La flotta della buona ventura
Navigando per sette lunghi anni, remando ininterrottamente contro avversità indicibili, ne ho viste di cose che voi uomini di terra non potreste neanche immaginare. Ho visto mappe dei tesori scarabocchiate frettolosamente, e tardivamente corrette; ho visto forzieri vuoti e dobloni trafugati. Ho visto compagni impazzire, altri gettarsi al mare per disperazione, o venirvi gettati per futili motivi. Alcuni di noi ce l’hanno fatta; parecchi sono usciti così provati da quelle avventure da saper dire solo “sissì”; altri sanno solo sconsolatamente dondolare la testa. Ma soprattutto ho visto un bislacco equipaggio, che ho proprio voglia di descrivervi con le mie energie residue. Comincerò partendo dall’alto.

Anzitutto c’è Zeppino. Affettuosamente appellato “Saddam” dai suoi (im)pari visto il ridicolo nome che si ritrova (non potevano almeno chiamarlo Peppino?), è l’ammiraglio della flotta, anche se qualcuno lo vorrebbe ancora soltanto maresciallo (o, più utopisticamente ma con maggiore giustizia divina, semplice sguattero). Per lui e i suoi scagnozzi il vascello è inaffondabile; sulle sue terre non tramonta mai il sole. Grazie a tali poteri (usurpati a carnascialeschi contendenti) potrai vederlo incedere tronfio, sempre pieno zeppo di sé (e a ben donde), falcando l’aere con passo felpato e sguardo sornione. Chioma corvina (e dir che titilla l’età della pensione) e ben impomatata (questa sì che è roba da vecchi), naso rubicondo, non ha certo bisogno di stracci per dimostrarti che le cose stanno proprio come dice lui: nella sua morale vale solo la legge di Trasimaco. Fedele ai principi di Gian Giacomo e di Emilio, suoi sommi maestri e predecessori più illustri, tende a trattare l’equipaggio come dei bambinetti da educare per benino; nei suoi pistolotti moraleggianti può pure accusarli iniquamente di abusare di rum. Talvolta – è inevitabile – dimentica di aggiornare la rotta, ma poco conta: i rischi di naufragio gli saranno sempre sconosciuti (mal che vada, la scialuppa di salvataggio ha solo due posti e mezzo). Confesso che sovente mi guardava bonariamente di traverso: gli starò sulle palle ma gli faccio anche un po’ pena (sentimenti che contraccambio, accrescendoli in proporzione al rango del destinatario). Ad ogni modo gli sarò eternamente grato per avermi insegnato che l’uomo è cittadino di due mondi, quello della libertà marittima e quello della necessità terrestre – anche se io avrei supposto che fossero quello dell’apparenza (sempre impeccabile, come da etichetta morale) e quello delle carnevalate (da tenere ben celate ai sottoposti, come classe richiede).

Poi c’è Giulietta, la pupa dell’ammiraglio, da quasi sempre al suo fianco e quasi sempre a lato di lui. La si può scorgere talvolta assieme al boss in groppa al loro argenteo ronzino: la riconoscerai per l’ampia chioma folta e contorta, resa ancor più vaporosa dalla lesta brezza. Ex ragazza aspra e selvaggia (e anche un po’ sgraziata), venne raccolta dal suo cavaliere in un bosco tenebroso, addolcita con mille moine e conquistata con promesse da marinaio, poi straordinariamente mantenute grazie al fatto che ella si rivelò possedere segrete arti occulte indispensabili per il traino della nave. E là dentro ne ha fatta di carriera, la colta neocapitana. La nostra donna di denari infatti, tanto devota a San Biagio e a San Pasquale (ai quali accende un cero ogni sera), è in realtà un’astuta accalappiatrice, in grado di accaparrarsi tavoli e deschi, troni e poggiapiedi e finanche trespoli e bauli. Ottima contabile (vi avevo già accennato che è donna di cassa…), s’è volontariamente messa al servizio dei rematori di fregata – cosa invero del tutto insolita per il suo rango d’astro nascente – per aiutarli a far tornare i loro conti: col risultato che loro si son messi solo a contare i torni, esborsando fiorini e dobloni. Per questa iniquità rivestita di bei propositi non ci ha pensato due volte, a fregare un martello con nonchalance: lo vuole dare in testa a chi non le va.

Sempre dietro loro incedono un paio di animali domestici, Minimo e Calogero. Il primo è un buon vitellone pasciuto nelle praterie del nuovo mondo. I due comandanti, dopo averlo ferrato a dovere, hanno l’abitudine di incensarlo (ma non troppo). Devo dire che non avevo mai visto un bue odorare così distintamente di dopobarba (scarso per giunta). L’altro è l’asinello della sacra famiglia. Segue il bovino atteggiandosi addirittura – e stoltamente – a maggior compostezza, e ha degli zoccoli così lucidi che potresti specchiartici: ma è tutta apparenza. In fondo ha il solo ruolo di tener calda la mangiatoia, ed essere sacrificati senza pietà qualora il vento volgesse avverso. Tornando ai pezzi grossi, ecco invece Sereno, il massone, il gran sacerdote, il saggio canuto da tutti temuto, a dispetto dell’irrilevanza superstiziosa delle sue affermazioni. Attore consumato, proteiforme protagonista della vita di bordo, si dice rechi seco una cornucopia di vecchie commedie inglesi inedite e saggi etici criptici e stantii. È la persona alla quale i capitani subito pensano quando devono affidare un nuovo compito prestigioso: è o non è il religioso? Risiedeva in una candida villa, prima di imbarcarsi in nuove avventure dapprima per gusto estetico del bello, poi per dichiarati scopi politici, dunque etici, e ultimamente con fini sociali. Qualcuno teme che alla fine del suo percorso possa approdare alla pura teoresi, spiazzando tutti.

Poteva mancare l’interprete di bordo? No di certo! La Tesa, piccola e saltellante come uno scricciolo e sempre azzimata approssimativamente, parla tante lingue che comprende solo lei. A volte credevo di capire qualcosa di quel che diceva, ma era come se gli accenti fossero tutti fuori posto. Convinta e confusa allo stesso tempo, può dare dei consigli sbagliati facendoli passare metodicamente per verità. Suggerisco prudenza e attenzione a non farsi ingannare dalle sue moine e dalle sue faccette buffe e rugosette, visto il suo vizietto di giocare con le parole a suo esclusivo vantaggio. Ci sono poi due grandi amici di vecchia data, un poco estranei al clima della nave per via del loro conclamato paganesimo. Uno è Monouso, il satiro pifferaio, reincarnazione di un roditore. Può abbindolarti coi suoi suoni, ma solo la prima volta. Cambia spesso melodia, ma rimane sempre nella stessa tonalità. Tuttavia, vista la noia a bordo, il suo flauto è tutto sommato la cosa più piacevole da ascoltare. Dimenticavo: non è molto apprezzato dagli altri dell’equipaggio, visto che è un suonatore preso in prestito da un’umile barchetta. L’altro è invece Articus, il bello e buono, il fascinoso affascinatore. Glaciale, potrebbe freddarti col solo aprir bocca. C’è gente che lo venera come un dio, incantata dal suo ceruleo sguardo sempre sereno. C’è anche chi dice che abbia un uncino dorato al posto della mano, col quale incide con somma sapienza parole belle come lui: io non saprei dire, dato che è l’unico che non ho mai guardato in faccia, ma sempre di sbieco.

Ora che ci penso bene, c’erano anche altri animali: Fulmine è il cinghiale della compagnia. Purtroppo recentemente è stato colpito da una scarica elettrica alla testa, il che lo ha reso assai vulnerabile agli assalti bramosi di sbranamento da parte di Leopardino, un felino mattacchione dal pelo viscido e dalle fusa a tradimento, i cui miagolii sono i più sgraziati e strazianti che abbia mai sentito. Del tutto inoffensivo invece l’orso Vittie, un animalone ambientalista ed ecocompatibile ma di limitati interessi: ha il vizio di farsi gli affari tuoi, ma solo di sera. Una via di mezzo tra animali e uomini è invece il subcomandante Maltivenga, il nanetto da compagnia, il barbagianni della situazione. Nonostante la statura e l’aspetto da batuffolo, sta assemblando una piccola cricca per organizzare un ammutinamento in grande stile (e dire che di soddisfazioni se n’è prese…). Temo tanto che non vi riuscirà mai, a dispetto della sua buona fede. (continua?)





Mi sembra superfluo rammentare che ogni riferimento a personaggi o fatti realmente esistiti è puramente causale. Ma visti i tempi che corrono e i sospetti che circolano, è meglio specificarlo chiaramente…
Tommy, hai una fantasia davvero fervida!
Però però… non so perché, ma è come se i tuoi fossero dei racconti “epici”, in cui – appartenendo alla tua stessa comunità, avendo un pezzo di storia in comune – mi ritrovo. In essi esorcizzo le mie paure, faccio catarsi delle mie passioni negative, placo la mia ira e rido beffardo.
Se lo continuerai, il tuo racconto sarà ufficialmente la mia Iliade.
Il tocco vincente sono le immagini, non c’è che dire!
); raggiunge un apice nel far dire a qualcuno solo “sissì”!
Complimenti! Hai uno stile degno di… Greggio! Ahahah!
Dài, scherzo; la tua favoletta è fantastica (ovviamente nel senso che non è vera!
Grande!
Qualcuno prima di me riesce a vedere nelle tue faconde parole un che di epico; a me invece pare sentire l’eco del reale e del vero, anche se fantasioso e inventato. Dove vi è miseria quale epos può avere luogo? Nel tuo racconto gli eroi non vincono e di fronte ai vincenti da te cantati non so se il riso o la pietà prevale. Grazie di aver così magistralmente cantato.
La realtà, si sa, è sempre più bieca e triste della fantasia. Di qualsiasi fantasia, per quanto orrenda, orrida. La tua, caro Tommy, è di tal fatta e per questo è divertente. Tuttavia non posso che dare la mia personale opinione e a confronto con quanto fantastichi, io ritengo che dai satiri e dagli dèi si può solo imparare. Mai maestri, pena l’assenza di ogni vero pensiero, ma lanterne.
Questa nave che affonda (ancora per poco ne ha) è un’immagine talmente triste che due risate non sono di sollievo, non bastano.
Grazie lo stesso,
Davide
E se il più stolto tra gli uomini, Davide, dice che due risate non bastano è bene che tu, cantore delle più magnifiche virtù, queste risate le faccia diventare almeno quattro. A quando il proseguio della saga?
Premio Pulitzer. Per forza! Questa sarà l’epica che studieranno nei Licei tra 25 anni (ma noi speriamo di NO, ovviamente!)—>commento assolutamente spontaneo
Ciao Tommy, un pazzo sei!
Il Benni de noartri! (e anche un pò Serra)
Cari amici, grazie per l’incoraggiamento. Non so perché, ma sento che senza di voi non avrei mai pensato di dedicarmi alla letteratura surreale…
A questo punto mi sembra doveroso proseguire la saga. Ma ormai aspettiamo l’autunno.
Trovo questa tua caleidoscopica fantasmagoria davvero ben fatta, caro Tommy. Ha ragione chi ti paragona al Benni migliore.
Continua, peffavore
Siamo scesi ormai da un pezzo da quella nave sgarruppata e non c’è ancora passato il mal di mare, come te lo spieghi?
Continuerò: la nausea è ancor forte.