Scrissi la mia prima tesi, lo ricordo bene (fa parte ormai della mia autobiografia1), su Antonio Damasio e la sua concezione neurobiologica, con importanti ricadute filosofiche ed epistemologiche, del mentale. Una copia rilegata sta in vetrina, tra i libri più cari perché pieni di concetti in qualche modo fatti miei nel corso dei mesi, degli anni. Ne rileggo una copia digitale, immagazzinata e quasi dispersa tra i bit dell’hard disk del computer: ammetto che certe parti stento a rammentarle. Ancora vive sono invece le sensazioni che provavo nello scriverla, alla fine di un’estate trascorsa studiando, apprendendo nuove nozioni. Posso sfogliare le foto del giorno della mia ‘prima’ laurea riprovando le stesse emozioni, l’attesa, l’impazienza, il sudor freddo. E poi mi rivedo, ormai libero dagli affanni pre-laurea (e pronto ad immettermi in un nuovo percorso didattico), a festeggiare il raggiungimento di un traguardo importante per la mia vita.

Ogni evento della nostra vita (specie i più importanti, i più “significativi”) incide un segno su di noi e dentro di noi, sui nostri corpi e nei nostri cervelli. È la memoria l’addetta al reperimento di tali tracce che essa stessa porta (per dirla con le parole sintetiche ma efficaci di una neurologa, «la memoria è la capacità di immagazzinare informazioni alle quali attingere quando necessario»2). Il tempo che viviamo, gli eventi con tutto il loro carico affettivo e conoscitivo, rendono conto dell’estrema pervasività della memoria nelle nostre vite (i Tadié parlano a tal proposito di un duplice senso della memoria, ovvero del suo essere un «sesto senso che ingloba e forse condiziona tutti gli altri» e del suo dare «un senso alla vita dell’uomo»3). Fin dal sorgere del pensiero filosofico, l’interesse per la capacità di ricordare è sempre stato vivo, probabilmente per l’impalpabile concretezza, per la sfuggente materialità della memoria umana: è memoria la cultura, nostra seconda natura; la storia, terreno per le nostre radici; il sapere, appreso tra errori e sacrifici; la vita stessa, col suo senso di continuità temporale che fa sorgere il senso del sé, l’io unitario a cui ognuno di noi riferisce il tutto. È parimenti memoria una sensazione rievocata così come un episodio dimenticato, caduto nell’oblio che della memoria è l’opposto e il basamento.

Focalizzerò la mia indagine “neurofilosofica”4 specialmente sul rapporto che intercorre tra memoria e libertà. Ciò significa cercare di rispondere5 a domande come: i ricordi sono volontari? sono libero di dimenticare? la memoria ci rende liberi o siamo schiavi dei ricordi? la nostra libertà è condizionata dalla memoria? Questi interrogativi porteranno necessariamente (!) a sfiorare l’annoso quanto essenziale problema se effettivamente siamo liberi, rivedendolo alla luce di nuove recentissime scoperte neuroscientifiche6. Adopererò testi di neurologi imprestati alla letteratura, mi farò forte dell’opinione di filosofi che nei secoli si sono chiesti cosa sia la mente che ricorda e come si possa essere liberi in questo mondo; infine, per esaminare più da vicino – e da un altro punto di vista – lo stretto rapporto intercorrente tra memoria e libertà, ricorrerò anche alla narrativa antiutopistica, alle distopie di Orwell, Huxley, Bradbury, Junger.
Note:
- Non l’ho ancora scritta, ma ne tengo, così io come tutti voi, diverse versioni nella mia mente, pronte ad essere scorse capitolo dopo capitolo, pagina dopo pagina.↑
- C. Papagno, Come funziona la memoria, Laterza, Roma-Bari 2003, p. 7.↑
- J.Y. Tadié – M. Tadié, Il senso della memoria, Dedalo, Bari 2000, p. 297.↑
- Pare che il termine sia stato usato per la prima volta da Patricia S. Churchland, neuropsicologa eliminativista (ragionando in meri termini classificatori di filosofia della mente): il suo testo Neurophilosophy, tentando l’unione tra neuroscienze e filosofia, auspica il nascere di questa nuova disciplina.↑
- Assumo un punto di vista un po’ rozzo, certo da superare: che nella filosofia il motore siano le domande, nella scienza importano soprattutto le risposte.↑
- Si tratta di studi che, attualmente, sono ancora allo stadio larvale, a differenza di quelli riguardanti la memoria. In tal modo saremo più liberi di proporre una visione più strettamente filosofica di un tema ancora hard, duro da ridurre (similmente alla coscienza, che del resto è fortemente legata ad entrambe le tematiche della memoria e della libertà).↑
19 Commenti
Della serie: ecco cosa succede quando tento di fare il serio (per riprendere le paranoie di ieri).
Per i filologi: trattasi dell’introduzione a una tesi mai scritta, datata giugno 2006. Perché riprenderla? Beh – per rileggermi e per farmi leggere. Ma soprattutto perché, a distanza di quasi quattro anni, sto riprendendo i miei studi personali sulla libertà. Senza le pastoie della tesi universitaria, stavolta. Senza influssi eterodiretti – quando si lavora a fianco di (o sotto) un docente è inevitabile. E senza la folle pretesa di legare così saldamente la libertà alla memoria – ché anzi il passato mi sembra il più grande attentatore al libero arbitrio. Ne riparleremo.
(A proposito, devo ancora leggere Eumeswil…)
Solo una parola: Proust.
Già. Ho provato a riprendere a leggerlo, l’altra notte. Devo rifarmi catturare – anche se non è sempre facile lasciarsi coinvolgere dalle matinée dei Guermantes…
(Sono nel bel mezzo delle discussioni sull’affare Dreyfus: capirai…)
Sì, I Guermantes è il più ostico; ma nell’ultima parte la lettura sarà un po’ più scorrevole. La conclusione, poi, è straordinaria.
Supererò lo scoglio assieme al giovane e imbarazzato Marcel.
Magari non ci fosse memoria, corpo e quindi alcun senso! Ad ogni modo, perché perdere tempo a cercare di capire se esiste la libertà? Non c’è: quello di libertà non è nemmeno un concetto ma solo una nozione inventata per tappare certi buchi di pseudoteorie che non reggono.
Mah, non saprei. Diciamo che i miei studi sulla libertà sono una delle poche concessioni alla metafisica che mi sento di fare. D’altronde sono incerti pure gli stessi presupposti fisici: la materia funziona in modo deterministico o no? (Ma forse è sbagliato lo stesso concetto di causazione, come sapeva Hume e come Kant non volle capire.)
Indovina di chi si sente l’influsso, leggendo queste righe? Mi sbaglio?
ps: ma perché metto sempre virgole ovunque?
Eh, ma io ho sempre sostenuto che le tesi si scrivono più per compiacere il relatore che sé stessi…
P.S. Per me quella virgola è a posto.
(A proposito d’uno sproposito, ci sono tali che non trovano di meglio da fare che correggere virgole…)
Sguardo accigliato alle prime righe, lieve senso di nausea alla fine del primo capoverso, gelo che parte dai piedi al secondo capoverso, arrivata a questa frase ” la vita stessa, col suo senso di continuità temporale che fa sorgere il senso del sé, l’io unitario a cui ognuno di noi riferisce il tutto.” sono cominciate le convulsioni. Se tu eri così disgustoso 4 anni fa,non oso immaginare me…
Prova a rileggerti anche tu…
Fatto.
ehi …. stai diventando contagioso!
Un Sorriso
Per me la cosa più buffa è questa:
“Fin dal sorgere del pensiero filosofico, l’interesse per la capacità di ricordare è sempre stato vivo…”
…e niente citazione, niente esempi. Su questo interesse per la capacità di ricordare è sceso l’oblio
Occhei, vado a rileggermi
Il più Cattivo: corri a rileggerti anche tu?
Renzo: uha! Beh, era un’introduzione scritta prima che fosse pronta la tesi. Ci avrei infilato Aristotele, probabilmente (anche se non è esattamente uno dei primordi del pensiero filosofico…). Che vuoi farci, la filosofia è così. L’onere della prova è lasciato al lettore.
Beh io feci una tesi “sperimentale” su apparati ridondanti e l’innovazione tecnologica ne era la parte più “personale”. Eviterei di riaprire quelle pagine che “a memoria” andano a spiegare l’evoluzione della progettazione mediante CAD elettronico… insomma una palla oggi assolutamente obsoleta… d’altronde erano gli albori degli anni 90 (anzi iniziai alla fine dell’89) e penso tu fossi ancora alle elementari (o si chiamavano di già primarie).
Un Sorriso