Ricordi non più bui

Ridda di argomenti di cui parlare. Di molti ho già steso appunti, altri sono in fase di ritocco. Tanto vale distrarsi e rievocare l’imminente passato “appena” ritenuto.


Quarantott’ Settantadue ore senza luce, questa settimana. Cioè: non senza luce (sole, raggi ultravioletti…), ché anzi abbonda(va) (tranne quando pioveva): senza elettricità. Dunque, senza luce (luce-artificiale-infiamma-naturale-tungsteno) di notte. E senza energia per tutto il giorno. L’800900800, per voce di uno ’ncarcatu* tecnico adranita, ci informa farfugliosamente che «c’è stato un furto»: si futteru ’n trasfurmaturi, roba da non crederci. Trasformatore che non è stato rimpiazzato (sono andati a prenderlo fino a… Enna, pensate!) prima di ieri mattina. La luce andò via alle 11 di mercoledì. Complimenti Enel.


Leggerezze. Intanto l’estate è esplosa. Non esistono più le mezze stagioni, e se ve lo dice il filosofo del monte (caldo caldo, freddo freddo), fidatevi. Io ne ho viste, cose – in questi sei mesi, in questo mezzo anno di permanenza ‘alle vigne’ – che voi cittadini non potreste immaginarvi. E siccome non voglio che vadano perdute, affido a una memoria ‘esterna’ e praticamente infallibile parte dei miei ricordi, certo rielaborati prima da me (dalla mia mente, dal mio corpo, dal mio cervello) ma almeno fermati in un particolare momento di rievocazione (e anche la fotocamera digitale aiuta, a fissare alcune scene evocative). Almeno, se proprio devono essere perduti (i ricordi), lo saranno come bit nel supporto fisico, non altrimenti.


Certo è da chiedersi quanto possano essere propri i ricordi non ri-costruiti dalla nostra coscienza, e quasi non passibili di corruzione (e di correzione) alcuna. Il corpo non dimentica mai, insegna il Maestro: la Materia, finché non viene distrutta, conserverà i Segni depositati su di essa dal (nel) Tempo. Tutto torna (i conti tornano, e i torni contano).


E che dir del passaggio, via via, dalla pietra al metallo, al legno, alla carta, al nastro magnetico… fino al disco rigido, nuovamente pesante come aggregato minerale, tempestato di segnetti di due soli tipi, odierna stele di Rosetta pressoché indecifrabile per un occhio alieno: fenomenologicamente, preso in mano, ci dice meno cose di un pezzo di lamiera, di una scatola, di un sasso. Qui stiamo gettando le nostre memorie; qui attecchiscono, scalfendolo appena eppur prepotentemente, parole, immagini, suoni, filmati, di cui presto potremmo sentirne l’estraneità – come quando si rileggono i temi, le poesie, le lettere dell’adolescenza e, già dopo pochi anni, ci si chiede: ma ero io?


Bah. In fin dei conti, il bit è labile: cancellarlo è questione da poco – perderlo nella marea di dati, nella piena informazionale, è anche più semplice. Ciò non toglie che, finché lo riterrò opportuno e stimolante, continuerò a incidere, impenitente, impressioni sensomotorie e meditate su questa cornice, entro questo frame (qualcuno ha pensato a Minsky? Sbagliato: sono frame non ancorati, diavoleria html neanche convalidata dal W3C).


Bene: dovevo parlare di ricordi (i miei di questa settimana), e invece ho parlato (poco e male) di Ricordi (nella loro genericità e nella specificità di quelli immagazzinati nelle memorie dei computer). Valga come mezza metabloggata o un quarto di metafisica.

* Dall’accento assai fine.

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Un Commento

  1. Pubblicato 20 maggio 2005 alle 20:47 | Link Permanente

    He he…
    Come mezza bloggata nn è andata affatto male!

    Io ricordo a volte di icordare perché dimentico tutto..forse rimuovo per far da capo sempre nuove cose con la mente priva di piacerdispiaceri ingobranti.

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