solo una fugace eccezione) è per una questione di governare l’immagine di sé in rete, e non solo: è per la degenerazione del poter essere editore di sé stesso, anche (e comunque la metascrittura può divertire solo le prime due volte – poi basta). Ma soprattutto, il motivo bruciante e cruciale è l’avvertire come estraneo, come alieno il passato – almeno in certe sue parti. Si cresce, si cambia. E ci si sente degli sciocchini a nascondersi dietro al solito whitmaniano
«Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini»
(verso che per altro stento a ritrovare nella mia brava versione Fabbri di Foglie d’erba, parziale e senza testo a fronte – per non dire di com’è orrendamente cartonata!). Le moltitudini contenute e spensieratamente evacuate possono essere mero stallatico a distanza di non troppo tempo. Fertili, ma non commestibili. Un buon substrato; in quanto tale, da tenere sotto – sotto la soglia dell’attenzione altrui. Tuttavia sono certo che qualcuno andrà a rivangare tra le mie nuove pagine. Buon viaggio, e occhio alle dita.

















Tassati
I. Da più parti, ma soprattutto da manca, odo giungere improperi contro i trasgressori di leggi. Giusto, ma si dà il caso che non sempre le regole appaiono giuste. Forse io
non sono nessunosono solo uno per poter giudicare, ma lo sono al pari di molti altri. Forse davvero se applicassimo l’intuizione kantiana e tentassimo di assurgere a regola universale la massima personale “io posso trasgredire le leggi ingiuste” si verificherebbe il temuto caos. Ma è per questo che non c’è legge senza punizione.II. Leggiamo Serra. Tra le belle-e-buone azioni di cui si vanta c’è in cima il pagare le tasse. Quest’appannaggio sinistro – “pagare le tasse è giusto, per il bene di tutti” – a me sembra tremendamente demodè. Non solo perché, di fatto, le tasse vengono senz’altro pagate anzitutto e perlopiù dai dipendenti pubblici (che vedono decurtarsi, in modo certo farsesco, lo stipendio direttamente dall’altra mano di colui che lo concede), ma anche perché non mi è affatto chiara la tendenza al bene di tutti.
III. Appena apro le imposte tributo lo Stato che sta là fuori. Un chilo di patate un euro, ma venti centesimi sono dello Stato. Faccio il pieno, e immolo cinque centesimi per la guerra in Etiopia e oltre mezzo euro per il conflitto bosniaco1. Per il solo fatto di abitare vengo tassato per l’immondizia che si suppone io produca, sebbene i miei rifiuti vengano convertiti in compostaggio. E sto ancora aspettando che lo Stato mi conceda cordialmente il lavoro per cui ho studiato per due decenni.
IV. Non so quanta sia la percentuale dei tributi che “torna indietro”, per vie traverse, alla cittadinanza. So solo che buona parte – se non in percentuale, certo in valore assoluto – viene sperperata da gente indegna e immeritevole per il proprio tornaconto. Calcolassimo pure che dovrei verosimilmente comprare cinquecento tonnellate di cipolle prima di finanziare una escort a questo branco di lupi (altro che rincoglioniti!), mi si è comunque rovinato il soffritto.
V. L’unica soluzione, se non vuoi o non puoi essere lupo, è andare davvero a vivere tra i lupi. Così fece Thoreau – il primo disobbediente civile.
Note: