Attenzione: questo è un post che potrebbe autodistruggersi entro dieci secondi. Giusto il tempo di leggere questa frase.

È uno di quei post che comportano fatica a scrivere da parte mia e dunque noia a leggerlo da parte tua. Ma lo scrittore – colui che inchiostra qualcosa di diverso che marche sulla lista della spesa e numeri decimali sull’involucro dell’affettato – scrive sempre per sé, giusto? Certo, anzi tutto. Non di meno questo è un post uno scritto di quelli che si stenta a premere il tasto “Pubblica” rendere pubblici. Se ci ho dato uno strappo con queste fregnacce (la qui presente è solo una fugace eccezione) è per una questione di governare l’immagine di sé in rete, e non solo: è per la degenerazione del poter essere editore di sé stesso, anche (e comunque la metascrittura può divertire solo le prime due volte – poi basta). Ma soprattutto, il motivo bruciante e cruciale è l’avvertire come estraneo, come alieno il passato – almeno in certe sue parti. Si cresce, si cambia. E ci si sente degli sciocchini a nascondersi dietro al solito whitmaniano
«Mi contraddico? Ebbene sì. Mi contraddico. Sono vasto, contengo moltitudini»
(verso che per altro stento a ritrovare nella mia brava versione Fabbri di Foglie d’erba, parziale e senza testo a fronte – per non dire di com’è orrendamente cartonata!). Le moltitudini contenute e spensieratamente evacuate possono essere mero stallatico a distanza di non troppo tempo. Fertili, ma non commestibili. Un buon substrato; in quanto tale, da tenere sotto – sotto la soglia dell’attenzione altrui. Tuttavia sono certo che qualcuno andrà a rivangare tra le mie nuove pagine. Buon viaggio, e occhio alle dita.
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3 Commenti
uh, l’ispettore Gadget.
Le mie pagine preferite sono tempo e niente, chissà perché.
Eheheh… Volevo tributarti l’onore apertamente, ma sapevo che l’avresti fatto tu.