Conati di vita cittadina

È da un po’ che non scrivo, trascurando con leggerezza la promessa del post quotidiano1. Il motivo è presto detto: la tranquillità è perduta. Sono stati giorni concitati, affannati, farciti di scatoloni pieni, pacchi di libri e problemi gestionali vari. In questo momento gli attimi di massimo moto sembrano essere quasi finiti; voglio dunque cogliere le primissime impressioni di questo mio ritorno in città, di questo distacco forzato dal bosco che è stato anzitutto abbandono di casa (e dunque di vita) quieta. Ecco alcuni fattori negativi, in fittizio ordine sparso:

  • Alle otto di mattina la città è a pieno regime. Il camion dell’immondizia che svuota i cassonetti, la pompa dell’acqua che riempie le vasche (o la vicina che accende l’aspirapolvere?) e le auto di chi si reca al lavoro o accompagna i figli a scuola2 rendono quasi vano qualsiasi tentativo di restare a letto a godersi la mattinata dormendo3.
  • Posso ascoltare con esattezza quanto dura una minzione della tizia del piano di sopra. Ciononostante pare non sia cortese ricambiare facendole sentire quante stecche prendo tentando di suonare Eruption.
  • Se mi affaccio fuori non vedo alberi e strada sterrata, ma facciate di altre case e asfalto. (Per fortuna non posso nemmeno affacciarmi, non avendo la casa un vero e proprio balcone, ma soltanto finestre.)
  • Quando dormo ogni rumore prodotto da gente che abita o bazzica nei dintorni mi fa svegliare di soprassalto con la tachicardia e il timore dell’apocalisse. (Stateci voi al bosco di notte…)
  • Aprendo la finestra della stanza da letto sento greve sul palato l’odore di pisciruovu che sale dalla strada. (Non oso immaginare cosa accadrà quando le friggerò io quattro uova: ma almeno sarà cibo per me!)
  • Niente micini e niente camino: il the pomeridiano improvvisamente ha perso gusto e senso.
  • In cucina non c’è spazio per cucinare in due – manco da solo, a dire il vero; e farina, pasta, riso e amidacei vari stanno tutti incastrati nello stesso unico cassetto. (Inoltre i materassi del letto non mi sono congeniali, ma a questo si può rimediare più facilmente.)
  • La terra coltivata più vicina è quella del vaso di basilico del balcone della casa a fianco. Quella coltivabile, non saprei dove trovarla.
  • Devo imparare regole di convivenza a me estranee, o la vicina più prossima mi accoppa. (Anche vedere un film a letto di notte al computer diventa un fatto probabilmente socialmente riprovevole. Non riparliamo poi di schitarrare!)
  • Sulla permanenza in questa casa, in questa città, incombe tetra l’aura della precarietà. I motivi sono molteplici e complessi, e non è bene che vengano analizzati qui adesso.

In sostanza la cosa più odiosa per me è la condivisione forzata di esperienze sensoriali con altri esseri viventi, rumori e fetori in primis (cerco infatti almeno di limitare le visioni alla materia rinchiusa tra le quattro mura, e schivo con schifo qualsiasi contatto tattile occasionale). Inoltre è chiara l’identificazione tra vita in città e abitazione in appartamento – il quale concede la flebile illusione di appartarsi per coloro i quali sostanzialmente aborrono la solitudine sociale. Ma io, com’è noto, temo massime l’uomo.


Note:
  1. Meglio così, forse: un post al giorno rimette il medico intorno – e se per medico intendiamo “psicoterapeuta” è finita…
  2. Ora che ci penso meglio, le macchine continuano a sentirsi tutta la giornata a ritmo sostenuto almeno fino alle nove di sera. Ora capisco perché ultimamente ascolto più spesso musica: Petra, sovrastali!
  3. Alla fine a letto a dormire ci sono rimasto ugualmente, ma non con la grata e imbattibile pace delle vigne.
Post simili:
Questo articolo è stato pubblicato in www.tommydavid.com e ha le etichette , , , , , , , , , , . Aggiungi ai preferiti: link permanente. Scrivi un commento o lascia un trackback: Trackback URL.

12 Commenti

  1. Pubblicato 7 novembre 2008 alle 00:44 | Link Permanente

    Eri forse l’ultimo di una specie in via d’estinzione… welcome to the real world :-(

    Quando andremo in pensione ci inviterai di nuovo alle vigne e io in qualche isola delle eolie ;-)

  2. Pubblicato 7 novembre 2008 alle 00:47 | Link Permanente

    Pensione? Uha.

    Dunque dici che il mondo reale deve essere per tutti uguale?

  3. Pubblicato 7 novembre 2008 alle 00:56 | Link Permanente

    Dunque dici che il mondo reale deve essere per tutti uguale?

    Per carità!
    Se tu riuscissi in qualche modo (mettendoci ogni mezzo e volontà) a coniugare il campare, il filosofare (da studioso, da docente, da come-vuoi-tu) e le vigne… bhè, saresti un vero eroe dei nostri tempi e avresti compiuto una piccola rivoluzione ;-)

  4. Pubblicato 7 novembre 2008 alle 12:08 | Link Permanente

    Beh, peccato che per adesso i tempi non mi sembrino maturi. Inoltre le vigne si trovano nella provincia sbagliata. :-(

  5. Pubblicato 7 novembre 2008 alle 12:17 | Link Permanente

    Grazie per il beh ;-)

  6. Pubblicato 7 novembre 2008 alle 12:20 | Link Permanente

    Prego anche per il suggerimento di lettura di un blog di un prof di filosofia. :-)

  7. Pubblicato 7 novembre 2008 alle 23:33 | Link Permanente

    Altri contro sparsi della vita in città.
    - Gli eventuali avanzi di cibo non si possono smaltire né dandoli ai mici né gettandoli nel compostaggio. (Poco male, cercheremo di sprecare meno cibo. Ma con le parti non commestibili delle verdure c’è poco da fare.)
    - Sempre a proposito di spazzatura: dobbiamo tenere un contenitore per la carta (prima andava dritta nel camino o nel forno!), e non possiamo scuotere via le molliche della tovaglia semplicemente aprendo la porta della cucina.
    - L’acqua che esce dal rubinetto è terribilmente dura e calcarea, e di conseguenza serve più sapone per lavare. (Mai provata l’acqua piovana?)
    Per ora avevo in mente solo questi. Intanto sto provando a raggranellare i pro (ammesso che ne esistano) dello stare in città.

  8. Pubblicato 8 novembre 2008 alle 00:04 | Link Permanente

    Uno suggerito da Lei: la mattina non si sentono gli uccellini (nemmeno il pomeriggio, se è per questo).

  9. Miryam
    Pubblicato 8 novembre 2008 alle 15:09 | Link Permanente

    Ahi Tomasello…come ti capisco. Ricordi quel che dicevo sulla vita a Catania (anche io vengo giornalmente UCCISA dall’inquinamento acustico, dai vicini rognosi, senza poter godere di un angolo di vera pace…)?
    Hai tutta la mia solidarietà.
    Meno male che la mia casa in paese è in periferia; qui sì che riesco a sentire il canto degli uccellini (che bello!!!!).

  10. Pubblicato 8 novembre 2008 alle 19:59 | Link Permanente

    Purtroppo la casa concretamente è quella dove si trascorre maggior tempo, non quella dove ci si trova meglio, ma a malapena due giorni a settimana. (In base a ciò posso affermare che per molti la casa è l’ufficio dove lavorano. Vade retro!)

    Io m’ero ormai disabituato alla città e a qualsiasi agglomerato urbano. Immagina che morte…

  11. Pubblicato 11 novembre 2008 alle 09:27 | Link Permanente

    gli americani dicono home is where the heart is

  12. Pubblicato 11 novembre 2008 alle 12:59 | Link Permanente

    Se la casa è dove abbiamo (lasciato) il cuore, allora temo che pochi di noi possono vantare di abitare in una Casa.

Scrivi un Commento

Il tuo indirizzo Email non verra' mai pubblicato e/o condiviso. I campi obbligatori sono contrassegnati con *

*
*

Puoi usare questi HTML tag e attributi: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>

Iscriviti senza commentare