Dennett ha una concezione particolare del riduzionismo. In un periodo in cui quest’ultimo si trascina dietro una fama tanto cattiva, egli intende rivalutarlo anzitutto distinguendolo da quello che è veramente un riduzionismo cattivo, il “riduzionismo avido”, il quale tenterebbe di spiegare tutto sottovalutando la complessità a favore del “fondamento” (la base prescelta alla quale ridurre la realtà). Ciò sarebbe un’assurdità, secondo Dennett, perché « è ovvio che non si possono spiegare tutti gli schemi interessanti al livello della fisica (o della chimica, o a qualsiasi altro livello basso) » (1995, p. 129). Egli rivendica invece l’utilità di un riduzionismo “buono” e “flessibile”, assumendo posizioni non distanti da quelle di Douglas Hofstadter che, in un giocoso “Preludio e… mirmecofuga” (Hofstadter 1979, pp. 299-308, 337-364; con “Riflessioni” dell’autore anche in Hofstadter e Dennett 1981, pp. 151-198), intende mostrare che riduzionismo e olismo sono, in fondo, due facce della stessa medaglia, ovvero due modi, due direzioni opposte e convergenti per spiegare la realtà (Hofstadter giunge a parlare di “riduziolismo”…). Il riduzionismo accettato da Dennett è semplicemente « l’impegno nei confronti di una scienza che non faccia petizioni di principio e che non si renda responsabile di alcun genere di miracolo accettando misteri o miracoli sin dal principio » (1995, p. 102): in tal modo la complessità non è negata ma soltanto analizzata e demistificata, grazie ad una condotta che filosoficamente ha un precedente nel celebre principio del “rasoio di Occam”.

Dennett, lungi dal voler ridurre tutta la realtà ad un unico livello, prende atto della coesistenza di vari livelli di descrizione (e spiegazione). Un sistema è esplicabile su più livelli, da quello più basso (molecolare) a quello più alto (funzionale, strutturale), e si adotterà l’uno o l’altro approccio in base a ciò che vogliamo ottenere. Solitamente la descrizione al livello più alto, di stampo olistico, nell’uso quotidiano sembra preferibile, in quanto appare più semplice e prevede un vocabolario teleologico e una dimensione semantica (è questo il caso dell’atteggiamento intenzionale). Al contempo, tuttavia, noi accettiamo il fatto di poter essere descritti a livello molecolare e cellulare; il problema e la sua soluzione, come rileva Hofstadter (1979, p. 308), stanno nel fatto che « praticamente non c’è modo di collegare una descrizione microscopica di noi stessi con ciò che sentiamo di essere, e quindi è possibile collocare rappresentazioni separate di noi stessi in “comparti” affatto separati della nostra mente ». Grazie alla teoria dei livelli di descrizione viene anche spiegata la diffusa insofferenza per il riduzionismo e la nostra normale insoddisfazione per le spiegazioni “in terza persona”:
« Ma allora abbiamo ammesso che le leggi di livello superiore sono quelle che in realtà governano e reggono il sistema, al di sopra e al di là delle leggi di livello inferiore? No. Semplicemente, una spiegazione che abbia un senso richiede concetti di livello superiore » (Hofstadter e Dennett 1981, p. 192).
L’approccio in prima persona (di tipo olistico) viene insomma usato per comodità, e solo in modo strumentale, per soddisfare le nostre ineliminabili esigenze semantiche. Questo sembra mettere l’ultima parola sulla preferenza di Dennett per l’approccio riduzionista a livello esplicativo strettamente scientifico (data la sua preminenza causale su quello olista) pur salvando l’olismo ad un livello di atteggiamento intenzionale mentale (proprio della psicologia del senso comune).
Riferimenti bibliografici:
DENNETT, D.C. (1995), L’idea pericolosa di Darwin, Bollati Boringhieri, Torino 1997.
HOFSTADTER, D.R. (1979), Gödel, Escher, Bach, Adelphi, Milano 1990.
HOFSTADTER, D.R. e DENNETT, D.C. (1981), L’io della mente, Adelphi, Milano 1992.
7 Commenti
Una puntualizzazione: per Dennett il criterio per capire la “bontà” della semplificazione di complessità operata dal riduzionismo è dato dalla sua utilità, ovvero la spiegazione che riusciamo ad ottenere. Spesso modelli più semplici riescono a spiegare la realtà meglio di modelli più complicati: perché cercare in tal caso un punto di vista più elevato?
Una mia considerazione (non distante da quelle di Dennett, suppongo): forse è proprio la mancanza di immaginazione di “livelli intermedi” che ci rende difficile considerarci come frutto dell’evoluzione. Dovremmo capire che non c’è nessun principio trascendente – miracolosamente infuso dall’esterno – in noi: siamo frutto di un cammino lento e lungo, di stratificazioni di atomi e tempo, cellule e funzioni.
Tòh, questo è il mio 200° post. Auguri a me.
Caro Tommy, auguri!
Ti faccio anche i complimenti per il modo in cui saggiamente e con precisione dai conto di ciò che leggi, oltre al modo poi di porlo nel tuo blog; mirabile per questo.
Deduco poi che abbia finito di leggere Godel Escher Bach… Un libro davvero straordinario che ho ammirato molto e, per quanto poi ne prenda le distanze su diversi punti, trovo sempre stimolante e un mezzo di confronto sempre utile. Quel libro è davvero meraviglioso. Una lettura lunga ma inebriante. La consiglio, insieme a te naturalmente.
In merito, sono d’accordo sull’ultima tua “riflessione” nel tuo penultimo commento. Sulla complessità: il riduziolismo non mi soddisfa molto ma accolgo con piacere – come accolsi quando lo lessi la prima volta – l’apertura che grandi menti come quella di Hofstadter e Dennett mostrano di avere quando si trattano temi talmente delicati.
Rinnovo ancora una volta i miei auguri per questa tua tesi. A proposito: proporrai delle tue personali riflessioni finali (se puoi in qualche modo anticiparle sommariamente)?
A prestissimo (anche di persona),
Davide
> Deduco poi che abbia finito di leggere Godel Escher Bach…
E invece (purtroppo) no: mi sono appellato a diversi diritti del lettore di Pennac… Per me quel libro rimane ancora una bibbia da consultare, ma non semplice da leggere interamente e sequenzialmente: basta che smetti per una settimana e paf!, sei spacciato: non riesci più a raccapezzartici. Ci riproverò in tempi più tranquilli. Che sia interessantissimo, però, non ci piove!
Le riflessioni personali spero di proporle sia nel testo sia, più organicamente, nella conclusione. Non vorrei davvero che il mio si riducesse a un mero lavoro di compilazione…
Anticiparle? In parte lo sto facendo già qua, nei commenti! Comunque non è semplice, visto che sto ancora elaborandole. (Il mio scetticismo è croce e delizia…) Riguardo più specificamente l’evoluzionismo di Dennett, lo commisurerò con prospettive meno riduzioniste come quella di Gould, tentando di proporne una sintesi dialettica. Anche se sospetto fortemente che «la verità sta in mezzo, come tutto ciò che è d’impaccio» (questo può essere valido anche per il “riduziolismo”…).
la risposta
http://www.albanesi.it/Mente/zoosofia.htm
Ehi Questo post me lo ero perso!!!!!
La bibbia è il nome con cui un mio carissimo amico (praticamente un fratello) ed io ci riferiamo appunto a G.E.B. che è il mio nick su aNobii.
Dire che siamo in sintonia è pleonastico!
Ora comprendo perchè pur leggendoti da tempo (forse non dal 2008) ho aspettato tanto per intervenire. Essendo le fonti di riferimento talmente simili difficilmente trovavo appigli che giustificassero miei interventi!!!
Riguardo la fine della lettura di G.E.B. (che io scrivo sempre con i puntini) è un problema che non mi sono mai posto in questi ultimi 20 anni. Comprai la mia prima copia nel 1991 e l’ho portata con me per almeno dieci anni. Anche in viaggio di nozze. I suoi livelli di lettura portano a anelli infiniti che non possono mai lasciarti annoiato. Ho conosciuto l’anno scorso il lucente DRH ad un convegno presso la facoltà di filosofia di Bologna e la sua aurea ancora infonde i miei pensieri. Da allora sul mio comodino c’è il suo anelli dell’io (con dedica autografa che presenta uno schizzo che ho deciso di non interpretare con fretta) e le prime pagine l’ho già rilette una decina di volte. Il prezzo del libro è secondo me già abbondantemente ripagato con la sola prefazione.
Ma come mia abitudine sto divagando….
Un Sorriso riduziolistico.
Se vuoi un altro appiglio alla sintonia, sappi che l’ultima mia tesi verteva sul darwinismo filtrato da Dennett.
A proposito, mi hai invogliato a rimettere quel libro sul comodino. Lo ricomincerò all’anno nuovo, però – prima ho da finirne un altro, di cui comincerò a parlare domani…
P.S. Anch’io lo conobbi.