Le categorie secondo Tommy David
Fior fiori di filosofi hanno tentato di dire la loro sulle categorie. Sostanzialmente non si esce dall’impasse proprio della contrapposizione tra le categorie aristoteliche e quelle kantiane: proprie dell’ente – dell’oggetto – le prime, insite nella mente – nel soggetto – le seconde. Non è poi nemmeno chiaro quante siano: dieci? dodici? una, nessuna, infinite? (Ma soprattutto: esistono?) La questione si complica ulteriormente se tentiamo di affrontare la spinosa questione delle categorie da applicare a codesto blog. Hanno senso? Servono? Quante? Come, dove? (E soprattutto: perché?)
Sotto ogni titolo di post infatti si dice di cosa dice Tommy David. Ebbene, quelle sono le mie categorie. Non ne appare un elenco ufficiale da nessuna parte su questo blog, ma per l’occasione ho ben pensato di inserire questo post in tutte le categorie, benché non ci ficchi nulla con nessuna. Il problema non è tanto questo però, quanto un altro: di cosa parlo solitamente? E a voler essere ancora più cattivi: di cosa tratta sto blog? Non l’ho ancora capito nemmeno io. E dire che mi disperavo per una tagline! No, ci sono problemi più basilari da affrontare. (La tagline sarebbe una gradevole conseguenza.)
Mi sono spesso reputato eclettico. Che è un altro modo per dire: so fare di tutto, ma (quasi) tutto male. Ora, se il blog è specchio deformante dei miei pensieri e dei miei daffari, non vedo perché limitarlo a un singolo tema. Molti dicono infatti che i blog tematici tirano. Mi interessa? Non ne sono certo. Altrimenti avrei parlato soltanto di quisquilie di ristrettissimo interesse riempendo al contempo queste pagine di tanti banner o almeno di qualche AdSense. Invece parlo di cazzate mie personali, qua e là filosofeggiando e talvolta discettando di fotografia e chitarra (almeno ultimamente), ottenendo un centinaio scarso di visite al giorno (di cui una buona metà di gente che cerca nudità femminee nei più disparati motori di ricerca).
Tornando a noi: quali categorie è legittimo che lasci? e quali lasciar perdere? Non saprei. Numericamente, escludendo la genericissima categoria “altre e varie” che raccoglie indistintamente un centinaio e passa dei miei post più antichi (che non ho per il momento perso tempo ad inserire nelle apposite categorie), quelle che tirano relativamente di più sono “fatti suoi” (una sorta di diario coi miei cazzi personali, che attualmente conta 38 pagine), filosofia (che contempla 17 interventi), fotografia e chitarra (12 e 11 rispettivamente), “tesi di laurea” (mi sono fermato all’undicesimo articolo: riprenderò?) e webmaster (con 14 insensati post paranoici su come sistemare al meglio sto sito). Gli altri stanno tutti sotto la decina. Queste cifre sono buoni indicatori dei miei interessi?
Soluzioni non ne scovo, come troppo spesso accade. Mi accorgo sempre più e sempre meglio, tuttavia, di essere fin troppo noioso e carente di volontà. La tanto acclamata svolta filosofica non venne; e del discutere dei libri che vado via via leggendo (cosa che poteva accordarsi perfettamente col progetto del post quotidiano) non c’è ombra. Su queste basi proclamo il relativo fallimento del blog, e considero seriamente l’ipotesi di ritirarmi su Feisbuc. (Del resto, ci sono tanti altri posti per parlare di musica o foto con altri appassionati: che senso ha sciorinare su un ascoso blog le mie privatissime paranoie?)





Fallimento del blog?!? Ritirarti su facebook?!?! Ma che spacchio dici vai a cucinare va!
Alla tua ultima domanda rispondo così: perchè puoi generosamente aumentare l’infelicità e la paranoicità degli uomini che ti leggono. Non ti sembra una motivazione nobile? Comunque, se puoi, manda al diavolo le categorie: questi sono passatempi per medioevali!
Sottoscrivo quanto dice Antonio e un dieci e lode alla comicità di Ossidia.
@Ossidia: ti è piaciuta la pasta salìta? (E poi tu ora fai tanto la spacchiosa solo perché adesso sei tanto orgogliona del tuo blog…)
@Antonio: ti ringrazio, m’hai offerto un più che valido motivo per continuare a tediare chicchessia con le mie lagne.
E io dico che dovresti mettere un ulteriore categoria chiamata: “metacategoria”! Ahaha!
)
Ma poi non ti mettere appresso alle piccole e tristi conclusioni di un momento; mettile da parte a favore di una tristezza più globale. Le categorie dovrebbero essere latrici di senso; probabilmente nulla ha senso, dunque le categorie sono inutili. Assolvono al limite alla funzione di donarci il balsamo dell’illusione. Bisogna dunque scegliere tra l’illusione e, ovviamente, il nulla.
Potresti anche creare, regalando all’illusione l’attributo della decorazione, uno schema in cui metti a fianco o congiungi le categorie che hai usato assieme in uno stesso post, anche in base alla frequenza con cui due o più categorie si trovano associate. Insomma, aggiungere inutilità ad inutilità! (Così poi ti faremo fare un seminario in facoltà su “Lessico e categorizzazione”!
Un abbraccio, Tommy, e, come hai letto, un inutile commento!
Il tuo commento è meno inutile di quanto immagini, e la cura schopenhaueriana fa già avvertire i suoi succulenti frutti.
(In fin dei conti è proprio l’inutilità e insensatezza delle categorie che mi ha spinto a scriverne.)
Ma smettila Tomasello…Voi filosofi vi fate troppe domande. Ma un blog è un blog, un diario, un taccuino in rete, un personalissimo spazio da non far scadere nelle solite problematiche degli ordini precostituiti.
Ma fai alla comevieneviene, che t’importa!Il senso c’è già: nell’affacciarti al mondo di sempre e dir la tua, nel proporre stralci del tuo vissuto e dei tuoi propositi (più o meno traditi, a parer tuo), nel metter in libertà un pensiero che non val la pena INTRAPPOLARE in categorie.
Poi mia opinione discutibilissima.
Comunque se chiudi il blog sei un pirla…
E invece mi preoccupo pure di queste bazzecole, cara Pignataro. Sarà che attualmente ho perso di vista i Grandi Problemi? (O meglio cerco di non guardarli in faccia.) Forse ha ragione Cateno: devo tralasciare le piccolezze per contemplare una “tristezza più globale”.
Comunque se non altro le categorie hanno (avevano) il pregio di farmi intendere in quali anfratti si rifugiasse il mio “libero” pensiero. (Ammesso che il libero arbitrio non sia una pia illusione, come molti sospettiamo.)
Su quanto dice Cateno sarei d’accordo pure io. Magari devi solo riorganizzare il tutto.
Spesso ci sono contorni troppo indefiniti in ciò che concretizziamo, nonostante il continuo desiderio di chiarezza. E ci sarebbe peraltro l’eterna dicotomia tra forma ed essenza…quel che è e quel che davanti ai nostri occhi appare.
Non sono necessarie troppe domande, solo una è funzionale al problema: cosa e in che maniera dire ciò che vogliamo dire.
Allora meglio far tabula rasa e rivedere. Ma fermarsi mai. Sempre tentare vie nuove.
“Andando di inizio in inizio,per inizi sempre nuovi.”
Gregorio di Nissa.
Ecco: chiarezza e organizzazione. Dovrebbero essere due doveri per un filosofo, e invece… poltrisco nell’anarchia.
La forma e l’essenza sono la stessa identica cosa.