Fumi e profumi di fine festa

Non sono particolarmente devoto, per usare un eufemismo: tuttavia la tre giorni di San Placido non smette di esercitare il suo fascino anche su di me. Così nonostante il clima – il meteo, fissa del nuovo secolo votato ai cataclismi – improvvisamente impertinente (maledizione di San Zenone?), nonostante personali intoppi universitari (che m’hanno intrattenuto lontano dal paesello e anche dal computer), nonostante tutto la sera del 6 ottobre è imperdibile anche per me. Un’occasione irripetibile da molteplici punti di vista: umano sociale antropologico spirituale culturale etnografico. Non starò tuttavia a rivangare le origini della festa, le tradizioni smarrite e le consuetudini dimenticate: sono troppo giovane, e il ricordo più remoto che tengo è il carosello di giostrine a piazza Sant’Orsola con relativi ambiti gettoni di plastica dai colori sgargianti. Parimenti non posso nemmeno esprimermi sulla festa, anzi sulla Biancavillinfesta, nella sua globalità: ero troppo impegnato in matti e disperatissimi studi per poter prestare la mia attenzione ai vari Povia, Dolcenera ed Al Bano (avrei al più riposto le sudate cartacce per un Battiato, un Capossela, Giorgia o Carmen Consoli, la PFM – ok, loro sono già venuti –, Elio e le Storie Tese o finanche i Sugarfree, ma tant’è). Mi limiterò dunque ad una personale cronaca tra immagini e parole.

Giungo al paese che saranno le otto di sera, impreco compostamente – orrore, in un giorno così sacro! – nella ricerca di un posteggio che per fortuna trovo per il rotto della cuffia, resto indeciso se lasciar l’ombrello in auto o trascinarmelo appresso. Il mio tour ha inizio da piazza Sgriccio (nome che fa accapponar la rosea pelle delle pulzelle sicule-non-biancavillote): subito il greve odor d’olio di crispelle m’accoglie con prepotenza. Sono già nell’atmosfera: i densi fumi delle caldarroste, l’appetitoso ma acre odore di sasizza-e-cipudda, il sottofondo dolciastro di torrone e caramelle, quell’olezzo unto e gommoso di patatine fritte e panini frettolosamente piastrati: è festa! Ceeeee-le-bra-tion!


Svolazzo di gonne e borsette, tacchi stivali fibbie e spillette, new-etnico in chiassosa esposizione, rampanti teenager e cenerentole libere d’andar da sole per una sola sera… ma non c’è tempo per le bancarelle – poche peraltro: dove sono gli annuali rifornitori di ceramiche a basso prezzo, di sacchetti per l’aspirapolvere, di quisquilie per sprovveduto bricolage? E dove il dimostratore, megafono incluso, della padella-coltello-frullatore-pietramàgica che ti aiuta a cucinare più in fretta senza grassi in modo salutare e naturale genuinamente? (I fucùna, le nostre affumicate fucine della domenica, sono ormai spariti da tempo dal panorama fieristico sanprazzitèsco: adesso di fronte al Comune c’è il marciapiede e nient’altro.) Mi affretto: incrocio il feretr… ops, il fercolo all’altezza di piazza Sant’Orsola, pronto ad imboccare la via Inessa per il sospirato ritorno alla Matrice. Corro dunque alla stradina antistante l’omonima diroccata chiesa per beccare in direttissima il transito della processione. Ecco i candidi confratelli, ecco il baldacchino dorato con la statua dalle gote rubiconde, ecco gli stendardi e i vessilli, ecco i fieri rappresentanti del pubblico potere, ecco il corpo bandistico con ottoni legni e pelli. E i devoti? Non riesco a capacitarmi: non rivedranno il loro santuzzo per 364 giorni ancora eppur non si degnano di seguirlo nell’ultimo viaggio del 2006? Ingrati.


Tutto mi risulta più chiaro non appena torno sulla via principale per dirigermi alla postazione da cui seguirò il rientro. Si cammina ponendo letteralmente un piede dietro l’altro (a volte anche sopra), a passettini tenui e timidi: la folla, la gran massa è riversata in quello che per qualche sera, ma soprattutto in questa sera, diventa il grande salotto biancavillese, il salone sovraffollato dove beccare, e talvolta anche scansare imbarazzati, l’amico o il parente che non si vede da tempo (possibilmente da un anno esatto). Ci siamo tutti davvero: i nostri fratelli e cugini espatriati, i figli che lavorano al Nord e i nipoti che studiano a Catania. E gli ex compagni, gli amici dispersi e i persi conoscenti in una persistente, infinita teoria di gente-che-conosci-di-vista: bene!, il cuttìgghiu ha carburante novello per un anno ancora: talìa, talìa! Ma non c’è tempo per formare capannelli: il Santo percorrerà in ben poco tempo la sgombra e ripida via Inessa: sono le nove e mezza, e non più tardi delle dieci varcherà il bronzeo portone nuovo di zecca della Chiesa Rànni.


Piazza Roma, nonostante il notevole slargo e il nome importante, è in assoluto lo spazio più denso di gente: si nuota a fatica nella marea di biancavillesi ben azzimati (ma quest’anno con quel nonsoché di sciatto e frettoloso casual e demodè dovuto forse all’indecisione estrema sull’abbigliamento da indossare data l’instabilità climatica). Sgattaiolare per le vie secondarie m’avrebbe fatto perdere lo spettacolo della chiazza, per cui da autentico saltimbanco cerco di non perdere l’equilibrio su quell’orlo di marciapiede non intasato da sedie di anziani ben appostati anzitempo.


Lo scenario, tutto sommato, non è privo di suggestività: l’impianto architettonico, palchi a parte, è ben valorizzato e non annoia e rattrista l’occhio come una comune serata feriale. Decifro la condizione ideale della gran piazza: o del tutto vuota (né macchine né bipedi) o totalmente piena, calorosa come stasera. Non posso fare a meno di notare la Chiesa sontuosamente illuminata: le zampillanti fontane di lampadine intermittenti sono ormai un lontano ricordo.


Non è stato facile, ma eccomi giunto alla mia isola quieta. Posso sedermi e rifocillarmi (evito il cibo venduto per strada per scongiurare complicanze gastroepatiche), nell’attesa condivisa di quella che ormai è diventata una nuova ma consolidata consuetudine, una tradizione da tramandare ad libitum ai posteri: lo “spettacolo piromusicale”. In altre parole un connubio tra botti e note, un ossimorico contrapporsi di suoni e rumori, di composte melodie e ritmi fragorosi, di armonie contrappuntate da deflagrazioni scintillanti. Negli anni passati abbiamo visto violinisti e soprani duettare e interagire con cariche piriche sincronizzate: cosa attenderci quest’anno? Frattanto le prime avvisaglie acustiche: il santo sta rientrando.


Si fanno le dieci e venti: s’è perso un bambino, lo spettacolo comincia tra dieci minuti, ancora un attimo di pazienza. Finalmente si spengono le luci e gli altoparlanti emettono le prime profonde note: i mortaretti tuttavia tacciono. Non essendo presente in piazza (gremita come non mai), tutto quel che posso vedere sono strie di laser verdi che solcano il cielo e si rifrangono tra le facciate, ma mi hanno riferito che quelle emanazioni luminose componevano un caleidoscopio di topolini-cerbiatti-babbinatali-padripii-bimbisdentati-chiesecadenti e chissà cos’altro. Su di ciò non emetterò un sudicio giudizio (troppo forte la tentazione di annunciare frettoloso ininfluenti profanizzazioni e criptoblasfemie), né tasterò gli umori effimeri di chi assistette. Certo quelli immediati sono ben udibili: fischi e soffi felini tra i denti. E che diamine, la gente vuole lo sparo, i sacrosanti botti! Ma il biancavilloto, che ha rinunciato ad accompagnare Santo Placido pur di garantirsi un posto in prima fila in quella che è la vera attrazione della festa, non carpisce che l’abile regia vuole creare la giusta suspense. Effettivamente anch’io mi chiedo: vuoi vedere che quest’anno, per stupirci davvero, gli spari non ci saranno? Immagino dispendiosi prodotti pirici annegati nel piovasco pomeridiano, ma in effetti s’è trattato di quattro innocue gocce e niente più, inabili a sminare il cadente palazzo (perdio, il palazzo è tenuto bene, ma il cornicione mi desta preoccupazione…). Comincia la musica (nel senso di suoni ormai decifrabili): Con te partirò di Bocelli (lirica per poveri) e l’O Fortuna dai Carmina Burana: nulla di nuovo. Ma i sospirati fuochi d’artificio? Ci sono, ma fanno più luce e fumo che scroscio e sincronici tonfi. Non ci siamo, decreta il pubblico spazientito: ancora fischi e fiaschi. Ma con Enya (ricordavo la medesima successione musicale in un piromusicalspettacolo di un anno passato: soprattutto rammento come in un déjà-vu la stonata intrusione new age nel contesto festivo di cui non raccapezzo più la linea di confine fra sacro e profano, tra spiritualità e trivialità, tra oppio dei popoli e panem et circensem), con Enya la situazione sì che si rianima: partono i primi seri spari, anzi più swisssh e frssssc che boom e pam.


Il delirio, l’autentico spetezzamento sinfonico-corale si ha finalmente col valzer Sul bel Danubio blu che sinceramente, se proprio devo accostarlo ad altre esperienze sensoriali, lo preferisco accompagnato da silenti navicelle spaziali. Lo scimmione paventò pietre aliene, il cavernicolo si stupiva di fulmini (e li deificava, pure), il cittadino ormai ben al riparo dagli eventi naturali – sassi e scosse – continua a meravigliarsi dei fuochi artificiali (nondimeno lampi litici ch’egli soppianta a più remote credenze tradizionali). Mi si palesa il fatto di star assistendo alla più perfetta e icastica rappresentazione del kitsch così come inteso da Eco in “Apocalittici e integrati”: tutto è teso a suscitare un’emozione immediata nel pubblico, una reazione senza riflessione. La riproposizione di stilemi vecchi ormai consumati, «l’incapacità di fondere la citazione nel contesto nuovo» con l’ardita pretesa di «stimolare esperienze inedite» in pretenziose sinestesie indotte, e soprattutto «l’opera che, per farsi giustificare la sua funzione di stimolatrice di effetti, si pavoneggia con le spoglie di altre esperienze, e si vende come arte senza riserve»: gli astanti hanno la netta impressione di assistere ad un’autentica esperienza estetica, complice l’elemento “musica classica” (vagli però a dire di Strauss o Rossini…), non solo non accorgendosi della consunzione delle suddette composizioni orchestrali – ormai inidonee tanto a cenoni di capodanni quanto a réclame di automobili o videofonini – e dell’uso ormai svilito e slavato di una simile contaminazione tra (ex-)aulico e pop(olare) nell’antitesi violino-petardo, ma trascurando anche il fatto che lo stesso messaggio piromusicale (ma proprio il medesimo) si è più che usurato in oltre un lustro di simili spettacoli nella nostra realtà paesana.


Fortunatamente giunge conclusivo il tema della Gazza ladra, soteriologicamente catartico. L’iperviolenza vuole prepotentemente impossessarsi di me: vorrei scalciare la folla per farla ravvedere: caspita! ammirate quanti soldi andati letteralmente in fumo!, cribbio! non è arte questa e non ne vale la pena!, ma sto solo arrovellandomi il gulliver. Perlomeno gli ombrelli sono loro serviti a proteggersi dai copiosi detriti polverosi che piovono infausti: gli altri usano le mani libere per applaudire soddisfatti e non rimborsati, o per tergersi le lacrime indotte meno dalla commozione (cerebrale?) che dalla concentrazione nell’aere di solfuri e precipitati varii.


Pare che nonostante tutto nessuno abbia preso fuoco. Torno sollevato sulla strada, e le ore successive vagabondeggio tra il viale dei Fiori tutto wurstel e tappeti (senza neanche il cuore, peraltro mai avuto, della capatina alle ggiostre) e via Vittorio Emanuele (e dove sennò?). C’è molta svogliatezza per il gramo sparo di mezzanotte a piazza Don Bosco (fino a pochi anni fa unica grande attrazione artificiale, tremendo terremoto di botti che mettevano il punto alla festa autunnale), apatia peraltro diffusa negli iperstimolati biancavillesi. Non si fa in tempo a comprare una cartata di caramelle, si scansa a malapena una nascente scerra tra venditori prontamente smontanti e per giunta non trovo neanche il cinese con gli olmi bonsai. Questa festa è insoddisfacente, ma ne ho un’altra nella mia mente…


La serata finisce, per me e altri giovinastri, seduti sugli scalini della materna chiesa che tutti accoglie, silenziosa e possente.

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7 Commenti

  1. Pubblicato 13 ottobre 2006 alle 19:26 | Link Permanente

    Un sincero grazzie.per le stupente foto e commenti. per noi extra muro che putroppo viviamo fuori .grazzie a voi se non altro ci permettete di condividere piccoli scorci della tanta e desiderata festa che da bambini tanto aspettavamo.ancora grazie con stima alfio D’agati

  2. Pubblicato 13 ottobre 2006 alle 21:45 | Link Permanente

    ciao a tutti. Infatti sono daccordo con Alfio D’Agati.
    Le foto scattate da Davide Tomasello sono bellissime.

  3. Pasquale Uccellatore
    Pubblicato 19 ottobre 2006 alle 00:53 | Link Permanente

    Complimenti Davide per l’ articolo, hai analizzato perfettamente l’atmosfera di una festa a cui io sono molto legato pur non essendo di Biancavilla.

    Davide io ero a conoscenza del tuo talento sin dai tempi del liceo questo sito che hai realizzato ,non fa altro che confermare le tue grandi capacità d’iniziativa.Serve gente motivata come te per migliorare e valorizzare un paese come Biancavilla.
    in bocca al lupo da un tuo amico di vecchia data.

  4. Alessandro Scaccianoce
    Pubblicato 25 ottobre 2006 alle 02:57 | Link Permanente

    Hai perfettamente descritto lo stato d’animo dei biancavillesi che attendevano, che aspettavano… e che si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano.
    La festa non è stata un gran che. L’aspetto profano, come confermi dal tuo punto di vista, ha letteralmente preso il sopravvento su quello religioso e con risultati neppure degni di grande considerazione.
    Ma a Biancavilla è cominciata la campagna elettorale. Ne vedremo delle belle (ma non parlo di feste) da qui ai prossimi mesi.
    Salutoni e complimenti.
    Alessandro Scaccianoce

  5. Angelica
    Pubblicato 25 gennaio 2007 alle 18:43 | Link Permanente

    Tommy David tu sei AGNOSTICO! ………???????

    in una scarsità di credo, si stabilisce una insoddisfazione permanente che crea una sorta di sottrazione.
    non c’è foglia che si muove che Dio non voglia

    anche il professor Antonino Zichichi noto e famoso scienziato crede

    dal libro della sapienza ti dico………………………..

    In Essa (nella Sapienza) c’è uno spirito
    Intelligente e santo
    Unico, molteplice, sottile,
    Mobile, penetrante, senza macchia,
    Terso, inoffensivo, amante del bene, acuto,
    Libero, benefico, amico dell’Uomo,
    Stabile, sicuro, senza affanni,
    Onnipotente, onniveggente
    E che pervade tutti gli Spiriti
    Intelligenti, puri, sottilissimi.
    La Sapienza è il più agile di tutti i moti per la sua purezza si diffonde e penetra in ogni cosa.

    auguri per la tua misera esistenza

  6. Pubblicato 26 gennaio 2007 alle 14:52 | Link Permanente

    Anche peggio se possibile: sono ateo. Eppure la mia esistenza non è affatto misera, te lo garantisco. (Probabilmente non basterà un commento, e nemmeno un topic, per potertene convincere.)
    E, per carità, non nominarmi Zichicche!

    P.S.: a proposito di Sapienza, chi può amarla più di un Filosofo?

  7. Angelica
    Pubblicato 26 gennaio 2007 alle 19:52 | Link Permanente

    è il Signore che da la sapienza, da lui provengono scienza ed intelligenza

    il proff. Zichichi non mi è simpatico neanche a me.
    Mi sono permessa di menzionarlo perchè scienziato ed ho letto un suo libro dove riconosce l’onnipotenza del creatore.
    non mi è simpatico perchè studia i neutrini ( particella della bomba atomica) nel laboratorio sotto il Gran Sasso d’Italia con finanziamenti degli americani. quanche anno fa dal laboratorio e fuoriuscito materiale altamente inquinante, ove ha inquinato una falda acquifera. l’acqua per me è più preziosa dei neutrini, perchè la prima rappresenta la vita la seconda la morte.

    caro Tommy se tu avresti visto e conosciuto ciò che ho visto io non diresti ciò!
    nella mia vita ho visto la morte in faccia ripetutamente, ho viaggiato conosciuto varie culture vari personaggi compresi i medium e anche degli esorcisti, e ti posso garandire che Dio esiste!

    scusami se ti parlo così, spero che apprezzi la mia franchezza

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