Torno brevemente sulla discussione sui diversi, che tanto astio e troppi fraintendimenti ha disseminato fra me e l’interlocutrice prediletta. In breve ella pensa che qualsiasi “incomprensione” (che è scontro e paura, avversione e timore prima ancora che omicidio) possa essere appianata con quanto di più elevato si pretende caratterizzi l’uomo: la razionalità. Questo presuppone una visione dell’uomo (socratica? cristiana?) come di un animale che può sedare i propri istinti grazie alla ragione. Mi spiace, dissento1. La dimostrazione è semplice e a portata di mano. Prendiamo l’essere – l’uomo – che più riteniamo razionale, cioè noi stessi.
Fatto? Scorgiamo adesso alcune nostre peculiarità. Parlo per me: sono filosofo, ateo, antiberlusconiano, rockettaro, blogger, siculo (non necessariamente in quest’ordine). In quanto tale sento di appartenere almeno a mezza dozzina di gruppi che si definiscono soprattutto in base alle differenze con gli altri: coi non-filosofi, con i religiosi, coi berlusconiani, con i fan del pop, coi non-connessi2, coi padani. Ora, tra questi gruppi non discerno alcuna seria possibilità di confronto che non sia lo scontro – l’aggressività. È avvenuta la pseudospeciazione. Nulla ci convincerà che il rivale sia degno di parola (e, talora, di vita). Quand’anche si tentassero rapporti, nella migliore delle ipotesi non si giungerebbe da nessuna parte. O sia: sterilità.
Note:
- Lorenz, manco a dirlo, è con me. In Gli otto peccati capitali della nostra civiltà sostiene che «il massimo che si possa ottenere con la ragione e l’apprendimento è di fissare l’impulso aggressivo su un dato oggetto; ma non sarà mai possibile sradicarlo del tutto o dominarlo con il pensiero»…↑
- O col popolo di Facebook, in alternativa.↑

11 Commenti
Attento! Anch’io sono convinta che non può esserci comprensione tra gli uomini. Mai e poi mai capirò la tua posizione, ma mica per questo ti ucciderò. Diciamo che la nostra razionalità può aiutarci a tollerare e ad evitare di massacrarci tutti come criceti in una gabbia.
Allora. Sul fatto che non ci uccideremo concordiamo (fino a prova contraria, beninteso!); anche Lorenz scriveva, in L’aggressività: «una persona ingenua può provare un genuino odio per un gruppo anonimo, per “i” tedeschi, “gli” stranieri cattolici, e così via, e può infierire contro essi in pubblico, ma non si sognerebbe mai di essere meno che cortese trovandosi faccia a faccia con un membro individuale di questi gruppi». In altre parole anch’io, per necessità o per sbaglio, frequento berlusconiani; non per questo sputo loro in faccia – anche se vorrei caldamente farlo.
(Paradossalmente direi che il ricorso alla “razionalità”, se intesa come tentativo di dialogo, sortisce effetti opposti, indesiderati: coi suddetti berlusconiani rischierei davvero di venire alle mani…)
Piccola postilla: se non ci massacriamo tutti come criceti in gabbia non è merito della razionalità, ma più banalmente dell’istinto per la sopravvivenza. In fin dei conti siamo stati selezionati per permanere in vita e riprodurci; ciò comporta un certo margine di socialità in pressoché ogni uomo. Quel che non vuoi capire, tuttavia, è che questa socialità non può che essere limitatissima, e nello spazio e nel tempo. Tutto il resto sono solo chiacchiere – come a dire: amo l’umanità, ma non me ne curo (e perché non posso e perché, sotto sotto, non voglio…).
Fra i due coniugi l’un contro l’altro armati mi schiero dalla parte del meno ottimista, naturaliter.
L’unica obiezione che mi sento di muovere contro questo meno ottimista ma pur sempre pio uomo è la seguente: non siamo stati selezionati per permanere in vita e riprodurci ma questo un giorno l’umanità finalmente lo capirà…
E allora per cosa saremmo stati selezionati? (Suvvia, non essere così radicalmente pessimista: siamo ancora lontani – forse – dal fare la fine del panda. Anche se, questo è vero, in quanto umanità abbiamo tutte le carte in regola – e le armi atomiche – per autodistruggerci in massa.)
No, non temere. non mi rifirivo mica al destino prossimo venturo della nostra bella stirpe! No! Semplicemente al fatto che trovo troppo teologico e quindi antropocentrico che si ritenga la selezione naturale volta a preservare la vita di una qualunque specie. il punto, a mio immodesto avviso, è che nessuna selezione naturale è volta ad alcunchè. Anzi, nessuna se-lezione c’è perchè non c’è nessuno che legge alcunchè.
Spero di averti volto ad un pessimismo più radicale e quindi più genunino, perchè, si sa, le radici sono più salubri anche degli ortaggi.
Suvvia, dimetti i panni del pessimista radicale per un attimo e indossa quelli del darwiniano. La selezione naturale serve solo a scegliere gli organismi più adatti all’ambiente (in un altro senso: quelli che hanno maggiori probabilità di diffondere i propri geni). Ciò implica semplicemente che la vita si conservi almeno fino alla maturità sessuale; il resto è tutto di guadagnato (e in quanto tale frutta dolore).
Ora io, in una visione così meccanica dell’esistenza, non vedo nulla di teologico, a dispetto di Darwin che finì l’Origine delle specie come tutti sappiamo…
Io ci vedo teologia perchè puzza di teleologia travestita di meccanicismo. Quale meccanismo autentico si prefigge scopi o mete, risultati? Al massimo possiamo vederceli noi, figli della schiatta più stolta.
E comunque sono così giustamente radicalmente pessimista che non spero di volgere al giusto, sereno e tristo pessimismo neanche i meno stolti, tra i quali ti faccio l’onore di annoverarti.
Antonio, ti consiglio la lettura di L’idea pericolosa di Darwin di quell’analiticaccio di Dennett (ma so che quel testo garba anche al Divino…). Perché possiamo pure eliminare l’aspetto teleologico, ma resta di fatto che finora l’evoluzione si è comportata come un meccanismo con un certo apparente scopo. Se questa è una visione distorta a nostro uso e consumo, poco importa: serve a farci capire meglio di cosa parliamo. (Del resto concorderei pienamente con te se anziché della cellula si parlasse dell’atomo, o della materia in generale: che senso ha? Nessuno.)
P.S. Ti ringrazio per essere considerato tra i meno stolti, benché tema che questo intervento possa farmi declassare…
Non temere nessun declassamento, nonostante la piega stoltamente pedagogista che il tuo pensiero sta prendendo: “serve a farci capire meglio di cosa parliamo”; da quando questo sarebbe diventato il nostro obiettivo?. Comunque ho capito il senso di ciò che scrivi. Sapevo già di dover leggere quel libro che mi consigli e un giorno lo farò.
io cmq sono ultrapadano. nel senso che sono sopra la pianura padana, sono alpino.
Antonio, penso che l’obiettivo della conoscenza – seppur parziale e imperfetta – sia una delle poche prerogative umane degne… Nessun pedagogismo, per carità!
Alex: in questo senso anch’io, adesso, sono ultra – anzi, infra – terrone, se è vero che sto nel capoluogo più a sud d’Italia. Qualcosa dunque mi dice che siamo al di fuori delle reciproche bande d’odio…