Ri-guardo la parete a sinistra. Scorro l’interruttore della luce, camuffato tra mangrovie, coi due comandi, uno giallo uno verde, l’uno sporco l’altro consunto.
Il pigmento che comincia a sbiadire. Avevo diciassette anni (impaziente mi aspettava la vita…). No: in realtà non avevo ancora 17 anni. E nemmeno sedici, in verità. Cazzo: il ’98. Sei fottutissimi anni fa. Che, su un totale di 22, non sono neanche pochi. Il ’98, e tra sanvalentino e pasquacattolica m’improvvisavo neodoganiere.

Mi ci soffermo ancora. Corro con la memoria agli anni dei Litfiba e delle seghe, dei pennelli e delle extrasistoli, delle finte cotte e delle letture notturne, delle biciclettate e delle monete da 200 lire. Boh. Preferisco pensare a ‘sto ’98 solo come all’anno della pittura, troppo presto abbandonata.
Lieve malinconia. A fianco del murale, in una nicchia tra muro e scrivania, stanno accatastate almeno metà delle mie chitarre. Alcune non le tocco da oltre un anno, altre le avrò suonacchiate dieci minuti negli ultimi sei mesi. Cattivo presagio: chitarra come pittura? Sarebbe oltremodo sciocco.
Quell’entusiasmo. E, puntuale come il treno di quando la mattina non senti la sveglia, i grandiosi acquisti prima dell’abbandono. Avrò una bella quantità di tubetti di colori ad olio da 60 ml, nell’armadio dei relitti: in uno scatolo di cartone. Un altro scatolo ospita invece mezzo rack. Un altro ancora l’ADA MP1. E l’ultimo, una 4 x 12. Ovviamente non si fa parola degli scatolini da meno di dieci-centimetri-cubici.
Produttività. Già: da adolescente – argh, che termine informe; ci siamo stati tutti, suppongo – dicevo: da giovincello, m’ero fatto idea d’avere chissà quale mente, di essere chissà che genialloyde. Leggevo, scrivevo, dipingevo. Creavo. E di lì a poco, avrei approcciato pure uno strumento musicale. Ad ogni modo, mi stimavo (come se ora avessi smesso, N.d.A.) non c’è dubbio. E quella stima era poco corroborata dagli 8 e dai 9 al liceo: non è che studiassi molto, del resto. Tuttavia, ero abile con le traduzioni dal greco antico, e oggi mi spiace non averci speculato: si era perfetti comunisti, si uscivano i quaderni puliti, alle otto e dieci, per i compagni meno fortunati. Ora molti di loro fanno Lettere (moderne, ci mancherebbe), continuano a non saper tradurre, lasciano il Latino per ultimo – lo affronteranno a 28-29 anni – e un dì saranno professori – dei loro stessi figli, ché io non ne voglio: né idioti occhialuti, né idioti col panno cagato.
Dicevo: produrre. C’ho perso il vizio. Ho fatto il callo con la macchina da scrivere Olivetti e coi tubetti Ferrario, e poi con corde D’Addario, con leve Shimano, con dizionari Loescher, con reflex Canon, con pedali Boss, con bottiglie J&B, con tascabili Newton, con aspirine Bayer. Con gente tra la più disparata. Sembrava tutto finito. Poi l’ingegneria. Poi la filosofia. Poi l’amore.

L’eterno ritorno. L’eterno riposo, piuttosto. Piumoni Bassetti, birre Paulaner, vodka Keglevich, preservativi Durex, cd EMI. Ogni tanto qualche mazzo di fotocopie e popcorn. Gli eterni giorni con continue scadenze. Quando niente, panini imbottiti e piastrati. Bah.

Un solo pensiero, un unico urlo: TARRA BUBBA MAGNA! TARRA BUBBA CAGA!
N.B.: riflessioni trascritte su carta addì lun 08/11/04, 16:30, ma invero in mente pressoché di continuo.
(Nessun post simile, per ora.)
3 Commenti
Terribile la mia adolescenza…
Ah, senti, se non dovessi trovare lavoro, ti assumo per “affrescarmi” l’appartamento
Del resto è una possibile attività, non povera di gratificazioni, alla quale ho pensato (per il mio futuro da lavoro-da-filosofo
). Dovrei solo “riprenderci la mano”. Se le pareti di casuccia tua s’offrono come volontarie…
> Un solo pensiero, un unico urlo: TARRA BUBBA MAGNA! TARRA BUBBA CAGA!
Uh.