Mercoledì 06/08/08, 16:01
Se Dawkins basa la sua concezione evoluzionistica sui geni e sul loro presunto egoismo, Stephen Jay Gould auspica un ritorno a Darwin, riportando l’attenzione sull’interezza dell’organismo:
«Troppo spesso il programma adattazionista ci dona una biologia di parti e di geni, ma non dell’organismo. Si suppone che tutte le transizioni possano avvenire passo a passo sottovalutando l’importanza dei blocchi integrati di modelli di sviluppo e delle costrizioni passive della storia e dell’architettura. Una visione pluralistica potrebbe rimettere gli organismi, con tutta la loro complessità recalcitrante, ma ancora comprensibile, al centro della teoria dell’evoluzione» (Gould e Lewontin 1979, p. 26).
La conclusione dell’articolo di Gould e Lewontin inneggia ad un nuovo approccio, contrapposto a quello incentrato sui geni; in realtà il loro scritto è duplicemente avverso alle concezioni di Dawkins in quanto l’obiettivo primario era quello di mostrare le lacune e i difetti dell’adattazionismo: lo spostarsi ad un nuovo livello di selezione è soltanto una necessaria conseguenza della visione pluralista dei due autori. Secondo Gould e Lewontin il programma adattazionista, da loro ribattezzato “paradigma panglossiano” e nel quale rientra anche Dawkins, ha avuto il torto di procedere suddividendo un organismo in “caratteri” di cui spiegare l’ottimalità. Tale approccio è troppo riduzionista e rischia di far perdere di vista ciò che è veramente importante, l’organismo nel suo ambiente e nella sua evoluzione storica non priva di vincoli:
«Gli organismi devono essere considerati come delle unità integrate, con piani costruttivi [Baupläne] talmente costretti dall’eredità filogenetica, dai modelli di sviluppo e dall’architettura generale, che le costrizioni stesse diventano più interessanti e importanti nel delimitare le vie del cambiamento di quanto non lo siano le forze della selezione che possono mediare il cambiamento quando questo avviene» (Gould e Lewontin 1979, p. 2).
Dal basso livello dei geni l’attenzione viene spostata al livello medio dell’organismo focalizzandosi sui “vincoli” di natura architettonica (spandrel, in analogia coi pennacchi decorativi della cattedrale di San Marco a Venezia), sulle costrizioni che rendono l’evoluzione limitata e non più onnipotente, meno ottimizzante che vincolata, storicamente determinata dalle contingenze e non libera di fluttuare nella casualità delle variazioni verso l’ottimalità.

Questa contrapposizione tra le concezioni di Dawkins e quelle di Gould, che sul finire degli anni ’70 del Novecento era ancora tutta teorica, si esacerba in seguito fino ad assumere i toni del contrasto personale. Nel 1997 Gould pubblica su “The New York Review of Books” due articoli significativi: Darwinian Fundamentalism e Evolution: The Pleasures of Pluralism. Nel primo egli afferma:
«Richard Dawkins vorrebbe restringere ulteriormente il punto focale della spiegazione fino ai geni che lottano per il successo riproduttivo all’interno di corpi passivi (gli organismi) posti sotto il controllo dei geni – un’idea iperdarwiniana che a mio giudizio è una caricatura fondamentalmente sciocca e logicamente carente dell’intento autenticamente radicale di Darwin.» (Gould 1997a).
In realtà Gould, così facendo, presenta della concezione di Dawkins una caricatura non meno sciocca, travisata da un astio che verso Dennett assume toni addirittura sprezzanti. Le idee di Gould sono più apprezzabili quando egli afferma pacatamente (ma non troppo) che l’adattazionismo deve essere sostituito da un approccio pluralista, nel nome dell’autentico spirito di Darwin che nell’Origine delle specie affermò che «la selezione naturale è stata la causa principale, ma non l’unica, delle modificazioni» (Darwin 1859, p. 44). Gould accetta questo invito a cercare altre cause evolutive oltre alla selezione naturale, e al contempo si scaglia contro gli “ultras” che vogliono fare della selezione l’unico principio evolutivo:
«La selezione non può bastare come spiegazione completa di molti aspetti dell’evoluzione; altri tipi e stili di cause diventano pertinenti, o addirittura prevalenti, in domini molto al di sotto o al di sopra dell’organismo, il classico locus darwiniano. Queste altre cause non sono, come gli ultras spesso sostengono, il prodotto di tentativi debolmente mascherati di re-introdurre clandestinamente il fine nella biologia. Questi ulteriori princìpi sono privi di una direzione, non teleologici e materialistici tanto quanto la stessa selezione, ma operano in modo diverso dal meccanismo fondamentale di Darwin. In altre parole, concordo con Darwin che la selezione naturale “non è l’unica causa delle modificazioni”» (Gould 1997a).
Nel prossimo articolo faremo il punto della contrapposizione tra Dawkins e Gould indicando, se possibile, delle soluzioni alla disputa.
Riferimenti bibliografici:
GOULD, S.J. (1997a), Darwinian Fundamentalism, “The New York Review of Books”, 12 giugno 1997, pp. 34-37.
GOULD, S.J. (1997b), Evolution: The Pleasures of Pluralism, “The New York Review of Books”, 26 giugno 1997, pp. 47-52.
GOULD, S.J. e LEWONTIN, R.C. (1979), I pennacchi di San Marco e il paradigma di Pangloss, Einaudi, Torino 2001.
Note:
Domenica 03/08/08, 16:24
Quand’è febbricitante l’uomo crea mondi contorti e perversi; può però capitare che si lasci trasportare dalla non meno caliente (eb)brezza del ricordo: è così che volumi sopiti, impolverati, brulli tornano a galla. Prendiamo quel pomeriggio febbrile ad esempio: in preda a deliri di surriscaldamento inizio a cantare – ma solo nella mia mente malaticcia – “Anema e core”, ultima hit di Pino Daniele. Anzi, percorro proprio quell’inciso – Anema e core, anema e core – espettorato da Tullio De Piscopo. La mente si sa, vaga quanto più è vaga: ma stavolta errava senza errare, in un passato mai scorso così vivido.

Cominciano a venirmi in mente tutti i brani che hanno fatto parte della mia educazione musicale. Intendiamoci: quando in famiglia nessuno ascolta musica classica – o almeno rock progressive d’inizio anni ’70 – il bambino è esposto a un mucchio di paccottiglia che poi ricorderà con un misto di stupore e tremore (“vergogna, ecco cos’ascoltavo!”). Andamento lento trascina rapidamente con sé altra roba che un mio coetaneo nato a inizio anni ’80 (e cresciutovi nel bel mezzo) non stenterà a riconoscere: una macchina qua devi metterla là, ma sei un pirla! (non sapevo ancora cosa significasse “pirla”, ma era una parolina tanto divertente…), Esatto! etc. Già: Francesco Salvi era di gran lunga il mio cantante preferito, seguito a fatica da Jovanotti – sei come la mia moto sei proprio come lei, no Vasco no Vasco io non ci casco e così via. Volevo imitarlo, il Salvi, volevo possederne quel buffo cappello rosso col pendaglio nero che non faticai a scoprire chiamarsi fez – merito dello Zingarelli minore, mio grande maestro d’infanzia.

Qualche estate dopo, abbastanza cresciuto da poter pretendere uno zaino Seven visto in pubblicità – l’Invicta era troppo anonimo e sgualcito! –, mi estasiavo col Battito animale (batte come non ce n’è, e ha un tiro micidiale che ti prende e che ti porta via con sé…). Era l’inizio della mia beluinità – che questo è il filosofo: un animale un po’ goffo ma meraviglioso, fragile e strampalato. Eravamo tuttavia ben lungi dal limitare dell’età della coscienza: campavo ancora di odori di mandorle e cemento bagnato, azolo e pere estive – ma anche di ultime iniezioni ricostituenti.

Vennero le medie crudeli. Jovanotti s’era convertito alla roba semiseria – quella serenata metropolitana serenata rap, con loro in bilico su una trave sospesa nel nulla. Ma avevo orecchie anche per il pennello rap – dai tocca qui, dai tocca qui! –; inoltre stravedevo per il Freddie Mercury di Dee do de de – quella “Living on my own” brevemente mandata negli stacchetti pubblicitari della Breil alla fine del Karaoke di Fiorello che mi affannavo a registrare su vhs (la sponsorizzazione finale, non la trasmissione intera). C’era inoltre roba da Festivalbar del ’94 – il mio primo cd originale, e per di più doppio! –: c’era bondighidighidighibondighibò (Think about the way…), ma soprattutto c’era (stata) la Corona nera-nera su neve bianca-bianca di (this is) The rhythm of the night: forse fu una delle ultime volte che potei vedere il testone trasparente con occhialoni scuri e cuffione avvolgenti di Superclassifica Show (ricordate il Telegattone? E Maurizio Seymandi? E Mandi Mandi?).

Alle superiori smisi di ascoltare la radio (novanta e cinquecento megahertz… Top Etna Radio!) e l’occasionale musica unz dall’amico con lo stereo potente. Intanto mio padre portava a casa la raccolta di Sting, “Fields of gold” – che è sta lagna?, pensai ascoltandolo svogliatamente – e l’ultimo, o forse il primo, album di Bocelli – che avrei riscoperto pochi anni dopo con quel Con te partirò di qualche pubblicità probabilmente della Telecom-già-Sip. Ad una gita scolastica in Emilia Romagna, in un autogrill padano, comprai “Eat the Phikis” di Elio e le Storie Tese – il primo cd coi miei soldini! – solo perché li avevo adorati a Sanremo coi loro costumi argentati – all’epoca apprezzavo meno di adesso, si capisce, la loro ironia, ma soprattutto sconoscevo l’origine del travestimento, quei Rockets che si saranno impressi indelebilmente in qualche mente più stagionata della mia – nelle loro, ad esempio.

Eclissai poi le mie smanie musicali, tanto da non svolgere il temino per casa – per la prima volta in vita mia! – incentrato sulla propria canzone preferita. Povera professoressa Nicolosi, che stentava a credere che non ascoltavo (più) musica totalmente… (continua…)
Note:
Lunedì 28/07/08, 13:15
Forse non sarete così ottusi da non esservi accorti che da qualche tempo, entrando in questo blog dalla home page – e lì soltanto – il primo testo sensato che s’incontra è un breve messaggio, di non più d’un paio di righe, che contiene condensati di cazzate fugaci impressioni, brevi messaggi, sintesi di eventi (in atto o in potenza) o aforismi monchi. È la roba che posto su Twitter. Turyddu si chiede a cosa serve. A nulla che non sia perdita di tempo, come ogni cosa sul web Ad aggiornarvi sulle minchiate amenità che penso, dico e/o faccio in qualunque momento, senza necessariamente aprire un post sul blog (cosa non poco impegnativa per un inconcludente perdigiorno fecondo studioso come il sottoscritto).

La cosa fantastica è che posso aggiornarvi in qualunque momento. Basta un cellulare – che non sia Wind! – e l’associazione del device all’account. Si invia un sms e la perla di saggezza è immediatamente online. (Del resto i messaggi di microblogging su Twitter hanno un limite di 140 caratteri, poco meno di un sms.) In conclusione Twitter non serve a un cazzo e chi lo usa è antropologicamente diverso dal resto dell’umanità Twitter è una geniale invenzione per tenerci sempre aggiornati su ciò che pensiamo e facciamo in breve, e non posso che consigliarvi di iscrivervi e incominciare ad usarlo anche voi.
Venerdì 25/07/08, 19:43
Uno dei problemi più notevoli dell’evoluzionismo odierno, come ebbe a riconoscere anche Ernst Mayr, è quello dell’“unità di selezione”. Abbiamo visto come con la Sintesi Moderna l’attenzione si sia spostata dall’organismo nella sua interezza al suo genotipo e relative espressioni fenotipiche. La questione torna in auge nel 1976, allorché Richard Dawkins pubblica il fortunato The Selfish Gene. Si trattava di capire a quale livello agisce la selezione naturale – se a quello genetico, a quello cellulare, a livello dell’organismo, del gruppo o della specie. Il problema è ben posto da Dawkins già all’inizio dell’opera:
«L’evoluzione lavora per selezione naturale e selezione naturale significa la sopravvivenza differenziale del “più adatto”. Ma stiamo parlando degli individui più adatti, delle razze più adatte, delle specie più adatte o di che cosa?» (Dawkins 1976, p. 9).
Poiché l’approccio di Dawkins è da etologo, nella sua opera egli si pone il problema del comportamento animale – e dunque umano – analizzandolo in termini di altruismo ed egoismo; nel caso dell’altruismo tuttavia è importante capire chi è che ne beneficia (cui bono?). In quegli anni la teoria della selezione di gruppo era molto in voga, secondo Dawkins perché in forte consonanza con gli ideali morali e politici dell’uomo. Ci si dovrebbe chiedere invece quale livello sia davvero importante: la tesi di Dawkins è che «il modo migliore di guardare all’evoluzione è in termini di una selezione che avviene al livello più basso possibile» (Dawkins 1976, p. 13), quello del gene, che diventa dunque l’unità fondamentale della selezione (cfr. Dawkins 1976, pp. 13-14). Ciò viene presentato da Dawkins come «un modo nuovo di vedere teorie e fatti vecchi», «una visione in sostanza ortodossa, anche se espressa in modo poco familiare» (Dawkins 1976, pp. XII e 14): in queste affermazioni sta il suo sentirsi pienamente darwiniano. Caratteristica fondamentale dei geni è l’egoismo: «una qualità predominante da aspettarsi in un gene che abbia successo è un egoismo spietato» (Dawkins 1976, p. 4). Dal punto di vista del gene l’egoismo – il prevalere sugli altri geni, il replicarsi anche a spese di altre entità – non può che essere un bene:
«A livello del gene, l’altruismo deve essere cattivo e l’egoismo buono. [...] I geni competono direttamente con i loro alleli per sopravvivere, poiché i loro alleli nel pool genico sono rivali nella corsa al posto sui cromosomi delle generazioni future. Qualunque gene che si comporti in modo tale da aumentare le proprie probabilità di sopravvivenza nel pool genico a spese dei suoi alleli tenderà, per definizione, tautologicamente, a sopravvivere. Il gene è l’unità base dell’egoismo» (Dawkins 1976, p. 40).

La visione di Dawkins, così incentrata sui geni, venne subito tacciata di riduzionismo, probabilmente soprattutto per il ruolo che in essa vennero ad assumere gli organismi: Dawkins infatti non ebbe remore ad affermare che «noi, e tutti gli altri animali, siamo macchine create dai nostri geni», «noi siamo macchine da sopravvivenza e “noi” non indica soltanto l’uomo, ma comprende tutti gli animali, le piante, i batteri e i virus» (Dawkins 1976, pp. 4 e 24). (La metafora dell’uomo-macchina non è stata mai ben accetta nella storia della cultura, tanto più se questa macchina viene declassata a semplice “veicolo” per trasportare e proteggere i geni!) La ricostruzione storica di Dawkins, per quanto largamente basata su ipotesi non verificabili, appare tuttavia coerente con la sua concezione. Per Dawkins le prime molecole organiche notevoli, quelle che più facilmente definiremmo vitali (dotate di vita e in grado di generarla), furono quelle in qualche modo in grado di autoriprodursi:
«A un certo punto per caso si è formata una molecola particolarmente notevole che chiameremo il replicatore. Non era necessariamente la più grossa o più complessa molecola esistente, ma aveva la straordinaria proprietà di essere capace di creare copie di se stessa» (Dawkins 1976, p. 18).
È ozioso il problema se considerare realmente “vive” o meno tali entità: «che noi li consideriamo viventi o no, i replicatori sono stati i progenitori della vita, i nostri lontani antenati» (Dawkins 1976, p. 21); quel che è notevole è ciò che i replicatori furono in grado di fare, man mano che la pressione della selezione naturale (riproduzione differenziale dei più adatti) li fece evolvere in forme più complesse:
«Adesso si trovano in enormi colonie, al sicuro all’interno di robot giganti, fuori dal contatto con il mondo esterno, con il quale comunicano in modo indiretto e tortuoso e che manipolano a distanza. Essi si trovano dentro di voi e dentro di me, ci hanno creato, corpo e mente e la loro conservazione è lo scopo ultimo della nostra esistenza. Hanno percorso un lungo cammino, questi replicatori e adesso sono conosciuti sotto il nome di geni e noi siamo le loro macchine di sopravvivenza» (Dawkins 1976, p. 23).
Se la soprastante citazione contiene tutti i buoni motivi per cui un umanista potrebbe a ragione adirarsi, a fare sdegnare diversi evoluzionisti fu invece soprattutto l’approccio riduzionista di Dawkins che poneva al centro dei processi darwiniani unicamente i geni. Illustrerò in dettaglio la reazione di Stephen Gould nel prossimo articolo.
Riferimenti bibliografici:
DAWKINS, R. (1976), Il gene egoista, Mondadori, Milano 1995.
MAYR, E. (1997), The objects of selection, “Proc. Natl. Acad. Sci. USA” Vol. 94, marzo 1997, pp. 2091-2094.
Note:
Mercoledì 23/07/08, 14:02
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