Tassati

I. Da più parti, ma soprattutto da manca, odo giungere improperi contro i trasgressori di leggi. Giusto, ma si dà il caso che non sempre le regole appaiono giuste. Forse io non sono nessuno sono solo uno per poter giudicare, ma lo sono al pari di molti altri. Forse davvero se applicassimo l’intuizione kantiana e tentassimo di assurgere a regola universale la massima personale “io posso trasgredire le leggi ingiuste” si verificherebbe il temuto caos. Ma è per questo che non c’è legge senza punizione.

II. Leggiamo Serra. Tra le belle-e-buone azioni di cui si vanta c’è in cima il pagare le tasse. Quest’appannaggio sinistro – “pagare le tasse è giusto, per il bene di tutti” – a me sembra tremendamente demodè. Non solo perché, di fatto, le tasse vengono senz’altro pagate anzitutto e perlopiù dai dipendenti pubblici (che vedono decurtarsi, in modo certo farsesco, lo stipendio direttamente dall’altra mano di colui che lo concede), ma anche perché non mi è affatto chiara la tendenza al bene di tutti.

III. Appena apro le imposte tributo lo Stato che sta là fuori. Un chilo di patate un euro, ma venti centesimi sono dello Stato. Faccio il pieno, e immolo cinque centesimi per la guerra in Etiopia e oltre mezzo euro per il conflitto bosniaco1. Per il solo fatto di abitare vengo tassato per l’immondizia che si suppone io produca, sebbene i miei rifiuti vengano convertiti in compostaggio. E sto ancora aspettando che lo Stato mi conceda cordialmente il lavoro per cui ho studiato per due decenni.

IV. Non so quanta sia la percentuale dei tributi che “torna indietro”, per vie traverse, alla cittadinanza. So solo che buona parte – se non in percentuale, certo in valore assoluto – viene sperperata da gente indegna e immeritevole per il proprio tornaconto. Calcolassimo pure che dovrei verosimilmente comprare cinquecento tonnellate di cipolle prima di finanziare una escort a questo branco di lupi (altro che rincoglioniti!), mi si è comunque rovinato il soffritto.

V. L’unica soluzione, se non vuoi o non puoi essere lupo, è andare davvero a vivere tra i lupi. Così fece Thoreau – il primo disobbediente civile.


Note:
  1. Cifre calcolate su un pieno da 50 € con i dati forniti da Disinformazione e confermati, se non quantitativamente almeno ontologicamente, dalla Stampa.
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Autodistruzione

Attenzione: questo è un post che potrebbe autodistruggersi entro dieci secondi. Giusto il tempo di leggere questa frase.

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È uno di quei post che comportano fatica a scrivere da parte mia e dunque noia a leggerlo da parte tua. Ma lo scrittore – colui che inchiostra qualcosa di diverso che marche sulla lista della spesa e numeri decimali sull’involucro dell’affettato – scrive sempre per sé, giusto? Certo, anzi tutto. Non di meno questo è un post uno scritto di quelli che si stenta a premere il tasto “Pubblica” rendere pubblici. Se ci ho dato uno strappo con queste fregnacce (la qui presente è solo una fugace eccezione) è per una questione di governare l’immagine di sé in rete, e non solo: è per la degenerazione del poter essere editore di sé stesso, anche (e comunque la metascrittura può divertire solo le prime due volte – poi basta). Ma soprattutto, il motivo bruciante e cruciale è l’avvertire come estraneo, come alieno il passato – almeno in certe sue parti. Si cresce, si cambia. E ci si sente degli sciocchini a nascondersi dietro al solito whitmaniano

«Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini»

(verso che per altro stento a ritrovare nella mia brava versione Fabbri di Foglie d’erba, parziale e senza testo a fronte – per non dire di com’è orrendamente cartonata!). Le moltitudini contenute e spensieratamente evacuate possono essere mero stallatico a distanza di non troppo tempo. Fertili, ma non commestibili. Un buon substrato; in quanto tale, da tenere sotto – sotto la soglia dell’attenzione altrui. Tuttavia sono certo che qualcuno andrà a rivangare tra le mie nuove pagine. Buon viaggio, e occhio alle dita.

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Potere sapere

I. Dicono che volere è potere, ma a me sembra che la volontà non basti. Se mai, la condizione per la potenza – la possibilità e la possanza – è la sapienza. Sapere è potere. Che poi non sia bastante per passare dalla potenza all’atto è ben altra cosa – non ho mica detto “sapere è agire”, del resto.

II. L’uomo è un animale per lo più parlante. C’è chi sostiene che il linguaggio si sia sviluppato per poter mentire meglio: pochissimi sanno padroneggiare le verità corporee, ma molti sono in grado di proferire menzogne, e ancora troppi sono disposti ad ascoltarle.

III. Occultare informazioni è potere – svelarle è prestare il fianco. È noto a parecchi il comandamento “non dire falsa testimonianza”; solo i più sperti tuttavia lo declinano parzialmente, assolutamente – non dire. È la strada lastricata di buone intenzioni del cristiano siciliano.

IV. Un animale umano che non potesse comunicare si estinguerebbe rapidamente. Ora, non si dà comunicazione senza l’altro – altrimenti sarebbe vano e vanesio soliloquio. E l’altro esiste grossomodo in almeno due evenienze: pubblicamente e privatamente.

V. Ogni informazione che sganci in pubblico, fosse strombazzata o flebile flatulenza, decrementa il tuo potere1. Che la boria di potere essere editore di te stesso2, sulla rete, non ti converta in un pubblicitario – nella rete.


Note:
  1. A meno che tu non ne abbia già abbastanza.
  2. Cateno concorderebbe.
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Crêpe

Oggi è sabato e domani non si va a scuola, ma anche oggi non c’è tanta voglia di uscire: fuori piove, ci sono i lupi, ci sono i cani randagi, ci sono gli ubriachi in macchina, ci sono i berlusconani a piedi e insomma, la casa è sempre la casa. Potresti farti mandare due pizze a domicilio – ma diamine, le ingolli già ogni sabato! Piuttosto rimbòccati le maniche e versa nel mixer, per ogni persona, un uovo, 75 grammi di farina e 200 di latte, nonché un pizzico di sale1. Otterrai una pastella densa ma fluida che lascerai riposare coperta per un’oretta.

pastella

Intanto prepara gli altri ingredienti. Imprescindibili i formaggi (non so come facciano i vegan…): affetta mozzarelle e provola (ma va bene anche l’asiago o l’auricchio).

formaggi

Da’ forma anche a dei pomodori e della lattuga; intanto sorseggia pure del vino, se vuoi (ma le crepe – ché questo stiamo facendo – andranno accompagnate con abbondante birra gelata!).

lattuga

Ingredienti optional (anzi tabù nel caso tu sia vegetariano) sono i salumi – ma fìdati, una fettina di prosciutto crudo si sposa stupendamente con la mozzarella e la lattuga. Potresti preparare anche delle verdure cotte – non equivocare: mi riferisco a melanzane o peperoni moderatamente fritti, o anche funghi2: tutta roba che si abbinerà benissimo con prosciutto di Praga o porchetta.

peperoni

Intanto è passata l’ora. Estrai dalla credenza la padella per crepe (quella piatta, antiaderente e con un diametro di circa 28 cm). Lasciala riscaldare a fiamma moderata, ungila con poco olio (c’è chi preferisce il burro; io ho del buon vero olio d’oliva però…), abbassa la fiamma e versale sopra un buon mestolo di pastella, spargendola per bene in uno strato sottile (magari aiutandoti con l’apposito attrezzo).

crepe in padella

Dopo qualche minuto il primo lato sarà cotto, e sarà facile staccarlo e sollevarlo con la paletta (di plastica, mi raccomando, altrimenti si riga la padella). Gira la crepe e falla cuocere anche dall’altro lato finché non avrà qualche scottatura; indi rigirala e comincia a farcirla su una metà3 ad iniziare dai formaggi (devono fondere) e continuando con verdure e salumi (pomodori e lattuga vanno aggiunti alla fine, ché caldi perdono fragranza).

crepe coi funghi

In questa fase la fiamma sarà bassissima – devi stare attento a non fare cuocere troppo la crepe, altrimenti si seccherà. Una volta fusi i formaggi potrai togliere la tua creazione dalla padella e trasferirla su un piatto generoso. Aggiungi gli altri eventuali ingredienti (quelli “freddi”) e i condimenti (tabasco e maionese4, ad esempio) e ripiegala su sé stessa.

crepe pronta

Adesso sbrìgati a trangugiarla ché altrimenti si fredda.


Note:
  1. Con questa dose dovresti ottenere due crepes.
  2. Che non sono esattamente vegetali, ma pazienza.
  3. Altrimenti poi non riuscirai a richiuderla!
  4. Maionese che ovviamente avrai avuto cura di preparare in precedenza, grazie all’emulsionatore e ad un uovo intero, 200 grammi di olio (meglio se di semi di girasole), il succo di mezzo limone e sale quanto basta, più eventualmente del pepe e/o un cucchiaino di aceto balsamico per insaporire.
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Un filosofo italiano

Leggo e ricopio da una voce a caso su Wikipedia:

Alberto Giovanni Biuso (Bronte, 1960) è un filosofo e saggista italiano.
Insegna Filosofia della mente nella Facoltà di Lettere dell’Università di Catania. I suoi primi studi furono dedicati al pensiero tedesco contemporaneo, in particolare Nietzsche e Heidegger. L’antropologia di Nietzsche (Morano, 1995) indaga le fonti e il significato dell’oltreuomo proponendo una lettura di tale concetto alternativa alle interpretazioni irrazionalistiche. In un secondo libro dedicato al filosofo tedesco – Nomadismo e benedizione (Di Girolamo, 2006) – vengono discussi il prospettivismo della verità, la dimensione nomadica dell’esistenza e la costitutiva apertura della filosofia di Nietzsche alla sperimentazione di nuovi percorsi nella vita, nei concetti e nel senso. La “benedizione” del mondo e dell’essere – nonostante la tragicità dell’esistenza- è l’esito ultimo al quale tutto il pensiero nietzscheano tenderebbe.
Gli interessi antropologici e politici di Biuso sono confermati in Contro il Sessantotto (Guida, 1998) e in Antropologia e filosofia (Guida, 2000) nei quali si sostiene la necessità di un approccio etologico e biologico al problema della storia. L’attenzione alle tematiche antropologiche ha condotto Biuso all’analisi di questioni al confine fra tecnica e metafisica, attraverso una ricognizione negli ambiti del mentale e di ciò che comporta il moltiplicarsi delle protesi non più soltanto da applicare sul corpo umano ma anche da innestare dentro di esso. In Cyborgsofia. Introduzione alla filosofia del computer (Il Pozzo di Giacobbe, 2004) si analizzano i fondamenti e gli sviluppi della cibernetica a partire dalla centralità del corpo e dei significati. Tematiche riprese in una introduzione fenomenologica alla filosofia della mente dal titolo Dispositivi semantici (Villaggio Maori, 2008) e nel volume collettaneo Neurofenomenologia (Paravia Bruno Mondadori, 2006). Una delle tesi di fondo di tali ricerche è che la razionalità sia inseparabile delle pulsioni biologiche e dalle emozioni corporee. A questi temi dedica anche una intensa attività di conferenziere e di consulente per varie società come Microsoft e SAP AG.
La mente temporale. Corpo Mondo Artificio (Carocci, 2009) sostiene una concezione ibridativa, molteplice e politeistica del mondo; in esso l’umano viene descritto come un dispositivo semantico, desiderante e temporale. La varie forme della temporalità (cosmica, fisica, convenzionale, sociale, psicologica, somatica, genetica, antropologica) si riassumono in una concezione monistica della mente intesa come luogo nel quale il corpo diventa consapevole di esistere nel tempo e come tempo. Coscienza del presente, memoria di ciò che è stato, intenzionalità rivolta al futuro, corporeità consapevole della propria finitudine costituiscono per Biuso la vita della mente.

È sempre bello venire a conoscenza di un nuovo filosofo italiano del XXI secolo.

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Domande alle quali la filosofia può rispondere?

I. Tutti noi abbiamo udito quelle affermazioni strepitose e sentenziose del tipo – la filosofia pone domande ma non propone risposte, o – in filosofia molte sono le domande, poche le risposte; quel che è peggio è che le abbiamo avallate e diffuse come i migliori dei memi. Sinceramente non ho conosciuto filosofo che proceda esclusivamente domandando; è chiaro che nemmeno lo scettico più sfrenato non avanzi abbastanza risposte da non riporle nella propria opera.

II. Benché problematica, la filosofia non è domandare. Ogni filosofo sentenzia – non potrebbe fare altrimenti. Può certo procedere chiedendo, metodicamente o dialetticamente; tuttavia non può non posporvi almeno qualche risposta. Proprio per questo oggi la più gran parte degli argomenti di possibile disamina filosofica ci sembrano triti, tristi o tetri, quando non tetragoni.

III. Nella mia personale ricerca di campi vergini per la coltura della filosofia ho cercato di orientarmi con la bussola russelliana – la filosofia è quella cosa che sta in mezzo fra la scienza e la religione. Euristicamente dicevo: è terreno fertile per filosofi tutto ciò che è lasciato pressoché incolto dagli scienziati, o sia le aree in cui le erbacce religiose crescono più vigorose: penso alla morale, penso alla politica; penso al sentiero che dall’etica personale conduce a quella sociale – il tutto condito da uno dei termini più vivaci ma meno vivi della nostra tradizione di pensiero occidentale: libertà.

IV. Oggi certa scienza sta saturando i tradizionali campi filosofici con ogni immaginabile neuro-salsa. Saputelli neuronizzano finanche l’economia, e tutto ciò che viene toccato dalla materia grigia diventa insopportabilmente appiccicoso, come danaro toccato da meccanico. Tuttavia vi sono dei concetti abbastanza viscidi da respingere qualsiasi attenzione cerebrale, a parte quella cervellotica di qualche filosofo. Rifacendomi alla lista stilata da uno “scrittore di scienza”, scorgerò territori inesplorati nelle regioni della coscienza, del tempo, della morte, della stupidità, dell’invisibile, della vita, della persona, dell’obesità, della paranormalità… e della realtà1.

V. Tutto il resto pare sia ermeneutica, o noia. Solo ciò di cui sopra si può seminare con autentica creatività filosofica – o sia sterile fuffa per chiunque non sia abbastanza filosofo.


Note:
  1. Ho qui volgarizzato ulteriormente gli interrogativi posti da Michael Hanlon in Dieci domande alle quali la scienza non può (ancora) rispondere. Domande che si possono trovare agevolmente nell’indice di questa anteprima.
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Strappo

Caro diario,
ieri sono successe tante cose strane. Permettimi di annoiarti un po’ con tali vicende.
Andando con ordine: un biologo ha pubblicato un bell’articolo filosofico come non aveva (quasi) mai fatto (questo stesso biologo ha pure cancellato parecchia della fuffa che aveva scritto quand’era filosofo…); una latinista ha ucciso sia la sua identità più cinguettante (civettuola?) che quella più amichevole; un moralista ha dichiarato pubblicamente la sua profonda immoralità, oltre ad aver dato segni certi di ignoranza (nel senso che ignora certe regole…).
Mi sembrano tutti esempi da non sottovalutare, e nel bene e nel male.
Aggiungici che proprio il giorno prima avevo visto un video sul proteggere la propria reputazione sui social network (lo troverai facilmente cercandolo su Google).
Insomma, mio caro diario, andiamo al sodo.
Ho deciso di strappare un po’ delle tue vecchie pagine.
Più precisamente, tutte quelle più vecchie di un anno fa.
E quando avrò più tempo, ne strapperò parecchie anche delle ultime – ché in quest’ultimo anno ne ho scritte, di stupidaggini.
Perché lo faccio?
Boh.
Sai benissimo che di quattrocento e passa pagine scritte non ne avevo mai strappata alcuna (anche se una volta permisi alla mia consorte di sciancarne una…).
Cosa m’ha trattenuto finora dal farlo?
Boh.
Uno stupido orgoglio, forse.
Orgoglio della mia stupidità, più precisamente.
(Per intenderci: la consorte dice che pensando a te gli vengono in mente un mucchio di «frasciàmi volgari»; l’amico invece pensa solo alle bambole…)
Ma vedi, mio caro diario, tu sei lì, alla mercé del primo che passa.
(Questo per tacere di tutte le scempiaggini che t’ho scritto sopra. Scempiaggini che parlavano delle scempiaggini che facevo, quelle che facevo a te, quelle che facevo al computer, quelle che facevo nei social network. Insomma, tanta fuffa e niente arrosto.)
Tu sei lì, chiunque può leggerti.
Poteva.
Da oggi i fogli più vecchi li chiudo a chiave nel cassetto.
Io li ho scritti, io solo posso leggerli.
(Del resto così facevo con le poesie, da adolescente.)
Mi dispiace per chi aveva aggiunto scolii, molto dei quali più interessanti delle tue stesse pagine – l’unico motivo per cui non ti ho sbrindellato prima.
Mi dispiace, ma per adesso sento di voler fare così.
Non temere, forse un giorno riprenderò le pagine più belle e le reincollerò in qualche modo dentro la tua copertina.
Perché vedi, t’ho fatto la copertina nuova, ma non mi va proprio di vedervi ancora dentro quelle pagine sgualcite.
Serietà!
Ché se chi dovrebbe essere serio non lo è e chi potrebbe esserlo non lo fa, allora il mondo andrà veramente a rotoli.
E non è più tempo di papiri.

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Fajitas verde

È martedì grasso; non potevo esimermi, almeno oggi, dal cucinare e mangiare come si deve prima dell’inevitabile quaresima! State un po’ a sentire e vedere cos’ho fatto. Ho preso tre piccoli peperoni verdi (procacciati qua) e li ho tagliati à la julienne grazie al fido robottino.

peperoni

Stessa fine hanno fatto due cipolle.

cipolle

Ho tagliato a listarelle mezzo chilo di seitan preparato il giorno prima e ottenuto da 2 kg di farina 0 grazie ai suggerimenti di Bressanini. (I carnivori potranno sostituirlo con altrettanta carne bovina; i celiaci dovranno sostituirlo.)

seitan

Nel frattempo avevo messo a cuocere cento grammi di fagioli neri, preventivamente tenuti a mollo tutta la notte, nella pentola a pressione per mezz’ora (non senza un po’ di soffritto!); appena cotti li ho frullati.

fagioli

La consorte intanto dava forma a delle tortillas di semola di grano duro (impastata con acqua – quanto basta per avere un impasto sodo – e sale, ma niente lievito: praticamente delle piadine) stirandole in una sfoglia di pochi millimetri e tostandole sulla padella per qualche minuto.

tortillas

Ho fatto la “panna acida” mescolando cento grammi di panna da cucina (i vegani potranno usare quella di soia), altri cento di yogurt magro non zuccherato e del succo di limone (non più di un cucchiaio), condendola con sale e pepe.

panna acida

Ho messo in padella – anzi, nel capiente wok – cipolle, peperoni e seitan (la pseudo-carne) con dell’olio e un po’ di peperoncino. Fiamma alta, cucchiaio di legno in mano sempre in movimento e circa un quarto d’ora di pazienza.

padella con fajitas

Una volta che tutto fu cotto abbiamo servito nei piatti la tortilla con dentro (sopra?) il contenuto della padella condito con panna acida a piacere, accompagnando il tutto con la crema (la poltiglia) di fagioli.

fajitas nel piatto

Il tutto irrorato da abbondante birra gelata. Buona spanzata!

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