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Tommy David ~ Contro tutto e tutti, con filosofia s’intende
sabato 27/06/09, 23:11

Addio Tempra

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 15 commenti

Addio Tempra. Ci mancherai. Ricordo ancora il giorno in cui ti vidi apparire all’orizzonte, o meglio fare capolino nel cancello di casa (la casa di allora; la casa che più amai).

Fiat Tempra

Era il quattro aprile del duemila e sei; dopo qualche giorno (e dopo averle già scheggiato il fanalino della freccia) ne scrivevo entusiasta; qualche settimana dopo subivo il primo tamponamento (attendo ancora il giusto risarcimento); dopo qualche mese la feci pattinare verso la corsia opposta, non senza danno. Ma che importa! Tu eri solida, comoda e capiente.

cofano Tempra

Ci mancherà quel dover tirare l’aria per farti partire, ogni volta, e tenerla aperta per vari minuti (ma era il prezzo da pagare per il tuo carburatore). Ci mancheranno i tuoi quattro cilindri rombanti (ma solo quello…), indice di una comunanza con certe Alfa Romeo di cui riprendevi malamente le linee (ma solo quelle…). Ci mancherà il tuo volante, ampio e possente, ottimo per rifarsi le braccia.

volante Tempra

Hai accumulato 131170 km, ma avresti potuto portarci in giro almeno per altrettanti, e con la certezza che non ci avresti mai abbandonati a metà tragitto. Come quella volta che ti si scassò l’alternatore, ma siamo riusciti a raggiungere Etnapolis per donarti una batteria nuova. E quell’altra volta che ti spegnesti inesorabilmente appena imboccata la strada di casa. Non dimenticheremo mai i tuoi sedili stracomodi e il tuo cruscotto appiccicoso, la tua elettronica maldestra e la tua meccanica d’altri tempi.

addio Tempra

Addio Tempra. Ci mancherai (ma non troppo).

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mercoledì 24/06/09, 12:37

Ricordi in scatola

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 11 commenti

La vita è un cumulo di eventi perlopiù insignificanti e, se particolarmente iellati, spesso anche fastidiosi. Altresì l’evento agisce tra le cose – che consumiamo, che si consumano e ci consumano. Queste cose si sottraggono con tenacia al dominio etereo e pacifico dello spazio, del vuoto – dell’impalpabile. Queste cose stanno tra i coglioni, cospirando contro la pace.

Tale subdola e ammiccante teoresi l’ho defecata in questi giorni in cui l’organizzazione degli spazi mi sta ossessionando; più precisamente durante lo svuotamento di un garage – o sia un box auto divenuto ricettacolo di ciarpame velato di nostalgia accumulato durante quattro lustri di appartamento. Ho osteggiato resistenze contro il disfarmi da un lato di:

  • n° 3 rasoi elettrici a tre testine;
  • n° 4 autoradio a cassetta;
  • n° 2 console da videogiochi con relativi joypad, volante e pedaliera;
  • n° 2 cellulari con accluse batterie;
  • n° 1 videocamera a mini-vhs;
  • n° 1 equalizzatore grafico portatile;
  • n° 1 registratore a microcassetta;
  • n° 1 macchina del caffè;
  • n° 33 cavi e cavetti e trasformatori e alimentatori varii,

tutto rigorosamente rotto/da sistemare/non funzionante/obsoleto/non più fruibile (tranne forse un’autoradio di inizio decennio, di cui nessuno però ricordava più il key code). RAEE delle peggiori specie, insomma. Se da questo lato avevamo i rifiuti maschili, dall’altro abbiamo quelli femminili – quelli intoccabili, tanta è la ferina dedizione e protezione feroce che una madre riserva alla propria prole, della quale non vorrebbe mai sentirsi depredata e il cui distacco risulta lungamente angosciante a fronte del breve trauma del cucciolo. Dall’altro lato, dunque – o piuttosto sopra e soprattutto:

  • una culla;
  • due corredini completi da neonato;
  • un abito da sposa;
  • un abito da comunione;
  • due enciclopedie di scuola di taglio e cucito,

per un totale di due metri cubi d’ingombro superfluo sul groppone.

garage

Ho criticato cinicamente tali sciocchi sentimentalismi – giusto per sentirmi rispondere, con orrore: «IO BUTTEREI VIA I TUOI LIBRI, CHE PER ME NON VALGONO NULLA» (ecco il declino dei tempi: uno straccetto di cotone orlato di bava di baco e qualche asse di truciolato alla formaldeide appaiono più preziosi d’una selva di simboli significanti e parlanti1). Non ho però perso (troppo) la speranza né la pazienza: anch’io sono, o sono stato, un accumulatore compulsivo di bagatelle, cianfrusaglie e lattine di tonno, con le quali ho oberato una stanza che, più pragmaticamente, poteva servire da rifugio a un altro mio conspecifico (e consanguineo per giunta) piuttosto che alle mie lamiere. Di buttarle io non doveva parlarsene, va da sé: non tanto per la mole di lavoro (frequentemente punteggiata da esasperanti – specie per gli astanti – attacchi di rimpianti/rimorsi/rammarichi/nostalgie), quanto piuttosto per l’operazione meno simbolica che fisica dell’oblio – così i sacchi sono stati chiusi e gettati dai miei, e la mia mente ha avuto la giusta pace.

La conclusione a questo punto è immediata. Le cose alle quali tengo voglio che stiano sempre di fronte ai miei occhi2. Tutto il resto – tutto ciò attorno cui solleviamo mura di cartone e nastro adesivo – invece ha da essere smaltito senza pentimento da un estraneo – da uno spazzino della propria anima a cui demandare la responsabilità immor(t)ale della rimozione.


Note:
  1. Il problema è che i più ascoltano solo la voce del proprio passato – la micragna dello spirito.
  2. E così dovrebbe essere per ognuno!

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mercoledì 17/06/09, 11:49

Tra luoghi e traslochi

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 14 commenti

Sto scrivendo a singhiozzi. Forse la balbuzie espressiva diverrà il mio nuovo modus scribendi, almeno per un po’. La vera ragione è che sono (siamo: c’è di mezzo anche la convivente) in preda a problemi inediti (che notoriamente richiedono soluzioni solite per non restare insoliti e insoluti). Ennesimo trasloco, ulteriore cambio di casa e inevitabile nomadismo estivo (ma a quello ci siamo ormai abituati). Solo che stavolta è una cosa nuova: una casa non ammobiliata. E forse addirittura meno temporanea delle altre (di conseguenza più spaziale).

colazione filosofica

Come lo scrivere, si sono fatte tentennanti pure le letture (stolto io a ripromettermi…). Però il terzo volume della Recherche l’ho voluto cominciare, anche dietro esortazione del filantropo. E quale sorpresa nello scoprire il Nostro, anzi il Mio, l’Io, cioè Proust, alle prese anch’egli con un mutamento di spazio! Sì: anch’io, dai primi sopralluoghi, posso dire che «il nostro [nuovo] quartiere pareva tanto calmo quant’era rumoroso il boulevard sul quale davano prima le nostre finestre»; e soprattutto mi riscopro più simile alla governante che allo scrittore (sempre così in pena a ogni reset d’abitudini):

«Françoise — mentre io avevo ancora, in conseguenza del trasloco, un po’ di “temperatura” e, come un serpente boa che abbia appena finito d’inghiottire un bue, mi sentivo penosamente gonfio e deforme per via d’una lunga cassapanca che la mia vista doveva “digerire” — tornò dichiarando, con infedeltà affatto femminile, che nel nostro vecchio boulevard le era parso di soffocare, che strada facendo s’era sentita tutta “scombussolata”, che mai aveva visto scale tanto scomode, che non sarebbe tornata ad abitare laggiù nemmeno se – ipotesi gratuite – le avessero “regalato un impero” o promesso dei milioni – e che tutto (vale a dire quel che concerneva cucina e corridoi) era, nella nostra nuova casa, incomparabilmente più “ben messo”» (III, 6).

Voglio dire: non ch’io non avrò le mie cassepanche da digerire; il mio dilemma però è piuttosto quanto possa durare la nuova fede alla quale ci (ap)pressiamo — ché fedeltà è condividere lo spazio nel tempo.

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sabato 13/06/09, 01:12

Dizionario della settimana

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 8 commenti

Attendere
Bestemmiare
Borghesia
Buttana
Coglioni
Consegna
Convenienza
Cucina
Diarrea
Fastidio
Finanziamento
Igiene
Incasso
Incastro
Incazzatura
Lavastoviglie
Lavatrice
Lavello
Macchina
Materasso
Progettare
Putiàri
Rimandare
Risparmiare
Rottura
Soldi
Spese
Sporcizia
Telefonare
Urlare
Zanussi

sedia rotta

(Da un’idea di Renzo e Lucia.)

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domenica 07/06/09, 20:23

Necessità trascurata

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 23 commenti

Non v’è spazio per annoiarci, non c’è tempo per sollazzarci. Così ribalterei, dopo il titolo, il contenuto del post precedente. Quella stessa sera, infatti, giunse l’inattesa ma tanto attesa notizia della disponibilità di uno spazio, se non edificabile, perlomeno arredabile. E cominciarono le pene.

cucina

La perdita della pace è la conquista della casa. Specie, va da sé, se la conquista non è ancora avvenuta – ecco il senso bellico: dispiegamento di forze per occupare uno spazio altrui, cioè differente e non indifferente. Perché la prospettiva dovrebbe apparire allettante? Nella misura in cui preluderebbe, senza illusioni, a un avvenire borghese – se è vero che «borghese non è chi vive in un certo modo ma in un certo mondo, uno qualsiasi».

stanza da letto

Abitare è dispiegare il tempo nello spazio. È la messa in opera degli archi e dell’archivio – degli eventi morti nelle cose vive, nelle case giulive. Così annoto certosinamente il da farsi – para bellum, Tommy! – e immagino vettovaglie utili e meno. Una faticaccia. Le cose più costose, infatti, sono anche le più care, dunque le più semplici da tenere a mente. E le piccolezze? Le minutaggini della vita di tutti i giorni. I comfort. Robe così: posate e piattini, abat-jour e cuscini. Micragna. Gramigna. Che gran minchia.

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sabato 30/05/09, 17:58

Libertà vigilata

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 7 commenti

Un po’ alla sprovvista m’hanno preso le vacanze quest’anno, forse perché sono giunte prima, forse perché giungono a metà, forse perché m’hanno sospeso su un ponte di quelli che reclamano l’obbligo di dondolarci sopra tutti assieme per quattro giorni di fila. Ieri sera è stato carico di spossatezza e leggerezza, con contorno di acquazzone e torrenziali riflussi ai margini della strada; oggi è occupato da cupola cupa in cielo e noia ignuda quaggiù. Adesso la consorte sul divano impreca, sonnecchia, risponde al telefono; ieri notte invece per l’occasione non abbiamo letto Proust ma visto un disdicevole film che può trovare giustificazione solo nell’ottica della vecchiaia e del trascinarsi invano su questa terra. Però là hanno passato il mezzo secolo; qua solo il quarto – il mezzo di mezzo, quindi la metà al quadrato.

Sabartes

Non c’è via di fuga alla noia. Dovremmo ristrutturare il tempo per colmare il senso di vuoto. No, non ci mancano gli allievi, specie alcuni. È che dobbiamo riannodare i fili del discorso, del percorso dismesso (come se parole e strade fossero davvero intrecciate…). Riprovare progetti, forgiarne di novelli, accanendosi sulle variabili. Scorgeremo algoritmi risolutivi – perché neanche l’analisi costi-benefici è perfetta a volte, ed esaustiva meno che mai; per non dire del preventivo lavoro di stima che andrebbe fatto…

Assenzio

Insomma, siamo immobilizzati. Non c’è macchina né sole – dunque l’incertezza regna sovrana, e in cielo e in terra. Mi barcameno tra misure di librerie, ma non ho neanche modo di (andare a) valutare quali legni adoperare; cerco di capire quali letture prospettarmi seriamente per quest’estate, e sono indeciso tra i Parerga e paralipomena di Schopenhauer e Gödel, Escher, Bach di Douglas Hofstadter, per non dire della Repubblica di Platone e di Menti morali di Mark Hauser (tutti libri leggiucchiati, strapazzati e interrotti ahimè, dunque mai gustati per intero).

Ennui

Necessaria conclusione: la progettualità – questa fantasia declinata al futuro – corre, ma non trova spazi. Il tempo c’è1; è lo spazio edificante che manca.


Note:
  1. Quello per i libri, ad esempio: basta spalmarli in quattro mesi, benché la notte m’attenderanno anche i due volumi centrali e massicci della Recherche proustiana…

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mercoledì 27/05/09, 14:05

Tanti auguri a me (e buon delurking a te)

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 17 commenti

Sono stato espulso completamente dall’utero, come saprà chiunque abbia scovato la mia autobiografia sapientemente celata, 9862 giorni fa. Ho dunque vissuto 236688 ore1. Attendo un com(pli)mento per la tenacia. (Sì, anche da te, lettore passeggero e invisibile che non scrivi mai un cazzo su questo blog; e pure te che mi hai come contatto su Facebook e che, se solo avessi attivato la possibilità di fare scrivere ciascheduno e chicchessia sul wall o bacheca che dir si voglia, mi avresti fatti gli auguri ipocriti e invece qua non osi, come se la cosa ti comportasse chissà quale sforzo o caduta di credibilità e prestigio.)


Note:
  1. Cioè 14201280 minuti, o siano 852076800 secondi.

Tommy ha detto di , , , , ...

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venerdì 22/05/09, 14:53

Amici perniciosi

...dove Tommy dice di fatti suoi e di libri, suscitando 12 commenti

Come sempre l’incomprensione, e dunque la guerra, sono caratteristiche umane, troppo umane ma, come accade ormai da due mesi, talora Proust, con un tempismo che ha del meraviglioso, come l’intera sua opera che mi rammarico di non aver cominciato a leggere prima, accorre in mio soccorso con una consolazione portentosa, balsamica, dolce come biancospini, fragrante come maddalenine, puntuale come scampanio di festivi campanili estivi, confortante come sciabordio di spuma marina, lassù a Balbec, laddove il Nostro era solito recarsi, e ove ritrova Bloch, l’amico ammirato e sottilmente avversato, fonte di perplessità, non esente da critiche fraterne ma mai ingiuste1.

autoritratto di Tissot

Primo round: io e l’omonimo.
DAVIDE T (speranzoso) – Ma insomma, lo pubblic(izzi)amo2 Filosofando su Sitosophia o no?
DAVIDE D (categorico) – Io dico di non farlo. Assolutamente. Se fate pubblicità su Sitosophia, esco da Filosofando.
DAVIDE T (affettuosamente offensivo) – Sei sempre il solito scassaminchia a compartimenti stagni.

Proust mi tende una mano (e con l’altra mi respinge).

«Non c’è amico che non abbia i suoi difetti, al punto che, per continuare ad amarlo, dobbiamo sforzarci di consolarcene – pensando al suo talento, alla sua bontà, alla sua tenerezza – o magari di non tenerne conto, dispiegando a questo scopo tutta la nostra buona volontà» (II, 384).

È lo sforzo che non mi riesce. Il signor Proust dimentica che spesso una macchia deturpa l’abito – come un unico neo invalida un corpo altrimenti stupendo. O forse la pensa diversamente. Ecco come continua.

«Purtroppo, la nostra compiacente ostinazione a non vedere il difetto dell’amico è superata da quella con cui egli vi indulge, vuoi per propria cecità vuoi per quella che attribuisce agli altri. Infatti non lo vede, o crede che non si veda. Poiché il rischio di dispiacere agli altri dipende soprattutto dalla difficoltà di valutare che cosa passi o non passi inosservato, bisognerebbe almeno, per prudenza, non parlare mai di sé, trattandosi di un argomento sul quale si può scommettere che il punto di vista altrui non coincide mai con il nostro» (II, 384-5).

Ora, io penso che i filosofi hanno una bruciante coscienza di sé stessi, fiammeggiante di quel fuoco che rischiara e consuma. Ma niente più dell’abito abitudinario è ciò che ci protegge e affanna, copre e scopre, riscalda e accalda. E questo, si sa, tanto più è sotto gli occhi tanto meno risulta visibile al cervello, il quale vi si accomoda perfettamente. Il vizio è l’ozio supremo – e in quanto tale non si schioda da noi, anzi c’inchioda alla croce che portiamo. E il vizio alberga ove abita l’abitudine incompresa agli occhi altrui.

studio di Tissot

Secondo round: l’omonimo e me.
DAVIDE D (formalissimo) – Io, dalla mia posizione solo apparentemente privilegiata, ho sentito pochissimo dei primi due interventi – dei quali imploro qualcuno dei convenuti a illustrare i contenuti – mentre ho potuto ascoltare molto meglio gli altri due. Il Prof. Biuso bla bla bla bla. Il Prof. Raciti slurp slurp slurp.
DAVIDE T (sottilmente rompiballe) – Che resoconto parziale.
DAVIDE D (compiaciutamente sibillino) – Isotropico, naturalmente.
DAVIDE T (cercante chiarezza) – Perché parli difficile?
DAVIDE D (ammassando piacevole oscurità) – Non è difficile: è sintetico. Cioè non analitico…
DAVIDE T (declamante in nome di quel poco che sa di storia della filosofia) – Se fosse stato sintetico avrebbe aggiunto (kantianamente) della conoscenza che non avevo. Ma tu, sempre kantianamente, agisci analiticamente — dalle parole vuoi trarre fuori concetti. Ed è un giochetto futile. [Alzando il tiro – mancino.] Uhm. Mi correggo. Sei sintetico proprio nella pretesa di trarre, dalle parole, dei concetti che non vi sono contenuti. Pardon, avevi ragione tu.
DAVIDE D (giocando con le parole) – Infatti le parole concepiscono concetti.
DAVIDE T (nondimeno giocante) – Io avrei detto – concupiscono.

La pagliuzza nell’occhio altrui.
Forse il mio è stato semplicemente un «denunciare negli altri la presenza di difetti perfettamente analoghi ai nostri» (II, 385).

«Ora, è sempre di questi difetti che parliamo, quasi fosse un modo per parlare di noi, deviato, e tale da sommare il piacere di confessare a quello di assolverci» (II, 385).

Mi è sorto il dubbio: non è che in quest’ultima uscita mi sono incazzato perché anch’io, talvolta, indulgo a parlare in maniera oscura, compiacendomene per giunta3?

ritratto di Tissot

Epilogo: pace sia.
Scusami, mio caro omonimo e collega in filosofia. Perdona le mie intemperanze. Ma cerca tu per primo di essere meno rigido4, e di lasciar perdere quella futile e fuffosa separazione tra pubblico e privato e altre menate del genere. La maschera è labile. Il vizio è ingombrante. Tranquillo, ti si apprezzerà ugualmente. (Forse.)

Conclusione: ancora una volta Proust sapeva già tutto.

«Allora tentò di scusarsi, ma nel modo tipico della persona maleducata, sin troppo felice, quando ritorna sulle proprie parole, di cogliere l’occasione per renderle più pesanti» (II, 387).


Note:
  1. Scusate il periodaccio. Stavo prousteggiando – quantitativamente.
  2. Sì, Sim: tecnicamente – ma non foneticamente – manca la ‘h’. E la i forse andava dentro parentesi – ma non fonicamente.
  3. Ve ne è qualche esempio anche in codesto post. La cosa peggiore è che io resto convinto che quel che scrivo sia sempre chiarissimo, cristallino e corrusco. Forse è proprio vero che «per ciascuno di noi, c’è un apposito dio che gli nasconde il suo difetto e gliene promette l’invisibilità» (II, 386).
  4. Il rigore è vanesio, giusto?

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giovedì 21/05/09, 16:14

Fotosciòp per imbe(ci)lli

...dove Tommy dice di computer e di fotografia, suscitando 6 commenti

Ero sul punto di scrivere una breve guida a Fotosciòp per imbecilli, ma poi ho immaginato che gl’imbecilli non sanno manco come installarlo, Fotosciòp, figuriamoci farlo durare più d’un mese; così c’ho ripensato e ho pensato: mo’ gli propino qualcos’altro, tipo che propongo loro una guida a un programma che potrebbe fare le veci di Fotosciòp, anche se di Fotosciòp non potrebbe verosimilmente reggerne le feci (ma tanto mica ai gentili signori può seriamente fregare di fare giochetti tipo questo…). Sto programma alternativo è FastStone Image Viewer, c’è solo per Windows (ma gl’imbecilli sanno usare solo quello, e a mala pena per di più) ed è uno di quei cosi detti software di cui io stesso non riuscirei a fare a meno.

screenshot faststone

Non dirò agl’imbecilli come installarlo, altrimenti avrei titolato: “Come installare FastStone per imbecilli”; li rassicurerò però che appena installato e avviato (col doppio clic sull’icona con l’occhio azzurro aperto dentro il rombo rosa sopra il quadrato rosso) il caro programma, si aprirà una finestra come quella qui sopra, ma probabilmente con immagini differenti. Di base, infatti, FSIV è un visualizzatore di immagini; ma basterà doppiocliccare su una di esse… che si aprirà su sfondo nero. Aiuto, come ne esco fuori? Ah, sì, il tasto Esc (in alto a sinistra) (sulla tastiera, demente!). Ma forse nella foga il puntatore – la freccina del màus – sarà andata a sbattere sui bordi dello schermo. Magari su quello sinistro, facendo apparire qualcosa del genere.

controlli di FastStone

Ora, qualsiasi imbecille dovrebbe capire cosa accadrà cliccando sui vari link (ma forse l’imbecille non saprà manco cosa sono i link; in quel caso gli suggerisco di suggere del Cortinarius speciosissimus). Rotazioni, inversioni, ridimensionamenti: c’è tutto quel che serve di base per trasformare l’immagine quantitativamente. Ma l’imbecille, ne sono certo, vorrà soprattutto modificare l’immagine qualitativamente, aggiungendo contrasto e saturazione fino alla nausea. Un clic su “Potenzia i colori” farà apparire tutti i controlli che servono: luminosità, contrasto, tonalità, saturazione e altre robe che sarebbe bene non smanettare troppo. C’è poi il – il comando? il controllo? il cursore? – per la nitidezza o la sfocatura, e quello per rendere l’immagine in bianco e nero o seppiata o negativizzata. Sempre nello stesso pannello, ma più giù, ci sono ulteriori effetti di dubbia utilità ma di sicuro fascino per il nostro imbecillotto dilettante.

altri controlli di FastStone

Per finire diamo un’occhiatina al pannello che appare puntando verso l’estremo sud dello schermo. Ecco un (altro) controllo per ritagliare, uno per inserire testi e disegnini basilari nelle immagini, il tastino per rimuovere gli occhi rossi, nuovamente due tasti per ruotare l’immagine eccetera eccetera. Per concludere veramente, si salverà l’immagine (col tradizionale Ctrl + S o il tastino a forma di floppy che appare sia nel pannello sinistro che in quello basso). Fortuna che il programma è così furbo, cara la mia niubba che mi chiedi sempre di ridimensionarti le immagini col vero Photoshop, da ricordarti di salvare l’immagine qualora tu l’abbia rovinata irrimediabilmente modificata piacevolmente…

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sabato 16/05/09, 15:31

Progettando una libreria

...dove Tommy dice di fatti suoi e di libri, suscitando 17 commenti

QED: una telefonata.
PADRE – Dunque, che mi conti? Hai qualche progetto in questo periodo?
FIGLIO – Sì pà. Vorrei fare una libreria.
PADRE – Ah, benissimo! Abbiamo già una licenza per aprire una cartoleria, e dunque anche una libreria…
FIGLIO – Ehm. No. Non quella. Una libreria di legno.
PADRE – Ah.

Problema: non è una roba da poco.
Nonostante il malinteso quella vocale finale non fu un’interiezione di “sufficienza”. (Al massimo è stata rivelatrice di un’esperienza a-ha, benché in negativo.) Eh no, perché anche fare una libreria nel senso di scaffale-per-ostendervi-i-propri-libri (altra Abitudine Spocchiosa del Filosofo) non è una passeggiata. Innanzitutto perché se continui a passeggiare non puoi costruirla bella diritta; secondariamente perché senza la sega circolare gentilmente offerta dal papi padre è difficile ricavare qualcosa di utile da delle tavole di legno. Poi certo, ci vuole la colla, le viti, le spine, la vernice… ma soprattutto un progetto. Che cos’è un progetto? È quella cosa che t’impedisce di farti troppo male quando ti getti nelle cose. (La stessa cosa che solitamente non prevede l’imprevisto – tipo un martello che si getta sul tuo indice della mano sinistra, mozzando sul nascere una promettente ancorché tardiva carriera da guitar hero.) Ma ho voluto premunirmi per bene.

Formule: il quadrato costruito sull’ipotenusa…
Se una libreria deve contenere libri, è bene che sia a misura degli stessi. Ma tutte le librerie che ho visto finora hanno il terribile difetto di avere troppo spazio vuoto1; il quale però è pronto a rivoltarsi contro quelle collezioni di monografie d’arte o di fumetti che non entrano nello scaffale per mezzo fottuto centimetro2. Così mi son detto: vediamo quanto devo fare alto ogni scaffale. Ho preso il righello e ho misurato i principali tipi di libri che possiedo. Li ho suddivisi in tre categorie: lepri, tori e cavalli piccoli, medi e grandi. Per ogni tipologia ho poi calcolato col teorema più filosofico quale sia la loro lunghezza massima in erezione – o sia la diagonale. (Il motivo è presto detto: quando estraggo un libro incastonato tra gli altri, tendenzialmente lo tiro con l’indice dallo spigolo superiore; l’inferiore di conseguenza funge da fulcro e si ottiene un’inclinazione del libro che percorre un raggio pari alla distanza tra angolo inferiore sinistro e angolo superiore destro. In pratica il libro compie il movimento come nella foto, e se sbatte sullo scaffale sono cazzi per estrarlo.)

libri in libreria

Dati e incognite: quanti libri ho?
Ho dimenticato di fornirvi i dati3.

  • Piccoli: 11×18 (21,1)
  • Medi: 13×20 (23,9)
  • Grandi: 15×23 (27,5)

L’incognita principale è: quanti libri avrò? Quanto occuperanno?4 Dovrei armarmi di buona pazienza e inserirli tutti su aNobii, o in BookDB (per poi fare come lui, o come lei).

Soluzione: sto ancora perdendo tempo.
Ho perso un’ora o quasi a misurare i libri; un’altra a cercarne le misure “ufficiali” su LiberOnWeb5; un’altra ancora a concepire e scrivere questo post. Un’altra (come minimo) se ne andrà per capire se fare tutti gli scaffali uguali, pari o superiori alla diagonale massima dei libri grandi (ma così gli Art Dossier e i fumetti rimarranno ancora esclusi…) o concepirli di tre diverse misure, magari decrescenti dall’alto verso il basso o viceversa; o ancora ridurre tutto a due misure, quella per libri mediopiccoli e quella per libri grandi e oltre (dunque scaffali alti 24 cm affiancati ad altri alti, poniamo, 36). E con tutto ciò sto scordando quanto deve venire complessivamente grande la libreria (alta oltre la portata di mano, tanto in alto si tengono i libri da prendere una volta al mese o meno con la sedia? E larga quanto? A misura di parete occasionale o “universale”?). È proprio vero: il filosofo è il genio perverso delle domande (le quali gli impediscono di darsi alla prassi). Nel vizio, rifugiamoci nella teoresi.


Note:
  1. Troppa aria cioè tra libri e mensole; e in me v’è dell’horror vacui
  2. Maledetti scaffali da ventotto centimetri, laddove un foglio A4 è alto 29,7!
  3. Le misure esprimono in centimetri le dimensioni della base per l’altezza; tra parentesi la diagonale, arrotondata ai decimi. Il prototipo dei piccoli sono i libelli della Piccola Biblioteca Adelphi, ma con essi stanno anche i Meridiani e i BUR; gli Oscar Mondadori – ma anche “gli” Adelphi, i Feltrinelli economici, i Bompiani e gli Einaudi tascabili – fanno parte dei medi; tra i grandi annovero robe serie (scientifiche) dell’Adelphi, della Raffaello Cortina e della Bollati Boringhieri unitamente ai classici del pensiero occidentale della Bompiani, nonché qualche roba rilegata anziché brossurata (edizioni club). I più stronzi sono i Laterza, troppo grandi per essere medi e troppo medi(ocri) per essere grandi.
  4. Il futuro non è meramente ipotetico.
  5. Alcune edizioni hanno una forte variabilità tra un esemplare e l’altro. Misuro ben due millimetri di scarto, ad esempio, tra alcuni individui del genere Adelphi, specie “Gli” – quelli con copertina satinata e senza la classica sovraccoperta di carta.

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