Tornare cittadino

L’ho già detto: non ho il coraggio di scrivere un post simile. Eppure devo essere abbastanza audace da accettare la realtà prossima ventura: quella di lasciare il bosco e tornare in città. Sarebbe stato quasi inevitabile, prima o poi – a meno di non essere divenuto ricco nel frattempo, o autosufficiente e indipendente a novecento metri d’altitudine e quaranta chilometri (di orride strade) dalla città più vicina e più brutta. Ma, ahimè, per il momento le condizioni non sussistono: dunque dobbiamo ridiscendere tra la gente, quella schiatta di Homo sapiens indaffarata a riempire i portafogli, per tentare di partecipare almeno in parte a tale perpetuo moto danaroso – con nessun altro scopo se non quello di avere di che mangiare e studiare.

io su albero
Non so se e quante lacrime versare: da quando son venuto quassù ho probabilmente trascorso i più bei quattro anni della mia vita (se escludiamo i primi quattro di beata inconsapevolezza). Ma da allora molte cose sono cambiate. Anzitutto la mia situazione d’identità: non sono più ufficialmente uno studente (per quanto adesso studi più di prima), dunque non ho più scuse per pretendere la paghetta da papà. (Sono un disoccupato anch’io adesso, evviva!) Secondariamente la condizione ambientale: 48 mesi addietro eravamo in piena campagna ancora in gran parte non intaccata dagli interessi urbani; adesso invece è tutto un viavai di gente delle peggiori specie, e c’è un fiorire di cantieri, un continuo sorgere di casupole di dubbia fattura e ancor più dubbia legittimità e un fenomeno crescente di enclosures che anticipa il ruolo futuro di “periferia per pensionati” per questo squarcio di natura sempre meno semi-incontaminata.

dipinto vigne
Date queste premesse – essendo cambiato tanto io quanto il luogo – ne consegue che può esistere rimpianto, ma non eccessivo dispiacere1. Ora io non so davvero dirvi in quale misura ciò che sta accadendo mi rattristi o meno. Sia chiaro: non muoio dalla voglia di tornare in città, qualunque essa sia; il problema è che la mente dispiaciuta è portata a sommi autoinganni. Ecco che mi riscopro a lamentarmi del moto imminente più che della perduta quiete passata. Non è ciò che verrà dopo a turbarmi, no: è ciò che dovrà accadere quanto prima. Così inizio a vedere come fatiche insormontabili le azioni dell’ineluttabile trasloco. Scopro rapidamente quale sia l’inconveniente più grande della cultura: la mole di libri che la contiene. Perché diciamolo: la cosa più cara e preziosa che possiedo (oltre Lei, che però è semovente e non occupa nemmeno troppo spazio) sono proprio sti maledetti libri. E come ebbi a sentire dall’Ombra che citava la Luce, è indubbiamente vero che non si ha coscienza di quanti libri si abbiano finché non li si deve spostare causa trasloco. Ecco: se, come, quando spostarli e quanti è ciò che più mi affligge in questi giorni. Sono totalmente rimbecillito, a furia di leggere? O è normale cominciare a sognare una libreria stabile2 davanti ad una parete, attorniata da altre tre? (Questo è ciò che chiamerei casa.)

io con libri
In realtà forse tutto ciò è poco più che una copertura per il fatto che non riesco ancora a far quadrare l’equazione casa-lavoro-città. È inoltre una comoda distrazione per evitare di dover pensare in termini simbolici dell’imminente mutamento di spazio. Così scopro con sorpresa quanto la mia compagnetta sia ottimista, sottolineando i miglioramenti e le conquiste ormai perenni; io invece mi crogiuolo nel disfattismo, essendo sempre più consapevole dei limiti che mi avvinghiano (e dire che volevo tornare in città trionfante come il nazareno!). Speriamo solo che la città li attenui – dato che vista da vicino la gente è anche peggio di quanto si immagini.


Note:
  1. In realtà esso non manca perché quassù è tuttora meglio che qualsiasi vero agglomerato urbano.
  2. Qua, a causa dell’umidità rovinatrice di carta, i libri sono sempre stati imbustati in sacchetti di polietilene ficcati a loro volta dentro robusti scatoli di cartone.
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12 Commenti

  1. Pubblicato 20 ottobre 2008 alle 21:59 | Link Permanente

    Mi rendo conto di aver parlato soprattutto dei libri, e di non aver speso qualche parola per altre due categorie di oggetti problematici – di quelli che suscitano malinconia al punto da volerli fare sparire, come sostenne Cateno –: le pentole e i gatti. :-(

    io con Aldo

  2. Pubblicato 20 ottobre 2008 alle 22:30 | Link Permanente

    Quella dell’Ombra e la Luce è meravigliosa. Ancora rido.
    Un augurio di serenità (tra le angosce) anche a te.

  3. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 00:08 | Link Permanente

    Torneremo ancora a guardare le stelle sul tetto, nelle nitide nottate autunnali, quando solo il caldo torpore dell’alcool ti può sottrarre alle sferzanti e acute schegge di vento gelido?

  4. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 09:26 | Link Permanente

    Un altro ottimo modo per scoprire quanti libri si hanno è entrare in possesso di una nuova libreria, che sia per mettere quelli non ancora collocati o che sia per sostiture la vecchia.

  5. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 12:30 | Link Permanente

    @Triad: penso che ogni mia azione dovrà essere condotta verso la maggiore serenità possibile, con la minima angoscia possibile. In caso contrario non potrei davvero più definirmi filosofo.

    @galfy: ci torneremo ogni natale. Tutti i fine anno, giuro.

    sedie innevate
    @Oblomov: pensa che i nostri poveri libri dovranno cambiare sia libreria (mai avuta) sia locazione geografica, transitando per il cofano della macchina…

  6. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 16:23 | Link Permanente

    Devo dire che sia il tuo post che quello di ossidia mi hanno colpito molto. Quattro anni! Adesso capisco meglio alcune cose.

    OT
    L’hai letto? Che ne pensi?
    http://www.corriere.it/cultura/08_settembre_26/dio_darwin_nulla_severino_7d055d8a-8b9e-11dd-9547-00144f02aabc.shtml

  7. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 16:32 | Link Permanente

    Quattro anni dopo i precedenti quasi tre in città.

    L’articolo è a firma di Severino? Oddio. Se avrò la pazienza lo leggerò più tardi. Sono già un po’ svilito per la discussione che sta sorgendo qua — anzi, se vuoi portarci una tua testimonianza da ricercatore sul campo, ne saremo ben lieti. :-)

  8. Antonio
    Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 16:53 | Link Permanente

    Ho molto apprezzato il riferimento all’ombra e alla luce come anche la tua definizione di casa: in entrambi i casi sei statoi molto allusivo e quindi elegante.
    Ti prego, non farti mai corrodere dal germe dell’ottimismo; sfuggi con tutte le tue forze alle insidie tese da femminei esseri ottimisti.

  9. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 18:48 | Link Permanente

    Antonio, al momento il massimo di ottimismo che riesco a esprimere è: “non tutto andrà peggio”. Troppo ottimista? ;-)

  10. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 22:09 | Link Permanente

    Oggi siamo arrivati a catalogare — grossolanamente: cognome autore e una sola parola del titolo — circa 600 libri. Di questi, almeno un centinaio (ma anche due) li vorrei sempre con me. Come scegliere quali gettare giù dalla torre?

  11. Pubblicato 22 ottobre 2008 alle 11:25 | Link Permanente

    ho letto la discussione, pensavo peggio. Non intervengo perché la mia cultura evoluzionistica è abbastanza scarsa.
    A proposito, il PDF della tua tesi? Se non sbaglio volevi metterla online, eccheciaspetti?

  12. Pubblicato 22 ottobre 2008 alle 12:45 | Link Permanente

    la mia cultura evoluzionistica è abbastanza scarsa

    Anche la mia in fin dei conti, non ti credere! (Non valgo l’unghia del mignolo del piede del compianto Gould.) Però sarebbe stato interessante confrontare come viene vista l’evoluzione da uno scienziato rispetto a un filosofo (il quale si premunisce sempre contro l’esattezza delle scienze, per poter urlare, nel rarissimo caso di “mutamento di paradigma”: VE L’AVEVO DETTO IO!).

    Il pdf della tesi? Non adesso; forse mai. :-P (Però, non appena sarò ispirato, conto di poter riprendere quella serie di post seri. :-) )

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