Avevo in mente ancora tre scritti da pubblicare a breve, non tutti strettamente sulla Repubblica. Ieri, però, l’irreparabile – ciò che spinge comunque a correre ai ripari. Una sfilza di commenti dà voce a una parte dei miei lettori – quelli che, in un modo o nell’altro, si sono mostrati indispettiti dalla mia “virata filosofica”. Niente di nuovo: la consorte mi biasima da oltre un mese; figuratevi se potevo prendermela sul serio. Ma non potevo restare silente: non mi andava di dar loro ragione (l’avessero!) senza la pur minima dialettica. Voglio fermare qua alcuni passaggi sotto forma di FAQ, sempre a disposizione per ogni commentatore impertinente.
DOMANDA – Leggere Platone, alla luce delle attuali conoscenze, è del tutto inutile – un po’ come volerne capire di evoluzione leggendo solo Darwin. Non trovi?
RISPOSTA – No. Dal punto di vista meramente estetico, sarebbe come sostenere che contemplare un dipinto di Caravaggio è inutile, oggi che esiste la fotografia. Ma dal punto di vista (teor)etico, la questione è ancor più complicata. Credo sinceramente che vi siano dei problemi che non sono ‘progrediti’ – la cui risposta, cioè, è ancora oggi aperta. Aperta alle (eventuali) risoluzione future, ma anche ai contributi del passato – evidentemente non ancora “passati”… Tra questi problemi vi è quello della politica – o della giustizia, se vogliamo. A maggior ragione considerando che essa include altri problemi non meno aperti (quello della libertà, tra tutti; dunque l’intero campo della morale). Non mi pare sia stato detto nulla di definitivo, in questi campi: non sono (ancora?) territori scientifici, né tanto meno la loro conoscenza è meramente cumulativa (per cui ciò che viene per ultimo include necessariamente ciò che è stato). Il paragone con Darwin, dunque, è del tutto inadeguato. (E comunque puoi davvero dirti ‘evoluzionista’ senza aver letto Darwin?)
DOMANDA – Non puoi paragonare un uomo che è stato in grado di portare un contributo eccezionale alla conoscenza dei meccanismi relativi alla vita attraverso migliaia di ossevazioni e prove documentate e ripetibili, con uno che ha riempito la testa di migliaia (forse milioni) di giovani di idee che non solo sono spesso insulse, ma che risultano con ogni evidenza contrarie ad ogni prova oggi disponibile!
RISPOSTA – Volendo dare davvero un peso corretto alle cose, per prima cosa non potremmo paragonare direttamente Platone a Darwin. Io infatti l’ho fatto solo relativamente alla loro disciplina (Platone sta alla filosofia come Darwin sta all’evoluzionismo). Poi dovremmo evitare di fare gli spavaldi col nostro sguardo a posteriori. Anzitutto perché così facendo creeremmo uno spartiacque tra gli scienziati (e non solo) prima di Darwin e quelli dopo (peccato che senza Galilei, e dunque senza Bacone, e quindi senza Aristotele – per cui senza Platone! – Darwin stesso non avrebbe mai avuto modo di raccogliere quelle prove…); secondo, perché l’anacronismo non rende giustizia a nessuno (Darwin stesso non aveva capito nulla dei geni, e su quell’argomento ha sparato tante corbellerie; e poi egli stesso credeva in qualcosa di assai simile al Demiurgo platonico, o sbaglio?); terzo, perché rischiamo di rimanere più chiusi di molti filosofi (escluderesti un cambio di paradigma in ambito evoluzionistico, tale da invalidare non dico tutte, ma parecchie delle osservazioni di Darwin?). Insomma: ognuno – che sia Platone o Darwin o Hitler o Ratzinger – riempie la testa dei giovani di idee che egli reputa vere – o convenienti. Il problema è dunque politico, prima ancora che di conoscenza.
DOMANDA – Non pensi che Platone sia buono solo per bibliografia per tesi compilative?
RISPOSTA – A livello universitario probabilmente sì. Tuttavia non leggo Platone per laurearmi – non più, almeno – né per prepararmi a corsi e concorsi o sperando di averne futuri remoti vantaggi pecuniari. Lo leggo per il puro piacere della cultura. Lo leggo perché ancora oggi, a distanza di ventiquattro secoli, mi dà occasione di pensare e ripensare la realtà. Lo (ri)leggo perché è un classico, insomma.
DOMANDA – Va bene, ti piace Platone. Ma c’è di meglio.
RISPOSTA – Affermazione oziosa. Cosa intendi per ‘meglio’? Più piacevole, più leggibile, più adatto, più moderno, più vicino alla verità? Ma non complichiamo la situazione. In filosofia, come in arte, è difficile dire che un filosofo sia ‘migliore’ di un altro: spesso, poi, la consonanza con un filosofo in particolare è questione di gusti, di affinità di pensiero e di stile. Ma possiamo forse disconoscere a Platone il merito di essere stato il primo (e forse ultimo) grande filosofo? Per un tale, addirittura, tutta la filosofia occidentale non è altro che una serie di glosse a Platone – e ti assicuro che leggendolo se ne ha fortemente il sospetto. In questo senso senz’altro Platone è il miglior filosofo.
DOMANDA – Brutta belva, hai solo voglia di esternare i tuoi ultimi dieci anni di letture.
RISPOSTA – Ti sbagli: solo l’ultimo mese. E ti dirò, negli ultimi dieci anni non ho letto un gran ché, di strettamente filosofico. L’università m’ha tolto il tempo e la voglia. Non sono più i tempi di Umberto Eco, a cui all’università facevano leggere direttamente tutti i filosofi o quasi. In questo senso, sto cercando di ‘recuperare’: e non “leggendo di”, stavolta.
DOMANDA – Leggere di Platone è a parer mio non avere un cazzo da fare.
RISPOSTA – Leggere è a parer mio non avere un cazzo da fare; e di ciò dobbiamo esserne sempre lieti! Ma forse tu hai molto da fare, e di più importante. Non posso biasimarti se lo fai per dar da mangiare ai figli (ma cazzi tuoi che hai voluto riprodurti) o per pagarti l’affitto. Ma ti stanno cannibalizzando il tempo per quei quattro bisogni (non troppo) primari: la tua specificità di animale culturale sta andando a puttane.
DOMANDA – Discuterne in salotto è non avere un cazzo da fare.
RISPOSTA – Magari lo avessi, questo “cazzo da fare”! Non c’è quasi più nessuno che voglia discutere di Platone, né in salotto né tramite internet, come vedi. Ma, in generale, non c’è quasi più nessuno che voglia discutere platonicamente – o sia dialetticamente. Siamo buoni solo a lamentarci e a lanciare improperi contro chicchessia (specie se costui ha qualcosa che noi non abbiamo, tipicamente tempo o danaro). Lo faccio anch’io, contro il governo ladro (come si potrebbe non farlo, a parte essendo stolti o adepti del B.?), ma non è sufficiente. La politica non può essere il campo della distruzione altrui; si deve tentare di costruire. Spero che le mie letture politiche possano servire anche a questo.
DOMANDA – Determinare le dinamiche dei propri pensieri sulle idee e percezioni di chi 2000 anni fa viveva nella beata realtà di una Grecia ben diversa da quella di oggi è una grandissima perdita di tempo.
RISPOSTA – Primo, mi stai prendendo per uomo di un sol libro (quando invece è solo il primo della serie); secondo, aprirsi al pensiero di quei grandi uomini è tutt’altro che una perdita di tempo; terzo, da quei tempi molto sarà cambiato, ma non la natura umana nei suoi aspetti più basilari (e non solo!). Il computer ci ha resi scimmie volanti, ma politicamente affondiamo ancora nel nostro stesso guano. In conclusione: per me la vera grandissima perdita di tempo è determinare le dinamiche dei propri pensieri sulle idee e percezioni di chi oggi vive nella beata realtà televisiva. E per colpa di questi veri perditempo noi tutti stiamo perdendo il miglior tempo.
DOMANDA – Posso farti un’altra domanda su Platone e dintorni?
RISPOSTA – Fa’ pure. I commenti servono anche a quello.
Gödel, Escher, Bach: degli Enunciati Gradevolmente Banali
Ci sono dei libri che vengono letti fuori tempo. A volte è una questione interna: come leggere Il fu Mattia Pascal o Il ritratto di Dorian Gray1 alla mia età. A volte la questione è esterna: come sorbirsi oggi un trattato di cosmologia medievale, o di fisica greca. Talvolta le due questioni si sovrappongono e si coniugano, allontanandoci inesorabilmente dal testo. È stato il caso della mia lettura di quel fermaporte tetro e tetragono che è Gödel, Escher, Bach2: un libro indubbiamente ben architettato e amabilmente scritto ma che non mi ha preso, come direbbe una zitella esacerbata e pure non troppo attempata. Se distanza vi è stata, infatti, non fu eccessiva: ancora un paio o poco più d’anni fa, quando ancora mi interessavano le tematiche cognitive3, l’incontro sarebbe stato fecondo. Ma nel luglio del 2010, con me prossimo alla trentina tanto quanto il libro vi è distante, è stato un appuntamento al buio – con l’impazienza dei primi momenti, la delusione rassegnata che monta sempre più nel mezzo e infine, al congedo, un senso di sollievo per il nulla di fatto, e per la consapevolezza che il tutto sarà ricordato presto – se mai – non come un’occasione persa, ma come un giorno passato “diversamente”. Purtroppo ormai il passo falso è fatto: ho rivelato le intenzioni, o quanto meno le mie sensazioni, per cui ogni appunto verrà letto in questo senso. O forse no: non è cortese parlar male dei difettacci della signorina – si tacciano piuttosto, e se ne lodi quel certo charme che ce l’ha fatta, se non ammirare, almeno sopportare.
L’idea centrale del libro, o forse la più interessante – poiché ancora feconda – mi è parsa quella dei livelli di descrizione. Ne avevo già parlato, ma è bene aggiungere dell’altro. Per anni ho pensato, in modo sensato, che una spiegazione corretta fosse tutta compresa nel livello più inferiore della realtà. Senza nemmeno sapere bene quale. Pensiamo alla mente: riusciremmo mai a spiegarla in termini meramente neuronali? Probabilmente sì – ma le stesse cellule neurali dovrebbero essere ridotte alle loro cariche elettrochimiche, dunque alle loro strutture molecolari, agli inquieti atomi che le compongono e a tutte le bizzarre particelle subatomiche che si scoverebbero giù man mano. Come se non bastasse, una descrizione in questi termini sarebbe per noi affatto inutile, sempre che comprensibile. Anche per Hofstadter «praticamente non c’è modo di collegare una descrizione microscopica di noi stessi con ciò che sentiamo di essere» (p. 309): si tratta di livelli completamente separati, benché collegati e collocati in un continuum di profondità. La loro esistenza non è del tutto inutile, né esclusivamente giustificabile per il valore aggiunto della complessità crescente: secondo Hofstadter, uno dei ruoli più negletti dei livelli è quello di «fornire un “cuscino” all’utente, sollevandolo dall’onere di dover pensare ai molti eventi che si producono a livello inferiore e che molto probabilmente non hanno per lui alcuna importanza» (p. 321). Ciò è valido tanto per le macchine calcolatrici quanto per quelle umane (non meno calcolatrici, per l’Autore): non abbiamo diretta contezza delle operazioni dei nostri neuroni, ed è bene che sia così. Quel che fa sì che la concezione di Hofstadter non sia oziosamente psicologistica (come può apparire da più passi) ma rimanga saldamente materialista – non a parole, però: lo si tenga in mente – è la stretta convinzione che vi sia un livello più basso, irriducibile, inviolabile: «dev’esserci un livello di hardware che soggiace a tutto e che non è flessibile» (p. 327). E fin qui ci siamo; ma da lì a poco comincio a sospettare che il buon Doug mi stia rifilando roba passata. Un passo come quello che riporto sotto non so come valutarlo: se come sottilmente geniale o profondamente imbecille.
Nel dubbio lo considererò banale, benché gradevole – in tono con (quasi) tutto il resto del libro, il cui “scopo principale”, ahinoi, è – era! – quello di «indicare quale tipo di rapporto c’è tra il software della mente e lo hardware del cervello» (p. 328) in un’epoca (correva la fine degli anni ’70) in cui informatica e neuroscienze erano infanti lagnosi e balbettanti4, a differenza della filosofia che sulla questione del libero arbitrio aveva senz’altro un pedigree migliore.
Note: