Lunedì 11/08/08, 14:00
Quelli erano i ricordi della musica in età incosciente – o semicosciente, nel migliore dei casi. Ci fu uno spartiacque silente, come anticipato – quei due o tre anni senza musica totalmente: né radio né cd – e poi una timida ripresa: nell’estate del ’97 mi feci prestare (da dei ragazzini più piccoli di me) “Pop” degli U2, e non persi tempo a riversarlo in musicassetta – per far ciò dovetti saltare qualche traccia, tra cui la rumorosa Mofo: ma Staring at the sun valeva interamente le faticosamente sudate £ 1500 della cassettina al(l’ossido di) ferro. Intanto rubacchiavo l’Ibanez acustica a mio padre, accennavo il do maggiore imparato tanto tempo prima ma soprattutto cercavo di imitare e (e)seguire, a note singole – con i cantini in acciaio era un piacere, mica come con la plasticosa “classica”! – il cantato di qualche brano degli U2. (Credo mi invogliasse soprattutto lo strazio di Please.)

Venne finalmente il tempo della tentennante coscienza – il tempo delle seghe giornaliere e dei nervosi dolori intercostali. Quell’autunno comprai un Walkman Sony (un aggeggio come l’iPod era semplicemente inimmaginabile!) e fui ossessionato da Bitter Sweet Symphony così come qualche anno prima lo fui da Living on my Own. Se però anni prima mi ero limitato ad un travestimento carnevalizio ispirato a Freddie, adesso, per colpa di Richard Ashcroft, cominciai a farmi crescere i capelli – o meglio, smisi di farmeli tagliare – e corsi a comprare un giubbotto di pelle, vera pelle nera tamarra (ma non lucida, almeno…).

Così, andando a scuola ascoltavo le musicassette, tornando a casa invece mettevo nel lettore i primi cd che cominciavo timidamente e (in)coscientemente ad acquistare regolarmente. I primi, manco a dirlo, li ebbi grazie alla notissima e praticatissima offerta 3-album-3900-lire (più titolo di riserva): “Tabula Rasa Elettrificata” dei CSI (a proposito, come caspita si chiamano oggi?), il primo “Greatest Hits” dei Queen e “Ok Computer”dei Radiohead. Furono ascolti che modellarono il mio murale e mi sostennero in quei tetri anni d’adolescenza e poesie malfatte.

Entrò poi prepotentemente nella mia vita il catalogo gratuito dei fornitissimi Magazzini Nannucci: una pacchia per chi all’epoca volesse comprare cd introvabili altrimenti! Primo acquisto: il primo album dei Led Zeppelin e il primo di Joe Satriani (stavo cominciando a collezionare il videocorso di chitarra, e mi parve, leggendo le schede dedicate ai chitarristi, che il suddetto pelato semiitaliano fosse tra le migliori asce in circolazione). In sostanza mi ritrovai ad ascoltare un album di ben trent’anni prima – ma che tiro, ragazzi! Good times bad times (you know I’ve had my share), Communication breakdown (it’s always the same), Babe I’m gonna leave you! – e uno di appena dieci – che ordinata accozzaglia di consonantissime note, a cominciare da quella Surfing with the Alien! –, io che dopo un paio di mesi o di giorni avevo a noia la musica propinatami in radio, come tutti.

Ascoltavo e riascoltavo. M’estasiavo. Jimmy Page e Joe Satriani furono senz’altro i miei primi maestri spirituali – e un po’ anche materiali – nel cammino verso la seicorde dal corpo solido. Tuttavia volli, nel natale successivo (siamo nel ’98), una Fender Squier Stratocaster rossa metallizzata – solo ora so che trattavasi di Chrome Red – perché l’aveva Franco Mussida nei suoi videocorsi.

Il passo seguente, ovvero l’ordine successivo alla Nannucci, mi vide prendere – e ascoltare, in preda alle ipocondrie e alle extrasistoli – quell’“Images & Words” dei Dream Theater. Ma questa è già roba per un altro post…
Note:
Domenica 03/08/08, 16:24
Quand’è febbricitante l’uomo crea mondi contorti e perversi; può però capitare che si lasci trasportare dalla non meno caliente (eb)brezza del ricordo: è così che volumi sopiti, impolverati, brulli tornano a galla. Prendiamo quel pomeriggio febbrile ad esempio: in preda a deliri di surriscaldamento inizio a cantare – ma solo nella mia mente malaticcia – “Anema e core”, ultima hit di Pino Daniele. Anzi, percorro proprio quell’inciso – Anema e core, anema e core – espettorato da Tullio De Piscopo. La mente si sa, vaga quanto più è vaga: ma stavolta errava senza errare, in un passato mai scorso così vivido.

Cominciano a venirmi in mente tutti i brani che hanno fatto parte della mia educazione musicale. Intendiamoci: quando in famiglia nessuno ascolta musica classica – o almeno rock progressive d’inizio anni ’70 – il bambino è esposto a un mucchio di paccottiglia che poi ricorderà con un misto di stupore e tremore (“vergogna, ecco cos’ascoltavo!”). Andamento lento trascina rapidamente con sé altra roba che un mio coetaneo nato a inizio anni ’80 (e cresciutovi nel bel mezzo) non stenterà a riconoscere: una macchina qua devi metterla là, ma sei un pirla! (non sapevo ancora cosa significasse “pirla”, ma era una parolina tanto divertente…), Esatto! etc. Già: Francesco Salvi era di gran lunga il mio cantante preferito, seguito a fatica da Jovanotti – sei come la mia moto sei proprio come lei, no Vasco no Vasco io non ci casco e così via. Volevo imitarlo, il Salvi, volevo possederne quel buffo cappello rosso col pendaglio nero che non faticai a scoprire chiamarsi fez – merito dello Zingarelli minore, mio grande maestro d’infanzia.

Qualche estate dopo, abbastanza cresciuto da poter pretendere uno zaino Seven visto in pubblicità – l’Invicta era troppo anonimo e sgualcito! –, mi estasiavo col Battito animale (batte come non ce n’è, e ha un tiro micidiale che ti prende e che ti porta via con sé…). Era l’inizio della mia beluinità – che questo è il filosofo: un animale un po’ goffo ma meraviglioso, fragile e strampalato. Eravamo tuttavia ben lungi dal limitare dell’età della coscienza: campavo ancora di odori di mandorle e cemento bagnato, azolo e pere estive – ma anche di ultime iniezioni ricostituenti.

Vennero le medie crudeli. Jovanotti s’era convertito alla roba semiseria – quella serenata metropolitana serenata rap, con loro in bilico su una trave sospesa nel nulla. Ma avevo orecchie anche per il pennello rap – dai tocca qui, dai tocca qui! –; inoltre stravedevo per il Freddie Mercury di Dee do de de – quella “Living on my own” brevemente mandata negli stacchetti pubblicitari della Breil alla fine del Karaoke di Fiorello che mi affannavo a registrare su vhs (la sponsorizzazione finale, non la trasmissione intera). C’era inoltre roba da Festivalbar del ’94 – il mio primo cd originale, e per di più doppio! –: c’era bondighidighidighibondighibò (Think about the way…), ma soprattutto c’era (stata) la Corona nera-nera su neve bianca-bianca di (this is) The rhythm of the night: forse fu una delle ultime volte che potei vedere il testone trasparente con occhialoni scuri e cuffione avvolgenti di Superclassifica Show (ricordate il Telegattone? E Maurizio Seymandi? E Mandi Mandi?).

Alle superiori smisi di ascoltare la radio (novanta e cinquecento megahertz… Top Etna Radio!) e l’occasionale musica unz dall’amico con lo stereo potente. Intanto mio padre portava a casa la raccolta di Sting, “Fields of gold” – che è sta lagna?, pensai ascoltandolo svogliatamente – e l’ultimo, o forse il primo, album di Bocelli – che avrei riscoperto pochi anni dopo con quel Con te partirò di qualche pubblicità probabilmente della Telecom-già-Sip. Ad una gita scolastica in Emilia Romagna, in un autogrill padano, comprai “Eat the Phikis” di Elio e le Storie Tese – il primo cd coi miei soldini! – solo perché li avevo adorati a Sanremo coi loro costumi argentati – all’epoca apprezzavo meno di adesso, si capisce, la loro ironia, ma soprattutto sconoscevo l’origine del travestimento, quei Rockets che si saranno impressi indelebilmente in qualche mente più stagionata della mia – nelle loro, ad esempio.

Eclissai poi le mie smanie musicali, tanto da non svolgere il temino per casa – per la prima volta in vita mia! – incentrato sulla propria canzone preferita. Povera professoressa Nicolosi, che stentava a credere che non ascoltavo (più) musica totalmente… (continua…)
Note:
Lunedì 12/05/08, 16:21
Un giorno sei in macchina, vuoi ascoltare qualcosa ma non sai che compact fish disc prendere (e in realtà non sai nemmeno cosa ti andrebbe d’ascoltare; eppoi estrarre un cd dalla custodia mentre guidi non è il massimo della sicurezza…). Distrattamente ti ricordi che l’autoradio ha anche, pensa un po’, la radio: solo che non l’hai mai provata. Dopo due anni, è venuto il momento.
Scopri così che puoi trovare, conoscere e ascoltare nuova musica classica (e non) del tutto gratuitamente.
Poi scopri anche che l’informazione radiofonica Rai è tutto sommato accettabile, e varie spanne al di sopra di quella televisiva (ma basta poco…).
Scopri che lo sberleffo al Governo è all’ordine del giorno, e che forme d’espressione satiriche trovano una rapida via di fuga nei vari programmi radiofonici.
Scopri che Fiorello riesce a farti ridere ancora, e non c’è motivo di vergognarsene più che di vedere La Russa ministro della guerra.
Scopri che Odifreddi parla quotidianamente di evoluzione e religione, e non si limita dunque a confuse apparizioni televisive oracolari.
Scopri che la Bonaccorti non è soltanto una signora attempata e stiracchiata che sa parlare solo di cuccioli, ma anche un’affabile conduttrice che sa intavolare discussioni pacate e sensate con ospiti illustri e comuni spettatori.
Scopri che puoi trovare facilmente dei suddetti “ospiti illustri”, dato che per andare in radio basta un telefono e un quarto d’ora di disponibilità – niente trucchi e niente prove, a tutto vantaggio della spontaneità, dell’immediatezza e dei contenuti.
Scopri dunque che qualche forma di approfondimento culturale e informativo mediale e – potenzialmente – di massa è ancora possibile, anche qui in Italia.

Una scoperta meno lieta è stata invece quella che non esistono apparecchi radioriceventi strutturati come un comune televisore. In altre parole, non si trova da nessuna parte una radio da tavolo possibilmente di marca, con altoparlanti decenti, sintonizzatore digitale (la rotella è troppo imprecisa), stazioni memorizzabili e magari dotata di telecomando. Non c’è proprio verso di sostituire il televisore della cucina (che s’è scassato definitivamente, per fortuna) con qualcosa di più utile! Lo so, è un complotto. Ci (li) vogliono ignoranti e teste quadre. Perché, nonostante abbia osato difenderla (ma più nella pura teoreticità formale che nella sua scadente incarnazione reale), la televisione ha davvero esaurito il suo compito emancipatorio nei confronti del popolo italiano: tutto ciò che seguirà è mero regresso.
N.B.: non si può ascoltare la radio senza conoscere le frequenze radio! In particolare, ecco quelle di Catania e quelle di Ragusa.
P.S.: tempo fa scrissi anche di radio via web. Non sono solito usarle, per mancanza di connessione – e anche quando la possiedo, o è cosa fugace o la banda è intasata da eMule – ma sono una gran bella cosa. (Tra l’altro si possono ascoltare via web anche gran parte delle stazioni che trasmettono a livello nazionale: basta cercare come fare sui loro siti…)
Note:
Giovedì 27/12/07, 17:49
Ho tirato merda – parecchia – sul suonare musica altrui. Ho quasi sostenuto che chi non fa musica propria non è degno di suonare. Poi l’altra notte ho acceso la tv (su RaiTre, ovviamente) e ho beccato un’orchestra che suonava roba di Mozart e di Brahms. Sporchi venduti! Schifosi esecutori! Indegni della musica! Potevo pensarlo realmente? In un certo senso sì: la logica sottesa è la stessa delle cover band (suonare musica altrui per guadagnare – immeritatamente). Poi però penso alla bacchetta di Karajan, al violino di Perlman, al pianoforte di Brendel… e il mio affrettato giudizio si smorza. Vero è che c’è una sostanziale differenza di fondo: della musica cosiddetta classica, almeno quella precedente l’era di Schönberg e Stravinsky, non abbiamo alcuna testimonianza uditiva ascoltabile – e la musica viaggia soltanto nelle orecchie, non sulla carta! Senza codesti straordinari “esecutori” non avremmo mai avuto né Beethoven né Mozart: dunque un merito lo hanno, oltre l’effettiva bravura e capacità interpretativa.

Ora, penso che la cosa valga anche per un musicista rock (con la differenza che qui gli originali – le incisioni degli autori – li abbiamo ancora, per lo più). Certo, purtroppo il confronto con l’audio primigenio è cocente, nel caso del rock. (Ripudio a priori chi propone cover dei Pink Floyd, ma se avessi ascoltato le autentiche sonate di Beethoven probabilmente avrei ugualmente detestato Pollini.) Allora, dove dovrebbe stare il merito? In un senso debole, nella capacità divulgativa: chi mantiene viva (
live) la musica suonata dei Pink Floyd ne propaga le forse immortali composizioni (la debolezza di fondo sta, si sarà capito, nell’attuale esistenza diffusa dei loro dischi). In un senso forte, torna in ballo la capacità esecutiva ed espressiva: anche se per molti compositori (classici o rock che siano) è eretico pensarlo, parecchia musica altrui può addirittura essere “migliorata” – o in ogni caso resa diversa, altro da quel che era. (Penso sempre a Bob Dylan reinterpretato dai Rolling Stones, da Jimi Hendrix o dai Guns N’ Roses, ma penso anche a De André che con la PFM diede il meglio della sua musica, o in un altro senso ancora ai Van Halen che rifanno “You really got me” dei Kinks, e anche a Pablo Sarasate e Glenn Gould che ci donano le loro versioni non pedisseque –
reinterpretazioni – rispettivamente di Bizet e di Bach.) In questo caso il punto di partenza deve però essere una composizione debole, fragile ed essenziale come la carta su cui è trascritta la musica classica. (Niente Pink Floyd dunque. Loro furono perfetti così come suonarono:
niente di troppo nella loro musica.) Il punto di arrivo dev’essere un’opera “ispirata” (da un altro ma anche da sé stessi, dal proprio genio), che diventi autonoma e apprezzabile in sé, a prescindere dai suoi rapporti con l’originale – insomma, dev’esserci un cervello attivo dietro: non può essere solo questione di muscoli e tempismo. Certo, a questo punto forse è più semplice abbozzare musica propria…
N.B.: …musica propria che se non altro può pure essere banale e scopiazzata ma non per questo non “propria”. Bah: adesso vado a gustarmi quanto è meglio che duri il trillo della prima nota della più celebre Fuga di Bach (BWV 565) secondo vari interpreti.
Martedì 04/12/07, 20:40
Il mio ultimo post sulla musica, scritto in quel modo sconclusionato e ben poco argomentato né lineare, poteva dare adito a fraintendimenti (in realtà non tanto, bastava leggerlo bene). Cercherò qui di chiarire alcune delle questioni più salienti.
La cover band
Sicuramente la cosa più ardua da digerire era la critica spietata alla cover band (la mia come quella di chiunque). Molti sono i motivi per averle a sdegno. La mancanza d’originalità. Il senso di essere parassiti. L’inutilità del progetto. La demenza del riproporre pedissequamente opere altrui. In poche parole, se non fosse diffusa questa tremenda usanza dei pub che propongono cover band per accalappiare facili clienti, credo che queste non sarebbero mai esistite. Con ciò non voglio dire che non sia lecito “coverizzare” musica altrui. Ma solo in due situazioni: quando si sta imparando a suonare (un po’ come fanno i pittori, che copiano le opere dei grandi Maestri finché non acquisiscono sicurezza e padronanza della tecnica), o quando si ripropone un vecchio brano in un nuovo stile o con un nuovo sound (avete presenti le numerosissime cover delle varie canzoni di Bob Dylan, quelle che sono più celebri rifatte che originali?). Non c’è davvero altra occasione in cui sia sensato clonare musica altrui (esibendosi per giunta e vantandosi della somiglianza sonora con i modelli musicali).
Musica propria
Rivendicavo il diritto ed il dovere di proporre “musica propria”. Cosa significa ciò? In prima battuta, affrancarsi dalle cover (mantenendone semmai in numero contabile sulle dita di una mano, e solo nel caso che siano differenti dalle originali – tentando di migliorarle ad esempio, o “modernizzandole” come alcuni hanno fatto coi brani dei Depeche Mode, o meglio ancora trasportandole in un nuovo stile del tutto differente da quello originale). In secondo luogo, comporre musica (non poteva non essere questo!) per esprimersi, per veicolare idee, diffondere suoni, sperimentare tecniche. Non è semplice da farsi, ma tentare è meglio che niente. Certo, c’è il serio rischio di non arrivare a nulla di originale, finendo per rimpiazzare il copiare con lo scopiazzare (e questo è davvero kitsch). Ma vuoi mettere la soddisfazione di aver costruito un brano proprio? Non illudiamoci: fino a prova contraria siamo solo arrotini dello strumento e dilettanti dell’arte. Inoltre il mercato è difficile (se è quello il nostro scopo). Ma la qualità viene sempre riconosciuta, a lungo andare. Il problema è capire se ve n’è.
Progetto neuromusicale
Nelle mie incaute fantasie, i
Neurogramma dovevano essere un progetto prog-rock. A quel tempo amavo questo genere musicale (anche adesso, ma con meno trasporto) e pensavo che fosse il genere più onnicomprensivo e vasto che si possa immaginare (questo lo penso tuttora, anche se
la mia visione del prog probabilmente non è del tutto ortodossa…). Dopo anni e anni di ascolto di Pink Floyd e Led Zeppelin, The Doors e Yes, Genesis e King Crimson, Queen e Rush, Frank Zappa e Steve Vai, Radiohead e Dream Theater e anche U2, nonché Metallica e Nirvana, volevo ripercorrere le vie dei miei ascolti rievocando le gesta dei miei eroi, riproponendo suoni e reinterpretando intenzioni, rispolverando attitudini. Essere etereo e acido, psichedelico e barocco, romantico e schizoide, cabarettistico e cybernetico, beffardo e virtuoso, paranoide e tecnico e pure commerciale, senza dimenticare il piglio metal e il sound grunge. Eclettico, insomma (e pure un poco pretenzioso e presuntuoso). Trascrivere davvero le molteplici, controverse e perverse Onde Cerebrali mie e dell’Essere Umano. Di fatto però, a parte un abbozzo acefalo (icasticamente chiamato
L’Aborto), i Neurogramma non hanno partorito nulla di proprio. Si sono soltanto affannati a studiacchiare cover non troppo complesse, e certo ben poco prog, con le quali non fare figura troppo misera nei pub in un inseguimento ben misero e sterile di serate, sperando pure di trarci qualche euro alla faccia degli Autori.
Il mio futuro in musica
Come lo vedo? Nero ma non troppo. O almeno, meno (o)scuro di tanti altri aspetti del Futuro. Lo vedo con Me che impara qualche programmino per registrare, qualcun altro per incidere basi (essenzialmente la batteria) e qualcun altro ancora per effettare il tutto. Insomma, se credo davvero nella musica (e nella mia capacità di produrne, pur con tutti i Se e Ma dei dubbi sopra espressi) è bene che mi dia da fare. Qualcuno deve pur scagliare la prima pietra… (Chi vorrà raccoglierla è il benvenuto.)