Il 10 marzo, come da data standard per la preventiva ricerca dei treni sul sito delle ferrovie olandesi, è adibito alla perlustrazione del territorio circostante (col pass interrail puoi prendere tutti i treni ‘normali’ – in seconda classe, beninteso – che vuoi). Prima meta obbligatoria: Rotterdam. L’accoglienza non è delle migliori: palazzoni ipermoderni, grattacieli molto americani, traffico quasi caotico (almeno a confronto con quello di Amsterdam), installazioni artistiche contemporanee nei parchi, e tutto come avvolto da un pulviscolo che puzza di spinti anni ’90.

Ad essere sincero, di quel giorno non ricordo molto, se non la circumpasseggiata stazione-parco-piazza-stazione. Carino il parco (quasi come
le piramidi d’Egitto), davvero caratteristiche però le case cubiche e per di più in pendenza – abbiamo fatto l’errore di non entrarvi, in quelle visitabili – situate vicino a un grattacielo a forma di matita: mah!

Ben altra storia il pomeriggio: destinazione
Delft, città natia (o ‘natale’?) di
Vermeer e nota al mondo intero (siamo sicuri?) per le sue ceramiche bianche e blu e per essere stata la cittadina dove venne ammazzato un tale sovrano d’Orange, un certo Guglielmo… Simboli del paesino due chiese: la vecchia e la nuova. La prima,
Oude Kerk, caratterizzata dalla torre con accentuata inclinazione, immersa tra stradine e cortiletti che non distingui il confine tra medioevo e età d’oro olandese (il Seicento, ovvio).

L’altra, la “nuova”
Nieuwe Kerk, invece, si erge su una piazza quotidianamente adibita a mercato (peccato!) nel quale si può trovare qualsiasi inutile cianfrusaglia possa passare per la mente (io ho preso una doppia presa adattatore da schuko a bipolari italiane a solo € 1,20: interessante!).

Da bravi
piddiàri, non entriamo nelle chiese (il
ticket d’ingresso costava ben due euri: sono pazzi!), e invece gironzoliamo tra le tipiche porcellane tipo cinesi, tipo troppo bruttine, tipo che sapevamo dal principio che non ne avremmo mai comprate, ma tipo che tanto valeva darvi un’occhiata, tanto non si pagava.

L’11 mattina (o ‘mattino’?) è dedicato – finalmente! – alla visita dello Stedelijk: ma di questo e degli altri musei ne parlerò in un prossimo apposito topic (l’arte vuole la sua parte tutta per sé…). Finalmente la sera dello stesso dì si esce da casa (come se fosse una gran fatica!), per vivere un pochino Amsterdam by night. Prima tappa, un ristorante indonesiano (ci informano che in Olanda c’è la migliore cucina indonesiana d’Europa). Iniziano a servirci una fila di piattini, contenenti un po’ la qualunque variante di vivanda piccante, coi (o ‘con le’?) quali empirci il
desco piatto. Il risultato è un intruglio lucido e colante spezie polverose e olio vegetale non ben specificato, accompagnato da riso orientale, il tutto assai piacevole (o ‘piccante’?) al palato e soprattutto allo stomaco, presto satollo.

Ci rimpinziamo per benino, paghiamo le individuali 17 € (
cazzo! un giusto prezzo per la propria sazietà) e siamo pronti per la nottata. Passeggiamo dunque per
via delle Finanze il corso delle buone donne, ben attenti a non accettare coca dagli sconosciuti che ti chiedono
bisni? e a non fotografare le ragazze in vetrina, ché a quanto pare si offenderebbero e incazzerebbero troppo.

Approdiamo quindi in un pub, il Rembrandt’s Corner, per il consueto cicchettino digestivo. I cordialissimi amici di Salvo parlano inglese, ma anche spagnolo, ma pure olandese e francese e a tratti qualcosa di italiano, e lì il povero siciliano apprende il suo infausto destino di essere solo un misero
zampirro di fronte al mondo intiero.

Andiamo al 12. Boh!, credo lo dedicassimo allo shopping, così come l’indomani (del resto, nel weekend cosa si può fare in giro, se non cazzeggiare?). Nessuna visita rilevante, insomma; ricordo di un kebab, anzi di un (una?) shoarma a pranzo: con sole 6 € puoi farcirti il tuo piatto (la base è comunque carne a brandelli e una sorta di pagnotta) con tutte le salsine e verdurine e minchiatine che vuoi (tanto è gratis, ragiona il villano: si finivano i ‘contorni’ dal piatto e prontamente ci si rialzava a prenderne di nuovi…). Peccato non ci abbiano avvisato che i turchi mangiano estremamente piccante: labbra rosse e gonfie (no, non parlo di
fica vagina eccitata…) che non vi dico…

Ricordo anche di una capatina al mercato dei fiori, proprio sotto la Munt Toren, ad acquistare, come di dovere d’obbligo e di consueto, i
semi bulbi di tulipani da portare a casa e provare a piantare
nell’armadio sul balcone o nello spiazzo in campagna.

Sabato e domenica, di giorno assai tristi e sprecati come ben mi rendo conto adesso, di sera vengono trascorsi a casa (doppiamente vergogna!), a mangiare bere fumare e incomarsi, tra stanchezza ed effetto soporifero di birra e canna. Siamo cessi di persone.

Il 14 si va al Rijksmuseum (vedi intervento presto veniente) e la sera subito a letto (che palle, nevvero?, ma eravamo troppo stanchi…), il 15 al Van Gogh (al solito, aspetta – e spera – un nuovo argomento futuro). Altra bella sortita notturna il 15, proprio alla vigilia della partenza, col nero nel cuore e il vuoto nello stomaco, presto colmato dalle pietanze di un ristorante etiope (tra parentesi: non credereste alla varietà di ristoranti etnici che possiede Amsterdam: mica solo cinese e messicano come dalle nostre parti!). Dicevo: ci rechiamo a ’sto
Eetcafe Ibis e ordiniamo un po’ a caso; come prima cosa ci perviene una birra esotica, marca
Mongozo, alla palma: davvero pastosa e gustosa, e anche dalla rispettabilissima gradazione alcolica del 7%, e per di più servita nel guscio di chissà quale noce africana. Ma lo spettacolo sono le portate: quattro pasti (pietanze in ciotoline) in un vassoio tondo metallico da ¾ di metro di diametro! E pensare che pensavamo che gli etiopi muoiono di fame…

Superato l’iniziale imbarazzo (c’è mai stato, mi chiedo?) di dover mangiare con le mani,
ingaddiamo su quella sorta di pane-crépe spugnosa per meglio aiutarci a ingurgitare bocconi dalle scodelle e dai margini del piatto. Undici minuti, e il vassoio è devastato come campo bombardato. Avrei un bel po’ di foto, sia di quest’ultima sera che delle altre vicende trattate e non trattate su questo topic; tuttavia, per ragioni di spazio (e pesantezza) mi limito a riportare solamente l’ultima immagine felice…

Ok, per oggi mi fermo qua, certo di aver parlato solamente di piccola parte di quanto volevo. Bah: recupererò in un prossimo
amarcord: per adesso impelle il capitolo sull’arte e i musei.
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Appunti di viaggio: Nederland pt. II
Il 10 marzo, come da data standard per la preventiva ricerca dei treni sul sito delle ferrovie olandesi, è adibito alla perlustrazione del territorio circostante (col pass interrail puoi prendere tutti i treni ‘normali’ – in seconda classe, beninteso – che vuoi). Prima meta obbligatoria: Rotterdam. L’accoglienza non è delle migliori: palazzoni ipermoderni, grattacieli molto americani, traffico quasi caotico (almeno a confronto con quello di Amsterdam), installazioni artistiche contemporanee nei parchi, e tutto come avvolto da un pulviscolo che puzza di spinti anni ’90.
Ad essere sincero, di quel giorno non ricordo molto, se non la circumpasseggiata stazione-parco-piazza-stazione. Carino il parco (quasi come le piramidi d’Egitto), davvero caratteristiche però le case cubiche e per di più in pendenza – abbiamo fatto l’errore di non entrarvi, in quelle visitabili – situate vicino a un grattacielo a forma di matita: mah!
Ben altra storia il pomeriggio: destinazione Delft, città natia (o ‘natale’?) di Vermeer e nota al mondo intero (siamo sicuri?) per le sue ceramiche bianche e blu e per essere stata la cittadina dove venne ammazzato un tale sovrano d’Orange, un certo Guglielmo… Simboli del paesino due chiese: la vecchia e la nuova. La prima, Oude Kerk, caratterizzata dalla torre con accentuata inclinazione, immersa tra stradine e cortiletti che non distingui il confine tra medioevo e età d’oro olandese (il Seicento, ovvio).
L’altra, la “nuova” Nieuwe Kerk, invece, si erge su una piazza quotidianamente adibita a mercato (peccato!) nel quale si può trovare qualsiasi inutile cianfrusaglia possa passare per la mente (io ho preso una doppia presa adattatore da schuko a bipolari italiane a solo € 1,20: interessante!).
Da bravi piddiàri, non entriamo nelle chiese (il ticket d’ingresso costava ben due euri: sono pazzi!), e invece gironzoliamo tra le tipiche porcellane tipo cinesi, tipo troppo bruttine, tipo che sapevamo dal principio che non ne avremmo mai comprate, ma tipo che tanto valeva darvi un’occhiata, tanto non si pagava.
L’11 mattina (o ‘mattino’?) è dedicato – finalmente! – alla visita dello Stedelijk: ma di questo e degli altri musei ne parlerò in un prossimo apposito topic (l’arte vuole la sua parte tutta per sé…). Finalmente la sera dello stesso dì si esce da casa (come se fosse una gran fatica!), per vivere un pochino Amsterdam by night. Prima tappa, un ristorante indonesiano (ci informano che in Olanda c’è la migliore cucina indonesiana d’Europa). Iniziano a servirci una fila di piattini, contenenti un po’ la qualunque variante di vivanda piccante, coi (o ‘con le’?) quali empirci il
descopiatto. Il risultato è un intruglio lucido e colante spezie polverose e olio vegetale non ben specificato, accompagnato da riso orientale, il tutto assai piacevole (o ‘piccante’?) al palato e soprattutto allo stomaco, presto satollo.Ci rimpinziamo per benino, paghiamo le individuali 17 € (
cazzo!un giusto prezzo per la propria sazietà) e siamo pronti per la nottata. Passeggiamo dunque pervia delle Finanzeil corso delle buone donne, ben attenti a non accettare coca dagli sconosciuti che ti chiedono bisni? e a non fotografare le ragazze in vetrina, ché a quanto pare si offenderebbero e incazzerebbero troppo.Approdiamo quindi in un pub, il Rembrandt’s Corner, per il consueto cicchettino digestivo. I cordialissimi amici di Salvo parlano inglese, ma anche spagnolo, ma pure olandese e francese e a tratti qualcosa di italiano, e lì il povero siciliano apprende il suo infausto destino di essere solo un misero zampirro di fronte al mondo intiero.
Andiamo al 12. Boh!, credo lo dedicassimo allo shopping, così come l’indomani (del resto, nel weekend cosa si può fare in giro, se non cazzeggiare?). Nessuna visita rilevante, insomma; ricordo di un kebab, anzi di un (una?) shoarma a pranzo: con sole 6 € puoi farcirti il tuo piatto (la base è comunque carne a brandelli e una sorta di pagnotta) con tutte le salsine e verdurine e minchiatine che vuoi (tanto è gratis, ragiona il villano: si finivano i ‘contorni’ dal piatto e prontamente ci si rialzava a prenderne di nuovi…). Peccato non ci abbiano avvisato che i turchi mangiano estremamente piccante: labbra rosse e gonfie (no, non parlo di
ficavagina eccitata…) che non vi dico…Ricordo anche di una capatina al mercato dei fiori, proprio sotto la Munt Toren, ad acquistare, come di dovere d’obbligo e di consueto, i
semibulbi di tulipani da portare a casa e provare a piantarenell’armadiosul balcone o nello spiazzo in campagna.Sabato e domenica, di giorno assai tristi e sprecati come ben mi rendo conto adesso, di sera vengono trascorsi a casa (doppiamente vergogna!), a mangiare bere fumare e incomarsi, tra stanchezza ed effetto soporifero di birra e canna. Siamo cessi di persone.
Il 14 si va al Rijksmuseum (vedi intervento presto veniente) e la sera subito a letto (che palle, nevvero?, ma eravamo troppo stanchi…), il 15 al Van Gogh (al solito, aspetta – e spera – un nuovo argomento futuro). Altra bella sortita notturna il 15, proprio alla vigilia della partenza, col nero nel cuore e il vuoto nello stomaco, presto colmato dalle pietanze di un ristorante etiope (tra parentesi: non credereste alla varietà di ristoranti etnici che possiede Amsterdam: mica solo cinese e messicano come dalle nostre parti!). Dicevo: ci rechiamo a ’sto Eetcafe Ibis e ordiniamo un po’ a caso; come prima cosa ci perviene una birra esotica, marca Mongozo, alla palma: davvero pastosa e gustosa, e anche dalla rispettabilissima gradazione alcolica del 7%, e per di più servita nel guscio di chissà quale noce africana. Ma lo spettacolo sono le portate: quattro pasti (pietanze in ciotoline) in un vassoio tondo metallico da ¾ di metro di diametro! E pensare che pensavamo che gli etiopi muoiono di fame…
Superato l’iniziale imbarazzo (c’è mai stato, mi chiedo?) di dover mangiare con le mani, ingaddiamo su quella sorta di pane-crépe spugnosa per meglio aiutarci a ingurgitare bocconi dalle scodelle e dai margini del piatto. Undici minuti, e il vassoio è devastato come campo bombardato. Avrei un bel po’ di foto, sia di quest’ultima sera che delle altre vicende trattate e non trattate su questo topic; tuttavia, per ragioni di spazio (e pesantezza) mi limito a riportare solamente l’ultima immagine felice…
Ok, per oggi mi fermo qua, certo di aver parlato solamente di piccola parte di quanto volevo. Bah: recupererò in un prossimo amarcord: per adesso impelle il capitolo sull’arte e i musei. Post simili: