Della filosofia (e) della noia

Non da molto la filosofia non mi dà tanto. Soltanto noia. Sbadiglio, e non so se sbaglio. Non è mistero, infatti, che io sia a cattivo punto nella lettura dei classici – ché la filosofia è là. I presocratici? Informe balbettio1. Platone? So già cosa dice2. I medievali? Troppo religiosi. I moderni? Troppo banali3. Gli idealisti? Concime per cocomeri4. Dopo, il nulla.

socrate con allievo stupido

Così mi sorprendo a considerare filosofici – e a leggere come tali – libri che con filosofi hanno poco a che fare. Opere di psicologi, etologi, biologi, neuroscienziati. Perché, come sapeva il più saggio di tutti, quel Socrate che non a caso nulla scrisse, sommo obiettivo è conoscere sé stessi – non Hegel, non Heidegger. Tutto il resto è noia.


Note:
  1. Sgalambro dixit.
  2. Non così Aristotele, e infatti ne taccio.
  3. Spinoza a parte.
  4. Schopenhauer dixit.
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19 Commenti

  1. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 11:45 | Link Permanente

    La noia è lo stato perfetto del filosofo. Uno stato ideale, però. Direi: regolativo.

    Sgalambro e Schopenhauer ce l’hanno coi presocratici e con gli iedealisti perché non interessano loro; quindi è vero che a te dà noia la filosofia perché ti interessi solo di te. Ma è assurdo: ché la filosofia di Hegel e di Heidegger parla per te – cioè parla al posto tuo, nella misura in cui a te interessa leggerla. Evidentemente la filosofia di Spinoza ti dice qualcosa perché tu pensi quel che pensa Spinoza. Ecco tutto.

    Dunque: della noia non mi preoccuperei, semmai mi occuperei di me stesso leggendo filosofia.

    Un saluto grato.

  2. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 11:59 | Link Permanente

    Beh, sai che per me quel che leggo è filosofia. Altrimenti non lo leggerei.

    In genere i filosofi classici possono interessarmi nella misura in cui trovano consonanze con le ultime (ipo)tesi scientifiche. O in quella in cui mi affascinano – è il caso di Nietzsche, di Schopenhauer, di Cioran, di Gómez Dávila (che però sono il nulla della fine del primo capoverso).

    Quanto ad Heidegger, parla per me tanto quanto Wittgenstein. Cioè – per nulla.

    (Hegel invece è scortesemente ipogeo. Agli eroi l’impresa dell’illuminazione.) ;-)

  3. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 12:07 | Link Permanente

    Sono d’accordo con Triad, pienamente.
    Pur tuttavia, equiparare il giudizio su tutti questi filosofi semplicemente in base ad un moto diciamo di natura ‘emotiva’, come sembri fare tu, è una prospettiva fortemente improduttiva. Ma soprattutto è un po’ ingenua, se mi permetti, poiché sappiamo perfettamente che il disagio spesso non è tematico ma linguistico (forse, alla fine di tutto,’metafisico’).
    E soprattutto: dopo, il nulla. Siamo sicuri?
    Baci

  4. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 13:18 | Link Permanente

    Sì, forse è linguistico. Tanto mi basta per dichiararli nulla – o “poeti”, a voler essere buoni.

    P.S. Equiparo il giudizio su tutti i filosofi perché la filosofia – l’amore per la sapienza, che per me non può non essere scientifica, cumulativa nonché parziale – a tanto mi spinge. Qualcuno c’ha azzeccato. Molti hanno sparato fesserie. Ma io non posso certo mendicare anticipi, intuizioni e prefigurazioni dell’attuale sapere. Sarebbe frustrante, per me e per i filosofi.

  5. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 13:21 | Link Permanente

    Se non avessi aggiunto la nota 3, t’avrei linciato! :-D
    Ma poi, caro mio, Hegel non è altro che Spinoza incarnato nella storia. E Schopenhauer non ha capito nulla di tutto ciò. Quest’ultimo mi pare che possegga quella saggezza popolare buona per le vecchiette. (Tommy, non è che ti stai vecchiettizzando? Ahahah! I love you, u sai).

  6. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 13:30 | Link Permanente

    Ah, caro Cateno, se solo non avessi parlato, in un recente passato, di Schopenhauer come lettura imprescindibile! Come hai potuto cambiare parere a tal punto? (Immagino come; non dirlo.)

    L’ho accennato – a me questi affascinanti paiono filosofi dell’adolescenza. Quindi semmai sono fermo a quella fase (altro che essere giunto alla vecchiaia!). Più che altro, ammiro come scrivono. Gli pseudotecnicismi di Heidegger e Wittgenstein, o quella logica-illogica di Hegel, non fanno per me. Sono cose troppo mature – destinate a marcire presto.

    P.S. Hegel è l’unghia incarnita della storia della filosofia. Forse per questo, dopo di lui, fu cancrena.

  7. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 14:06 | Link Permanente

    Ahahah! E’ vero; ma ho anche sempre sostenuto (Antonio te lo potrà confermare) che tante sue affermazioni mi paiono solenni sciocchezze!

  8. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 14:44 | Link Permanente

    Cosa che possiamo dire di ogni filosofo. ;-)

  9. antonio
    Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 17:52 | Link Permanente

    Cateno, confermo. Signori, avete tutti ragione, anche se sembra stiate litigando come comari. La verità è molteplice e parziale, dolorosa e noiosa; in fondo ci è indifferente, come del resto quasi tutta la filosofia, che non fa altro che celare ad arte e con proditorio inganno qui rari frammenti di verità che qua e là si trovano nell’esistenza.
    Non perdete tempo a leggere niente; godetevi la vita.

  10. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 18:51 | Link Permanente

    Temo che tu parli da logico, o sia da latino, nella tua (pen)ultima sentenza. Cionondimeno apprezzo, come sempre, la coerenza cosmica e dolorosa del tuo pensiero. E’ il richiamo finale a lasciarmi perplesso: gli uni si godono la vita con Hegel, sinceramente; gli altri con Selen. Alcuni con ambodue, peraltro…

  11. antonio
    Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 19:09 | Link Permanente

    Appunto, attento filologo! A parte il significato più triviale della frase va considerato quello più profondo: in genere il testo filosofico è niente, inconsistente. In genere.
    Chi si godesse la vita con Hegel sarebbe un depravato, nonchè, più semplicemente, uno sciocco: Hegel impone un impegno, fatica, dolore; del resto ipse dixit che la filosofia, la vera filosofia, si intende, non può suscitare autentico entusiasmo o, peggio ancora, gioia.
    Chi gode con Selen è un depravato, nonchè, più semplicemente, uno sciocco. Come ci si può sollazzare guardando qualcuno che fornica, che per di più si fa pagare per farlo e che ignora bellamente che tu esisti così come sei, proprio tu, con la tua impudicizia tutta singolare?
    Chi godesse con entrambi sarebbe incommentabile. Ma in verità, per il punto 1, questa è una situazione che non si può verificare.
    Ad ogni modo, “nessuno gode, perchè ognuno sente e quindi pena” (dalla “Quadruplice radice di ragion sufficiente della saggezza spicciola per vecchiette”, risentite, aggiungerei io).

  12. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 19:20 | Link Permanente

    Mi par di capire che chi (crede che) gode è depravato, punto.

  13. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 22:20 | Link Permanente

    io ricordo qualche anno fa un’intervista di sara tommasi, che aveva fatto il calendario (che non ho acquistato perché non mi piace) e che diceva di essere laureata bene in bocconi e che la sua lettura preferita era hegel.

  14. Pubblicato 10 dicembre 2009 alle 23:41 | Link Permanente

    Evidentemente vantare la lettura di Hegel fa figo. O risolleva d’un tratto dall’accusa di ignoranza.

  15. antonio
    Pubblicato 11 dicembre 2009 alle 08:35 | Link Permanente

    Evidentemente, sicuramente una depravata questa tizia.

  16. Conosci
    Pubblicato 12 dicembre 2009 alle 09:44 | Link Permanente

    Filosofi del Circolo di Vienna, Rudolf Carnap, Willard Van Orman Quine.

  17. Pubblicato 12 dicembre 2009 alle 12:46 | Link Permanente

    Sì, sono una noia anche loro. Soprattutto loro.

  18. Pubblicato 12 dicembre 2009 alle 15:13 | Link Permanente

    Che magnifica discussione avete imbandito,rilanciandovi acute confessioni di disagio e d’amore per la filosofia !

    Io per tanto tempo, quando la mia unica occupazione era cercare di capire qualcosa della filosofia, in realtà mi annoiavo a morte, come un forzato ai lavori. Avevo L’impressione di cercare qualcosa nel posto sbagliato o di venir preso in giro, o semplicemente di non comprendere il linguaggio. Oscurità gratuite o banalità insulse e disarmanti raccoglievo. E soprattuto curiosità e polemiche arbitrarie.

    Poi, quando per necessità mi sono dovuto occupare di altro, sospendendo la mia forzata vicinanza, quando ho rimosso e cancellato l’imperativo morale di capirci qualche cosa, ecco l’illuminazione,
    Quelle volte che ritornavo ad un testo, come tutto scorreve bene, con un senso di libertà, fantasia, come una eccitante avventura, sempre nuova e meravigliosa, e in tutti i filosofi (quasi tutti). Finalmente ascoltavo, senza pregiudizi.

    Da ciò ho tratto la convinzione che la filosofia è emanazione della nostra libertà.
    Sono fermamente convinto che se ci si approccia alla filosofia come ad una rivelazione di “verità”, come pretende Sgalambro, la filosofia non può che annoiare, essere insostenibilmente pretenziosa, ripugnante o ridicola.

    Se invece la si prende come una architettura del pensiero, come un gioco, come una composizione musicale, allora se ne comprende il valore insostituibile.

    Dalla filosofia non mi attendo più “la verità”, figuriamoci, la verità è un fatto che può essere detto in due parole, nasci e crepi; ma “la critica”, la libertà, l’origine di una seconda nascita spirituale, la messa in dubbio e la pretesa a richiedere la giustificazione finale di ogni fatto (così trovo ora Cartesio, il noiosissimo, di una vitalità insopprimibile e perdurante, e scopro che in questa ottica la critica al pensiero oggettivante e rappresentativo fatta magistralmente da Hegel vale quanto la critica al dominio della volontà di fatta Schopenhauer o la critica al linguaggio di Wittgenstein).

    Attualmente se per esempio leggo Kierkegaard non mi faccio impressionare dalla superficie antihegeliana, ma mi lascio sedurre, per esempio dall’uso della critica dialettica che Soren fa e che è assolutamente hegeliano. In sostanza a me non interessa se Soren aveva fede o no, ognuno si prega chi vuole, ma se mi fa fare un giro nell’otto volante della speculazione. E lui il biglietto lo stacca, eccome. Ti capita così di leggere Derrida che in “Donare la morte” rifa il movimento di pensiero di Kierkegaard, senza il contenuto pesante dell’apologia cristiana.

    Da qui una ulteriore audacia. Credo che nei manuali, come nei giornali, si risolva molto nella polemica di dettaglio e si sorvoli assolutamente sui tratti di continuità tra pensatori quando esercitano questa arma micidiale ed inquietante che è il pensare. Ma per una didattica filosofica all’altezza della tradizione quello che prima si dovrebbe affrontare sarebbe proprio fsr emergere cosa hanno in comune i filosofi, e non ciò su cui si distinguono. Così si potrebbe vedere come Aristotele ha in comune con Platone tutto l’essenziale. E’ questo essenziale che non è noioso. Essenziale in Aristotele e Platone è l’idea di forma. Immanenza o trascendenza sono queastioni di dettaglio, e in definitiva noiose e stucchevoli, facilmente ribaltabili. Tanto è vero che i neoplatonici poi consideravano Aristotele e Platone integrabili.

  19. Pubblicato 13 dicembre 2009 alle 16:58 | Link Permanente

    Red Or(d): esaltante la tua testimonianza. Un po’ mi rincuora; mi fa baluginare, in un futuro remoto, dei ripensamenti – delle letture che credevo impensabili e che magari considererò indispensabili. Ma per ora la penso in quel modo…

    Interessante anche il suggerimento dell’ultimo paragrafo – la ricerca della continuità filosofica. Non ne sono molto convinto; ma probabilmente è vero che è una visione storica, o peggio manualistica, a porre soverchie distinzioni. Ora come ora mi sembra assai più monolitica la scienza. Ma probabilmente, fino a non troppi decenni addietro, era la filosofia – unica scienza – ad apparire solida e salutare.

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