Memorie poco instabili

Mi accingo finalmente (così pare) alla formattazione – cosa che rimando da almeno tre mesi, quando avevo pubblicato la lista di tutti i programmi installati. La fase più noiosa è senz’altro quella che precede il reset: non solo effettuare il backup di tutti i documenti e dati vari, ma anche salvare in qualche modo le varie impostazioni di parecchi programmi (e ogni software necessita di un metodo differente…). Nel frattempo ne sto approfittando per fare un po’ di pulizia nel computer, cercando di rimandare il più possibile l’apertura dell’avviso “spazio su D insufficiente” col quale convivo ormai stabilmente. È sorprendente quanta roba stantia si può trovare nei meandri dell’hard disk, insinuata tra cartelle più o meno nascoste (magari aiutandosi con un programma come WinDirStat): in un’oretta di certosino lavoro si accumulano agevolmente i bit sufficienti a rimpinzare un dvd. Ma soprattutto è doloroso avvertire la potente esattezza delle memorie elettroniche. Così ti ritrovi a fare i conti con roba che era scivolata lentamente nell’oblio, distante dai riflettori dell’immediata cartella “Documenti” – la nostra coscienza virtuale –: scovi pagine internet salvate ai tempi in cui usavi (come tutti agli inizi) Internet Explorer 6; trovi una selva di immagini grossolanamente autoprodotte o astutamente rubacchiate dal web che avevi ormai dimenticato; ti saltano agli occhi svariati file doc sulla cui origine controllata non puoi scommettere.

io e Zozzone
Il problema è che i ricordi mentali del nostro cervello sono in continua, tumultuosa trasformazione: la più gran parte scoloriscono al punto che ripescarli risulta arduo anche con l’aiuto altrui; altri risultano sopiti, pronti a saltar fuori nei momenti meno attesi; su quasi tutti, però, non potremmo né dovremmo giurare sull’accuratezza della ricostruzione, nonostante l’impressione di certezza del rievocare. Un ricordo magnetico invece è lì, dove l’hai lasciato mesi e mesi addietro, pronto a tormentarti nuovamente coi medesimi (o quasi) carichi di emozioni e sentimenti che aveva suscitato all’inizio. È una traccia di te sulla quale resti titubante se cancellarla senza pietà (Shift – Canc) o piazzarla in una memoria più piatta e più predisposta alla perdita. (Ritroverai il dvd quando lo cercherai? Dove lo cercherai? Verrà letto? Avrà perso dati causa ossidazione o smagnetizzazione? Ammesso che le precedenti non si rivelino condizioni insormontabili per il recupero mnemonico, in quale celata cartella trovare quelle memorie faticosamente messe da parte?)

birra e tesi
I lettori più arguti capiranno che il problema si pone anche con le tracce che lasciamo su internet, a partire dai nostri blog. Basta mettere, dopo il dominio del mio sito, la cifra di un anno dal 2004 in poi per scovare roba che potrebbe tutt’oggi imbarazzarmi, schifarmi o impietosirmi verso il me passato. Perché l’io è un processo incessante e desideroso di coerenza, che non ama dolorose testimonianze esatte dei propri trascorsi. (Tra l’altro a volte l’uso del nick rende quell’“io” altro da me – per fortuna!) Forse è questo il motivo per cui, qualche tempo fa, ho cancellato – con sommo vituperio – tutti i miei post passati da Cybersofia1. E forse, con lo stesso criterio, potrei un giorno cancellare – o quantomeno rendere privati – parecchi miei post stantii in questo blog; o, più perversamente, ritoccarli ed epurarli in un lavorio potenzialmente lungo una vita. Quel che mi trattiene è la consapevolezza che, davanti agli occhi e dentro la mente, lo spazio si restringe all’essenziale: tutto il resto è tempo perso – momenti andati, scaramucce e cose di pochissimo conto sia per noi che per gli altri.


Note:
  1. Il pensiero di non esserne totalmente proprietario mi turbava non poco.
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8 Commenti

  1. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 22:24 | Link Permanente

    Però non ci voleva proprio. Non solo devo pensare al ritorno in città, devo anche rendere il computer funzionale come prima in tempi umani… (Infatti è ancora distantuccio dalla formattazione. Come dire: sto aspettando che non si avvii più…)

  2. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 22:36 | Link Permanente

    Non ti guardare indietro; se lo vuoi proprio fare non dispiacerti di nulla di ciò che hai fatto, ma perlomeno impara da ciò che hai fatto. Non più. Non oltre.
    Pensa al tuo presente, sebbene sia arduo. Ma quale – più o meno – non lo è?

  3. Pubblicato 21 ottobre 2008 alle 23:13 | Link Permanente

    A volte non hai l’impressione che per poter guardare al presente (e ancor più al futuro) sia necessario “formattare” anche i propri pensieri mentali?

  4. Pubblicato 22 ottobre 2008 alle 08:29 | Link Permanente

    Se per ‘formattare’ intendi ‘revisionare’ (come si fa con la storia certe volte), per nulla!

  5. Pubblicato 22 ottobre 2008 alle 08:46 | Link Permanente

    “lo spazio si restringe all’essenziale: tutto il resto è tempo perso”. Raciti redivivo! ;-)

  6. Pubblicato 22 ottobre 2008 alle 12:45 | Link Permanente

    Cari Tempio dell’Ombra (adoro questo nick uno e bino!), per formattazione intendo esattamente quello che si fa al computer: ripristinare il tutto alla primitiva nettezza, scrollandosi di dosso gli impacci delle verità passate. ;-) (Poi certo, non è esclusa l’eventualità di installare roba del tutto diversa…)

    Quanto al redivivo: e dire che non ho mai avuto tempo di essere nel suo spazio! :-D

  7. Pubblicato 22 ottobre 2008 alle 17:00 | Link Permanente

    Caspita non credevo che una squallida formattazione potesse dar adito a così interessanti riflessioni!Sembra non vogliamo rassegnarci a quanto sia limitato l’assorbimento di dati del nostro cervellino, e così ci stupiamo davanti a ricordi che avevamo totalmente rimosso. Ma la credenza nella stabilità della nostra memoria sarà una sorta di arma di difesa: ci sconcerterebbe pensare che questo momento presente, che sentiamo così presente, cadrà presto nell’oblio senza lasciare traccia, così come il novantanove percento di ciò che viviamo (brrr); e ci scioccherebbe realizzare che la concezione che abbiamo di noi stessi dipende tutta da quattro miseri ricordi fittizi.

  8. Pubblicato 22 ottobre 2008 alle 17:29 | Link Permanente

    la credenza nella stabilità della nostra memoria sarà una sorta di arma di difesa: ci sconcerterebbe pensare che questo momento presente, che sentiamo così presente, cadrà presto nell’oblio senza lasciare traccia

    E sarebbe un male se così non fosse! (Funes non era né fortunato né felice, ad esempio.)

    Comunque la tua stima è fin troppo ottimista: dovrei dedurne che l’un per cento di ciò che viviamo resta vivo in mente? Ciò significherebbe che quasi un quarto d’ora al giorno — ovvero sette ore passate al mese e dunque 87,6 all’anno — resterebbe in memoria! (Ne dubito. Di certi mesi i miei ricordi sono ristretti e angusti al punto che, se non fosse per il blog e le foto, non saprei come ho impiegato il tempo.)

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