Menzogna e merito in Platone

Ho voluto essere clemente con il Platone censore, lo ammetto. Peggio della censura, infatti, è la menzogna, benché a fin di bene. Una frase come questa non può non farmi saltare sulla sedia1:

«Se c’è qualcuno che ha diritto di dire il falso, questi sono i governanti, per ingannare nemici o concittadini nell’interesse dello stato» (Resp. III, 389b).

Ora, è vero che la società non si regge sull’immancabile veridicità di chi parla; tuttavia qua il diritto di mentire pare essere appannaggio (dei custodi) dello stato. Dopo averci fatto sorbire una prima trattazione sull’educazione dei cittadini2, Platone torna sulla “nobile menzogna” (Resp. III, 414b) che sta alla base dell’ordinamento statale. Sentiamola.

«Voi, quanti siete cittadini dello stato, siete tutti fratelli3, ma la divinità, mentre vi plasmava, a quelli tra voi che hanno attitudine al governo mescolò, nella loro generazione, dell’oro, e perciò altissimo è il loro pregio; agli ausiliari, argento; ferro e bronzo agli agricoltori e agli altri artigiani» (Resp. III, 415a).

Dunque per nascita gli uomini non sono tutti uguali, alla faccia di chi ciancia di comunismo in Platone4, ma sono almeno suddivisibili in tre tipi. Tipi e non specie, giacché «v’è caso che da oro nasca prole d’argento e da argento prole d’oro, e così reciprocamente nelle altre nascite» (Resp. III, 415a-b). Solamente con un’attenta osservazione e dunque con l’educazione – questa sì uguale per tutti, almeno nella prima fase – si potrà capire di che pasta è fatto il proprio figlio e, in base all’attitudine, spingerlo tra gli artigiani o innalzarlo agli onori e ai compiti di guardia5. Nulla da obiettare in tutto ciò: siamo in piena meritocrazia, in queste pagine6. La mitica menzogna dunque sottolinea le naturali differenze degli uomini non solo tra loro, ma anche rispetto ai parenti; inoltre è funzionale al divieto, per i guardiani delle prime due classi (rispettivamente governanti e guerrieri), di possedere oro e argento, avendone già a sufficienza nell’animo7 e, di più, di possedere sostanze personali, a meno che non siano assolutamente necessarie8. Così finisce il terzo libro. Il quarto libro si apre con il dubbio di Adimanto se in un simile regime i governanti (e non solo) possano essere felici; ne parleremo altrove, perché mi preme concludere l’articolo con la questione sollevata all’inizio del quinto libro: se anche le donne possano governare. Sentiamo cosa risponde Socrate – cioè cosa teorizza Platone.

«Non c’è alcuna ragione di concludere che, relativamente al nostro argomento9, la donna differisca dall’uomo; ma continueremo a credere che i nostri guardiani e le loro donne debbono attendere alle stesse occupazioni. [...] Nell’amministrazione statale non c’è occupazione che sia propria di una donna in quanto donna né di un uomo in quanto uomo; ma le attitudini naturali sono similmente disseminate nei due sessi, e natura vuole che tutte le occupazioni siano accessibili alla donna e tutte all’uomo, ma che in tutte la donna sia più debole dell’uomo» (Resp. V, 454e, 455d-e).

Ora, il femminismo in Platone, reale o fittizio che sia, ha suscitato molte discussioni: ora appellandosi alla chiusa di quel passo10 ora alla comunanza degli accoppiamenti11, si è voluto misconoscere a Platone l’indubitabile merito di aver aperto la politica12 davvero a chiunque sia veramente capace, uomo o donna, nato da politico o da contadino. In ciò, pur col suo spirito aristocratico13, Platone si dimostra assai più ‘democratico’ di quanti dicono di esserlo, dicono.


Note:
  1. Benché legga per lo più a letto.
  2. Sulla quale Platone tornerà nel VII libro; per questo ho preferito non parlarne adesso, benché avessi quasi pronto un articolo su Platone come educatore
  3. Poiché tutti “nati dalla terra” – cfr. Resp. III, 414e.
  4. Vi sono, invero, degli aspetti comunistici, o piuttosto comunitari; ne parleremo forse più in là.
  5. Cfr. Resp. III, 415b-c.
  6. A differenza che in questi lidi. Ma forse la colpa non è nemmeno dei padri…
  7. Cfr. Resp. III, 416d-e, e leggiamo pure Resp. III, 417a: «Anzi a essi soli tra i cittadini del nostro stato non è concesso di maneggiare e di toccare oro ed argento, e di entrare sotto quel medesimo tetto che ne ricopra; né di portarli attorno sulla propria persona né di bere da coppe d’argento o d’oro. E così potranno salvarsi e salvare lo stato» – amaro pensiero verso i tempi sempre troppo corrotti.
  8. Cfr. Resp. III, 416d. Riemerge qua, forse, il comunismo – ma è un comunismo di casta.
  9. Le arti e le occupazioni; è ovvio infatti che la donna fisicamente – sessualmente – differisca dall’uomo, visto che «la femmina partorisce e il maschio copre» (Resp. V, 454d)…
  10. Dando a ἀσθενέστερον un senso affatto negativo – da impotente. Purtroppo Platone non chiarisce bene in cosa consista questa ‘debolezza’, questa inferiorità di potenza propria delle donne. A me pare che si riferisca al vigore fisico e a nient’altro (cfr. Resp. V, 456d).
  11. Stavo per scrivere “delle donne”, ma è chiaro che come le donne sono in comune, così pure gli uomini…
  12. Almeno nella sua fantasia…
  13. Sempre nel senso dei ‘migliori’ – dei ricchi d’oro nell’animo.
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Platone tra pedagogia e pubblicità

La scorsa volta la chiusa è stata bell(ic)amente moralist(ic)a, quando invece avremmo dovuto concordare per l’ultima volta con Socrate: «e facciamo pure a meno di dire [...] se la guerra sia fonte di male o di bene» (Resp. II, 373c). Sappiamo che la guerra esiste, tanto ci basti. Ma se c’è la guerra allora dovranno esserci anche guerrieri, o quantomeno guardiani1: così li chiama Platone. Essi saranno infatti come cani da guardia2 degli altri cittadini – «miti con i loro compagni, e duri con i nemici» (Resp. II, 375c) – e dunque dello stato stesso. Per ottenere un comportamento del genere è però necessaria una buona educazione – un vero e proprio addestramento. Qua comincia la parte pedagogica della Repubblica. Una sezione, invero, controversa in più punti, ma che muove da un assunto di base che potremo facilmente condividere:

«E non sai che in ogni opera il più è cominciare, specialmente con qualunque individuo giovane e tenero? È allora soprattutto che si forma e penetra l’impronta che si voglia dare a ciascuno» (Resp. II, 377a-b).

Certo, detta così sembra tanto quella pedagogia resa poi celebre dai gesuiti3 e dai comportamentisti4. Ci suonerà senz’altro meglio sentire dire a Platone che «tutte le impressioni che [il giovane] riceve a tale età divengono in genere incancellabili e immutabili» (Resp. II, 378d), tanto più in un’epoca pedo(filo)foba come questa5. Proprio per questo si deve stare molto attenti all’educazione dei bambini:

«È assai importante che le prime cose udite dai giovani siano favole narrate nel miglior modo possibile con l’intento di incitare alla virtù» (Resp. II, 378e).

Cosa sia la virtù lo capiremo più avanti; nel frattempo Platone comincia a stilare un vero e proprio elenco delle favole da censurare. Ora, in linea di principio io sarei contrario a qualsiasi censura6 e sono pronto a tacciare di totalitarismo chiunque pensi di poter limitare la fruizione di quel che meglio si crede, fossero tette o culi o pene di prete. Eppure non demordo e continuo a leggere. Tra le prime storie da eliminare vi sono quelle in cui gli dei non appaiono buoni come veramente sono7 – narrazioni che spingerebbero all’imitazione di divinità tanto sordide. Beh, io vieterei qualsiasi storiella sacra, ma tant’è; se non altro Platone aggiunge pure che robe del genere potrebbero rendere i fanciulli più paurosi8 – e ci sono ancora preti, non meno cinici di quelli lubrici, che tormentano i bambini con racconti infernali… Intanto è finito il secondo libro. Sono ancora perplesso; nel terzo libro, tuttavia, trovo la risposta. Non nelle prime pagine, dove a cadere sotto gli strali censori di Platone è addirittura Omero9, ma poco più avanti10. Leggiamo.

«Se all’uomo più sapiente si fa dire che per lui non v’è nulla di meglio di quando “accanto sian tavole colme di pane e di carni / e dal cratere vino attingendo / in giro lo porti e nelle coppe lo versi il coppiere11, ti sembra questo un discorso adatto per un giovane da formare alla padronanza di sé?» (Resp. III, 390a-b).

Sarà stato il richiamo all’alcol o quello alla padronanza, ma m’è balenato in mente chi è oggi il vero educatore dei giovani. È la televisione commerciale12, basata sulla pubblicità che influenza e assilla pericolosamente. Ci lamentiamo di come crescano i giovani d’oggi, ma basta ascoltarli13 per capire dove vengono allevati: nel mondo sfavillante, patinato e corrusco del piccolo schermo. Verissimo, signore e signori (soprattutto le prime): sarebbe ora di boicottarlo.


Note:
  1. Noti anche come ‘custodi’ – in greco φύλαξ.
  2. Cfr. Resp. II, 375e.
  3. «Datemi un bambino fino ai sette anni e vi mostrerò l’uomo», pare fosse il motto di Javier
  4. Watson scrisse: «Datemi una dozzina di bambini sani e farò di ognuno uno specialista a piacere, un avvocato, un medico, ecc. a prescindere dal suo talento, dalle sue inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e razza».
  5. Ah, se solo sapessero come crescevano i giovani fanciulli greci!
  6. Sebbene ultimamente io stesso abbia cassato qualche commento su questo sito. Ma anche questa è questione di libertà
  7. Cfr. Resp. II, 379.
  8. Cfr. Resp. II, 381e.
  9. Cfr. Resp. III, 386-388.
  10. Dove comunque il discorso prende piede ancora dai poemi omerici.
  11. Omero, Odissea IX, 8-10.
  12. Inutile dire il nome di chi vi sta dietro – non a caso, lo stesso che tiranneggia da quasi un ventennio.
  13. E a me succede quotidianamente.
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Socrate e la nascita dello Stato

Ho già detto che la Repubblica intera è un grande esperimento mentale, il primo realmente politico e tra i più azzardati e totali mai compiuti da un filosofo, tanto da farci spontaneamente concordare con quella sentenza che reputa la filosofia occidentale come a series of footnotes to Plato. Così avrei dovuto onestamente abbandonare quel mascherone di Socrate; non prima, però, d’avergli lasciato porre le fondamenta della Politeìa:

«Secondo me [...] uno stato nasce perché ciascuno di noi non basta a se stesso, ma ha molti bisogni. [...] Così per un certo bisogno ci si vale dell’aiuto di uno, per un altro di quello di un altro; il gran numero di questi bisogni fa riunire in un’unica sede molte persone che si associano per darsi aiuto, e a questa coabitazione abbiamo dato il nome di stato» (Resp. II, 369b-c).

Come punto di partenza sembra assolutamente ragionevole, in linea con le odierne acquisizioni etologiche (l’uomo è un animale tribale, e un uomo solo è un uomo morto) e anticipatore, anzi ispiratore, di un leitmotiv dell’analisi comunista (l’uomo produce per soddisfare i propri bisogni). Ora, per Socrate i primi bisogni sono, nell’ordine, il cibo, la casa e il vestito. Ma ciò comporta la necessità di almeno un agricoltore, un muratore e un tessitore1: in tal modo «il nucleo essenziale dello stato sarà di quattro o cinque persone» (Resp. II, 369d). Certo, si potrebbe ribattere che ognuno potrebbe da sé procacciarsi cibo e fabbricarsi alloggi e vesti, ma Socrate vuole che tutto sia fatto per bene; oltretutto è convinto che

«ciascuno di noi nasce per natura completamente diverso da ciascun altro, con differente disposizione, chi per un dato compito, chi per un altro» (Resp. II, 370b).

Da un lato si spazza dunque il noto pregiudizio sinistro che nasciamo tutti uguali; dall’altro si ricollega la natura di ognuno al compito (il mestiere) che svolgerà: infatti «le singole cose riescono più e meglio e con maggiore facilità quando uno faccia una cosa sola, secondo la propria naturale disposizione e a tempo opportuno, senza darsi pensiero delle altre» (Resp. II, 370c). Questo è un vero caposaldo dello stato platonico: teniamolo bene a mente. Intanto Glaucone, che ha ormai soppiantato Trasimaco come contestatore, obietta che si sta costruendo uno “stato di porci”, così lieti di pascersi di cose da poco, senza alcuna raffinatezza propria dell’“uso comune”2. Socrate si dimostra contrariato verso uno stato che a lui appare lussuoso; nondimeno acconsente a costruirlo e analizzarlo, aggiungendo lavoratori e lavoratrici d’ogni tipo3. Ma vediamo quale sarà la conseguenza di tutto ciò.

«Quel territorio che prima era sufficiente a nutrire i suoi abitanti, da sufficiente sarà diventato piccolo. [...] E non dovremo prenderci una porzione del territorio dei vicini se vorremo avere terra sufficiente per pascolare e arare? e non dovranno essi pure prendersene del nostro, se covano anche loro sconfinata brama di ricchezza, oltre il limite del necessario? [...] E allora [...] faremo la guerra? O come andrà la cosa?» (Resp. II, 373d-e).

Andrà proprio così, o Socrate. Dalla nascita dello stato siamo passati, in men che non si dica, alla nascita della guerra. Che forse nasce prima delle società complesse, secondo molti antropologi, e anzi per diversi etologi è essa stessa un bisogno dell’uomo4, ma sicuramente raggiunge proporzioni immani e innaturali al passo con i sempre più elaborati e compositi – quando non superflui – bisogni dell’uomo5.


Note:
  1. Cfr. Resp. II, 369d.
  2. Cfr. Resp. II, 372d.
  3. Attori, cuochi, barbieri, cacciatori; etére, nutrici, balie (cfr. Resp. II, 373a-c).
  4. Vedi L’aggressività di Lorenz o Amore e odio di Eibl-Eibesfeldt – non cito, di quest’ultimo, l’ovvio Etologia della guerra perché non l’ho ancora letto.
  5. Non posso a questo punto non rimandare all’ottimo Armi, acciaio e malattie di Diamond, che chiarisce storicamente anche il rapporto tra tecnica e dominazione e il legame tra agricoltura (dunque ambiente) e potere. Ma chissà, magari lo includerò nella mia bibliografia minima.
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Glaucone e gli esperimenti mentali

Abbiamo finito il primo libro della Repubblica con Trasimaco che si fa dolce e smette di strapazzare Socrate1; non per questo però i dissenzienti sono stati messi a tacere definitivamente2. Glaucone, come noi, non è del tutto persuaso che «il giusto è in ogni caso migliore dell’ingiusto» (Resp. II, 357b); di più, svela il ragionamento socratico:

«Quando gli uomini si fanno reciprocamente ingiustizia e provano il male e il bene, coloro che non sono capaci di evitare l’uno e di ottenere l’altro ritengono vantaggioso venire a un accordo, di non farsi a vicenda ingiustizia. E così hanno cominciato a porre leggi e a fare patti tra loro; e hanno dato nome di legittimo e giusto a ciò che è stabilito dalla legge» (Resp. II, 358e-359a).

Siamo dalle parti del contrattualismo: il bene è soverchiare gli altri, e se ciò di norma non accade è solo grazie alle leggi3. Ma non è questo che oggi m’interessa4, quanto il modo usato da Glaucone per dare manforte al povero (di parole) Trasimaco. L’esordio è un mito leggendario – o una favoletta un po’ horror, secondo i gusti: Gige, un pastore lidio, discende in una voragine apertasi dopo un terremoto e vi trova un cavallo di bronzo con dentro un cadavere con un bell’anello in mano. Ovviamente fa quel che avrebbe fatto chiunque di noi non fosse fuggito via atterrito: prende l’anello e se lo porta (al dito). Di lì a poco scopre che, in base a come rigira l’anello, diventa invisibile agli occhi dei presenti: è il mitico anello di Gige, che gli permette di ottenere il potere seducendo la regina e uccidendone il marito5. Ma se qua siamo sul terreno fantasy6, nel seguito cambiamo (lievemente) genere. Sentiamo.

«Supponiamo ora che ci siano due di tali anelli e che l’uno se lo infili il giusto e l’altro l’ingiusto. In tal caso non ci sarebbe nessuno, si può credere, tanto adamantino da restare giusto e da avere la forza di astenersi dal toccare la roba d’altri, quando gli si offrisse la possibilità di asportare dal mercato impunemente ciò che più gli piacesse, di entrare nelle case e di unirsi a chi volesse, di ammazzare o liberare dalle catene chi desiderasse, e di fare ogni cosa come un dio tra gli uomini. Così facendo non si comporterebbe diversamente dall’altro: ambedue moverebbero alla medesima meta» (Resp. II, 360b-c).

Vediamo bene che si tratta di un esperimento (“supponiamo…“); ma, non essendo possibile l’invisibilità7, un simile sperimentare accade interamente nella mente. È un Gedankenexperiment; di più, è tra i primi esperimenti mentali filosofici8 e senz’altro il primo9 di natura etica. Ora, mi attarderei sulla mia concezione di filosofia come arte dell’esperimento mentale (unico modo per renderla più prossima alla scienza e distaccarla dal continente…), ma davvero è materia per altri scritti. Soffermiamoci invece sulle conclusioni che vengono tratte nel laboratorio filosofico di Glaucone:

«Questa, si potrà dire, è la prova decisiva che nessuno è giusto di proposito, ma in quanto vi è costretto: ciò perché nel suo intimo nessuno considera un bene la giustizia, ché anzi ciascuno, dove crede di poterlo fare, commette ingiustizia. Privatamente ogni uomo giudica assai più vantaggiosa l’ingiustizia che la giustizia» (Resp. II, 360c).

Dunque saremmo tutti ipocriti – delle merde travestite da santi che compirebbero nefandezze nell’oscurità. Un po’ categorico, certo, come giudizio; del resto non è facile immaginare la mosca bianca (dunque invisibile) che non commetterebbe ingiustizia: Glaucone – e noi con lui – ha visto solo corvi neri. A questo punto gli si può ribattere solo con un altro esperimento mentale. E Socrate, anzi Platone in persona, lo farà in grande stile immaginando l’intera Repubblica.


Note:
  1. Cfr. Resp. I, 354a.
  2. Se non altro, un grande merito di Platone è quello di cogliere e anzi anticipare sempre le obiezioni che gli possono venire mosse: da esse muove i passi.
  3. Cfr. Resp. II, 359c.
  4. Hobbes lo leggerò più in là.
  5. Resp. II, 359d-360b.
  6. Dicono che questo mito abbia ispirato Il Signore degli Anelli
  7. Non ancora almeno…
  8. Per quanto qua non sia nemmeno citato.
  9. Almeno il primo di cui abbiamo sì viva testimonianza…
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Socrate e la teoria dei giochi

Diciamoci la verità: Trasimaco non ci è parso poi così anarchico. Nello stato (di cose) che denuncia si trova in fondo a suo agio, una volta assodato che «la giustizia consiste nell’utile del più forte, e l’ingiustizia in ciò che comporta vantaggio e utile personale» (Resp. I 344c). Questi sono appena i prodromi dell’anarchia; ad ogni modo la società delineata dal sofista è divisa in due: giusti e ingiusti – furbi e fessi, o falchi e colombe se vogliamo. La replica di Socrate non si fa attendere. Dapprima risponde a tono, avendo in fondo compreso il pericolo delineato da Trasimaco:

«Il massimo del castigo, se uno non consente a governare lui stesso, consiste nell’essere governato da uno che gli è inferiore: per timore di questo castigo, a mio parere, governano, quando governano, i galantuomini» (Resp. I 347c)

– ma in fondo questo è il caro vecchio timore dell’aristocratico per morale, l’àristos. Il vero colpo Socrate lo sferra basso: anzitutto con un incalzare di domande costringe Trasimaco a concordare che «il giusto non soverchia il suo simile, ma il suo dissimile, l’ingiusto invece soverchia sia il suo simile sia il suo dissimile» (Resp. I 349c-d), quindi lo spinge a identificare il giusto col buono e l’ingiusto col cattivo, per concludere che

«chi è buono e sapiente non vorrà soverchiare il suo simile, ma il suo dissimile, anzi il suo opposto. [...] E chi è cattivo e incolto vorrà soverchiare sia il suo simile sia il suo opposto» (Resp. I 350b).

Ora, Socrate lascia intendere che una simile strategia non sarebbe stabile. Non può essere una ESS, teoria sviluppata in massimo grado nel V capitolo del Gene egoista di Dawkins. I cattivi (i falchi) infatti sconfiggeranno facilmente i buoni (le colombe1) ma non avranno lo stesso successo con altri cattivi: verosimilmente due ingiusti finiranno per logorarsi a vicenda, perdendo tempo ed energie. Da ciò ne consegue che la stragrande maggioranza saranno buoni e giusti, a voler vedere rosa. Volendo incupirci: la gran massa di ‘buoni’ saranno sottomessi a pochi cattivi, e la percentuale di questi ultimi può essere calcolata matematicamente. Un mix di pochi ingiusti e molti giusti, infatti, è stabile: se i ‘falchi’ fossero di più si sbranerebbero tra di loro e diminuirebbero, fino a tornare al numero ottimale2, quel «rapporto stabile tra falchi e colombe» che sempre vediamo e sempre vedremo nella politica. Ma ovviamente Socrate ne sapeva sempre una più del diavolo: rigetta il modello semplicistico delineato da Trasimaco e schematizzato nella teoria dei giochi (mi riferisco soprattutto al dilemma del prigioniero) e torna allo stato retto dai cattivoni:

«Secondo te, uno stato o un esercito o una banda di predoni o di ladri o qualsiasi altro gruppo di persone associate per un’impresa ingiusta, riuscirebbero a combinare qualcosa se i loro componenti si facessero reciprocamente ingiustizia?» (Resp. I 351c).

Sostanzialmente i governanti non possono essere ingiusti – almeno non totalmente, dato che «chi è perverso da capo a piedi e assolutamente ingiusto, è anche assolutamente incapace di agire» (Resp. I 352c). Ora, è vero che con ciò Socrate lascia intuire la soluzione del dilemma del prigioniero qualora reiterato nel tempo (emerge la giustizia3 e si diffonde l’altruismo, almeno sotto forma di collaborazione reciproca); tuttavia forte è l’impressione che il primo libro della Repubblica si chiuda e si aprano al contempo scenari inquietanti: i governanti sono una casta di uomini che concordano per non farsi reciprocamente ingiustizia. Avremo modo di parlarne.


Note:
  1. Più la colomba simbolica che quella reale: come ben sapeva Lorenz e come ci ricorda lo stesso Dawkins, i columbidi sono animali estremamente aggressivi!
  2. Una strategia di “tutti falchi” sarebbe perciò instabile, anzi impossibile; apparentemente la strategia “tutti colombe” è stabile – almeno finché non si introduca un falco!
  3. Benché nella forma della strategia “Tit for Tat” – occhio per occhio, dente per dente.
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Trasimaco l’anarchico

Trasimaco è il personaggio e la voce più forte che possiamo incontrare nella Repubblica: l’unico che sappia tener testa a Socrate (almeno finché Platone non decide di zittirlo!), un vero sbruffone che dà del buffone – finalmente! – al maieutico saputello. Entra in scena urlando, dopo essere stato a malapena trattenuto – e già scorgi l’audience impennarsi. Il suo ruggito contesta non solo il contenuto delle ‘chiacchiere’ socratiche ma anche il metodo1, per poi imporsi con la celebre definizione di giustizia2:

«Io sostengo che la giustizia non è altro che l’utile del più forte»3 (Resp. 338c).

Ora, su una simile frase ci sarebbe da disquisire per ore, per capire se il symphèron sia l’utile o l’interesse o il vantaggio, e se il kreìtton sia il migliore piuttosto che il più forte – fisicamente? moralmente? Mah. Per come è enunciata, non può non riportare alla mente quell’altra massima più recente, poi alla base del darwinismo sociale. Dunque Trasimaco fu un ‘nazista’, come diremmo oggi? Non direi – non almeno se lo ascoltiamo ancora un po’:

«Ciascun governo legifera per il proprio utile, la democrazia con leggi democratiche, la tirannide con leggi tiranniche, e gli altri governi allo stesso modo. E una volta che hanno fatto le leggi, eccoli proclamare che il giusto per i sudditi si identifica con ciò che è invece il loro proprio utile; e chi se ne allontana, lo puniscono come trasgressore sia della legge sia della giustizia» (Resp. 338e).

Insomma – la cosiddetta ‘giustizia’ altro non è che «l’utile del potere costituito»4. Ma poiché il potere costituito è il soggetto che detiene la forza, necessariamente la giustizia sarà l’interesse del più forte – del potente. Altro che totalitarista: Trasimaco è il primo anarchico! Per lui lo stato ‘democratico’ e la tirannide pari sono; la sua è un’indagine concreta del rapporto tra forza-potere e giustizia, con esiti elitisti:

«La giustizia e il giusto sono in realtà un bene di altri, un utile di chi è più forte e governa, ma un danno proprio di chi obbedisce e serve; [...] i sudditi fanno l’utile di chi è più forte e lo rendono felice servendolo, mentre non riescono assolutamente a rendere felici se stessi» (Resp. 343c-343d).

Proprio perché lo stato – qualsiasi stato – si basa sull’ingiustizia (che è poi la sua giustizia, l’utile del più forte), Trasimaco può permettersi di lodare il cittadino ingiusto e disobbediente: quando ci sono tributi da pagare il ‘giusto’, tordo, pagherà di più; a guadagnarci sarà solo l’ingiusto5 (e il cittadino che paga meno tasse6 e lo Stato che giustamente incassa). Qualora il concetto non fosse chiaro, Trasimaco spinge a figurarsi “l’ingiustizia assoluta”:

«Parlo della tirannide, che con inganno e violenza porta via i beni altrui, sacri e profani, privati e pubblici, non un po’ alla volta7, ma tutti in un colpo: e quando in ciascuno di questi ambiti uno viene sorpreso a commettere un atto contro giustizia, non solo viene punito, ma riceve anche i titoli più disonorevoli» (Resp. 344a-344b):

costui sarà chiamato schiavista, rapinatore, ladro, mentre il tiranno verrà considerato il più felice tra gli uomini8. Ora, a codeste corpose contestazioni Socrate-Platone risponderà costruendo lo stato ideale (contrapposto a quello assolutamente reale – di un lungimirante realismo politico, oserei dire – delineato da Trasimaco) non senza usare, tuttavia, un pizzico di razionalità matematica. Ma questa è già materia per un altro articolo.


Note:
  1. Ecco la provocazione di Trasimaco nei confronti di Socrate: «non limitarti a interrogare e non menare vanto della tua capacità di confutare chi ti dia una risposta (sai bene che è più facile interrogare che rispondere), ma sii tu stesso a rispondere e dà la tua definizione» (Platone, Repubblica, 336c).
  2. O più letteralmente “il giusto”.
  3. O sia: «φημὶ γὰρ ἐγὼ εἶναι τὸ δίκαιον οὐκ ἄλλο τι ἢ τὸ τοῦ κρείττονος συμφέρον».
  4. Letteralmente «τὸ τῆς καθεστηκυίας ἀρχῆς συμφέρον» (Resp. 339a).
  5. Cfr. Resp. 343d.
  6. Temo che, allora come ora, l’utopia di non pagare affatto tasse non stesse in terra.
  7. Giunto a questo punto non posso non pensare al test di Fabristol e ai suoi pensieri sull’inganno
  8. Cfr. Resp. 344b-344c.
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Della filosofia-politica

Non da molto ho detto che la filosofia non mi dà tanto. Come dire – la filosofia con me ha chiuso; e però non aveva mai aperto, in verità.

Più di recente, più concretamente, avevo cominciato a speculare sulle autentiche possibilità filosofiche, a mio avviso sempre più ristrette. Sarà che aborro la metafisica, quel borgesiano ramo della letteratura fantastica che m’auguro possa presto affondare nel manzoniano ramo del lago di Como, ma mi pare che delle tre idee kantiane della ragione, anima mondo e dio, ci sia ormai ben poco da discutere – una cosmologia filosofica farebbe ridere i polli, un’anima immateriale è una chimera dimidiata e dio, beh, lasciamolo perire ancora una volta.

Ragion per cui da parte mia vedevo una via per la filosofia solo attraverso la libertà. Ma la libertà è sia metafisica – il “libero arbitrio” – sia fisica – la libertà politica cioè. Sulla prima c’è poco da dire perché si può tuttora dire di tutto; quel poco che m’ero proposto di leggere1 l’ho esaurito e m’ha esautorato2. Sulla seconda, invece, c’è parecchio da leggere, tanto da dire e fin troppo da ridire.

Credo, appunto, che le ultime dialettiche possano giocarsi nella morale che si fa politica. L’etica politica mi sembra l’ultima questione ancora tanto complessa, talmente controversa e così scarsamente riducibile o riconducibile a scienza da meritare una onesta e mai tardiva attenzione filosofica. Ma prima, si ascoltino i primi.

Avevo già detto che ero indeciso su quale libro serio cominciare a leggere in primavera. Bene: iniziai la Repubblica: intrigante. E frattanto mi venne l’idea che sarebbe meglio pensare ad un ciclo di letture, tosto che ad un libro soltanto (che, pur studiato e sudato, può portarti via un paio di mesi – oltre marcirebbe). Ecco la mia bibliografia minima3 di filosofia politica4:

Platone, Repubblica (360 p.e.v.)
Aristotele, Politica (335 p.e.v.)
Machiavelli, Principe (1513)
Moro, Utopia (1516)
Campanella, La città del Sole (1602)
Bacone, La nuova Atlantide (1626)
Hobbes, Leviatano (1651)
Spinoza, Trattato teologico-politico (1670)
Mazzarino, Breviario dei politici (1684)
Locke, Secondo trattato sul governo civile (1690)
Rousseau, Il contratto sociale (1762)
Kant, Per la pace perpetua (1795)
Hegel, Lineamenti di filosofia del diritto (1821)
Leopardi, Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani (1824)
Stirner, L’unico e la sua proprietà (1845)
Marx, Manifesto del partito comunista (1848)
Mill, Sulla libertà (1859)
Bakunin, Stato e anarchia (1873)
Nietzsche, Genealogia della morale (1887)5
Huxley, Il mondo nuovo (1932)
Popper, La società aperta e i suoi nemici (1945)
Orwell, 1984 (1948)6
Arendt, Le origini del totalitarismo (1951)
Canetti, Massa e potere (1960)
Marcuse, L’uomo a una dimensione (1964)
Rawls, Una teoria della giustizia (1971)
Nozick, Anarchia, stato e utopia (1974)
Jünger, Eumeswil (1977)

È vero, mancano in tanti7, ma va bene così. Leggerò tutto e tutti? Ne dubito8. Proverò a commentarli su queste malnate pagine? Lo spero davvero. Orsù, esortatemi all’impresa!


N.B. Volevo aggiungere altre piccole considerazioni personali in questo scritto – come il mio imbarazzato silenzio solito di fronte alla politica dell’Italia (e) di B., come lo scettico pensiero della necessità di una solida preparazione filosofico-politica per l’aspirante competente governatore, come una piccola postilla per la consorte («Cara, non è certo un caso che il sogno di molti, troppi filosofi è sempre stato il governo di sé… e degli altri. Sono arrivato a questa fase anch’io, non essendo scienziato…» ecc.) ma diamine, m’ero già dilungato fin troppo.


Note:
  1. Essenzialmente questo e poi questo, ma anche questo e quest’altro
  2. Quando capiremo se la materia funziona in modo deterministico o indeterministico avremo risolto metà dei nostri liberi problemi, probabilmente.
  3. Almeno tale era nella prima stesura, quando contemplava la metà delle opere – Platone Aristotele Machiavelli Hobbes Spinoza Rousseau Kant Stirner Marx Mill Bakunin Rawls. L’ho poi allargata con scritti meno strettamente filosofici e più storici, sociologici o addirittura romanzeschi.
  4. Parzialmente debitrice a un paragrafo enciclopedico sugli influenti filosofi politici.
  5. O piuttosto – o pure – Così parlò Zarathustra?
  6. Ma anche La fattoria degli animali, che in verità era stata la mia prima scelta.
  7. Tutti i tardoantichi e i medievali e parecchi contemporanei, tra cui i non più pubblicati elitisti (Pareto e Mosca su tutti).
  8. Hegel, ad esempio, lo escluderei a priori; Locke non m’invoglia più di tanto (non ho nemmeno il libro), Spinoza per metà blatera di questioni bibliche ed ermeneutiche (salterò, una volta tanto, delle pagine…) e gli anarchici, beh, quelli vorrei leggerli per ultimi – ma prima delle opere più storico-sociologiche (Arendt, Canetti, Marcuse). I romanzi, poi, li ho già letti e non so se avrò il tempo e la voglia, così preso da Proust come sono, per rileggerli. In buona sostanza rimarrebbe un nocciolo d’una dozzina di opere che potrei pervicacemente spalmare in un anno di tempo o giù di lì.
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La vera storia di Lot

ALLIEVA – Cosa significa ‘sodomizzare’?
MAESTRO – Vuoi proprio saperlo? Non ti conviene.
ALLIEVA – Come no? Su Facebook c’è il gruppo “SODOMIZZIAMO Berlusconi, NON uccidiamo!”1. Che vuol dire?
MAESTRO – Che sarebbe una buona giustizia: occhio per occhio, dente per dente.
ALLIEVA – E quindi…?
MAESTRO – Signorina, significa “metterlo nel didietro“.
ALLIEVA – …ah.
MAESTRO – Ti avevo avvertita.
ALLIEVA – Già.
MAESTRO – Sai perché si dice così?
ALLIEVA – No.
MAESTRO – Mai sentito parlare di Sodoma e Gomorra?
ALLIEVA – Di Gomorra sì, di Sodoma no.
MAESTRO – No, questa è un’altra storia. Una graziosa favoletta biblica.
ALLIEVA – Davvero?
MAESTRO – Sì. Ma cosa vi legge, anzi cosa vi tace la professoressa di religione in classe?
ALLIEVA – Solo quel che decide lei.
MAESTRO – Bene, cioè male. Ma anche questa sta nella Bibbia, e dunque ci tocca leggerla.
ALLIEVA – Cheppalle!
MAESTRO – E invece è molto istruttiva. È la storia di Lot, un uomo giusto che abitava nella città di Sodoma. Una città i cui abitanti avevano un certo vizietto
ALLIEVA – Eheh…
MAESTRO – Fatto sta che una sera a Sodoma giungono due persone (due ‘angeli’, dicono). Lot li ospita a casa sua, ma durante la notte i suoi concittadini – i sodomiti – vanno a bussare alla sua porta: «si affollarono intorno alla casa, giovani e vecchi, tutto il popolo al completo. Chiamarono Lot e gli dissero: “Dove sono quegli uomini che sono entrati da te questa notte? Falli uscire da noi, perché possiamo abusarne!”».
ALLIEVA – Zu!
MAESTRO – Ma non è finita. Sta’ a sentire cosa fa il nostro eroe. «Lot uscì verso di loro sulla porta e, dopo aver chiuso il battente dietro di sé, disse: “No, fratelli miei, non fate del male! Sentite, io ho due figlie che non hanno ancora conosciuto uomo; lasciate che ve le porti fuori e fate loro quel che vi piace, purché non facciate nulla a questi uomini, perché sono entrati all’ombra del mio tetto”»2.
ALLIEVA – Ma che merda! Ma è proprio un porco!
MAESTRO – E ancora sconosci l’epilogo! Compito per casa: scopri cosa fece Lot quella notte alle sue figlie…

Lot e le sue figlie


Note:
  1. O almeno c’era.
  2. Genesi 19, 4-8.
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Un’insalata di riso condita da (t|r)e

Avvertenza: se sei tra coloro che condiscono l’insalata di riso col peperlizia o condiriso o barattolo affine, astieniti dalla lettura. Ti si potrebbe aprire un mondo di gusti nuovi e di procedure inconsuete.

Si avvicina l’estate, con gli inevitabili picnic domenicali e i giorni della liberazione-dai-fascisti-ma-non-dagli-americani, della festa del lavoro-in-cui-non-si-muore1, della prima capatina al tiepido mare, dell’escursione tra i freschi monti. O più semplicemente sei gettato a lavorare in un ufficetto anonimo e non ti va di riempire le tasche dei putiàri dei dintorni per un panino malfatto, una focaccia insipida o un arancino che sa di olio di motore palma. Cosa puoi prepararti la sera prima di partire? Bravo: un’insalata di riso. Àrmati di mezz’oretta di tempo e di parecchia pazienza, e seguimi.

Base di partenza è il riso parboiled. Non puoi sbagliarti: solitamente questo tipo di riso ha scritto sulla confezione, ben in evidenza, “per insalate”; in ogni caso lo riconosci al volo perché ha chicchi gialli e quasi trasparenti anziché bianchi opachi. Solo usando il parboiled avrai chicchi ben sgranati e non incollati dall’amido. Sta’ lontano dalle grandi marche (niente flore né faune avicole): un riso generico – anche da discount – va più che bene e costa la metà.

Teniamo in conto mezzo chilo di riso (ci vengono fuori quattro porzioni notevoli2). Tuffalo in abbondante acqua salata e mettilo su fiamma moderata; conta circa un quarto d’ora dall’ebollizione. A fine cottura scolalo – ci mancherebbe! – e quindi sciacqualo in abbondante acqua fredda (blocca la cottura, raffredda il riso ed elimina eventuali tracce amidacee).

riso

Indispensabile il peperone rosso, tagliato a listarelle e sobbollito in un pentolino, finché non ammorbidisce, con acqua salata e un poco di aceto3.

peperoni

Avrai intanto bollito un paio di uova sode (in acqua con dell’aceto, o si spaccano; una decina di minuti di ebollizione saranno sufficienti). Le sbriciolerai, ma solo dopo averle accuratamente sbucciate.

Considera due lattine di tonno sott’olio. Sgocciolale prima di sminuzzarne il contenuto ittico coi rebbi di una forchetta.

lattine

A tua scelta una lattina piccola di funghi trifolati o di mais in scatola. Se trovi vegetali di stagione, al mercato, prediligili alle suddette latte (potresti trovare e provare funghi champignon o pleurotus, asparagi, cuori di carciofo, cime di cavolfiori: al solito riduci a pezzetti, soffriggi4, stufa con acqua salata e con un pizzico di dado granulare, se vuoi).

Per un tocco fresco ti consiglio dei pomodorini dolci a spicchietti, a crudo.

Molti aggiungono del formaggio morbido. Puoi provare con dei cubetti di galbanino, di provola/scamorza/auricchio/caciocavallo o anche con dell’asiago. Mal che vada, accontèntati della fontina.

formaggio

Ci vuoi l’elemento carnaceo? Aggiungi dei parallelepipedini di spalla (di maiale, certo), o delle rondelle di wurstel (ma dicono di consumarli previa cottura: chi non lo fa?).

Per la variante vegetariana ometti questi ultimi due ingredienti (io non li metto, nella versione da giorni feriali; nelle ferie me li concedo) ed eventualmente il tonno (o tieni il latticino e togli pesce e carne, che forse è più coerente). Per quella vegana togli pure le uova e sostituiscile con… beh, quello lo sai tu.

insalata

Amalgamerai tutto in una insalatierona capiente, mescolando energicamente con un cucchiaio di legno. Tieni in frigo per qualche ora – magari per una notte intera. Prima di servire è preferibile condire l’insalata di riso con della maionese per esaltarne il sapore5.

maionese

Puoi accompagnare il tutto con dei crackers. Non so chi gliel’abbia insegnato, ma Lei fa così, e fa bene.

Nota bene: quest’insalata di riso non avrà quell’inconfondibile sapore acidognolo di aceto e anidride solforosa di quelle condite con le summentovate preparazioni industriali. A me non piace; se a te garba, potresti aggiungere dell’aceto nell’acqua con cui soffriggi gli ortaggi.


Note:
  1. Quando pubblicai la prima volta questo post, quasi due anni fa, andava di moda informare quotidianamente sulle ‘morti bianche’. Che abbiano smesso di morire?
  2. Nella prima edizione scrissi ‘oneste’; adesso che mangio di meno, con queste dosi otterrei perlomeno il doppio di porzioni…
  3. Nella prima versione dicevo: «lievemente soffritto e poi ammorbidito in padella (coperchiata) con un bicchiere o più d’acqua (puoi usare quella con cui stai bollendo il riso)». Adesso preferisco non fargli assorbire olio…
  4. Ma anche no, come ho già detto…
  5. All’epoca la compravo ancora, e addirittura suggerivo: «a questo fine è meglio una light, anche per non eccedere nelle calorie». Adesso la faccio da me – mettendo nel robottino un uovo, duecento grammi di olio di girasole, il succo di mezzo limone e sale ed aceto quanto basta – e viene senz’altro più calorica, ma dato il gusto deciso ne uso di meno.
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Inculalmondo

Dici che sto
Inculanmondo
che abito
Inculalmondo
che vegeto
Inculalmondo
– e sei catanese.
Catania, capitale
(la pena capitale le ci vorrebbe)
– e chi ti sente da Torino
sornione sbuffa, sorseggia
sherry e, tra grissini e tartufi
sbraita contro i provincialotti,
anche quelli del sud, anche quelli del meridione.

Dite che sto
Inculalmondo
che pratico
Inculalmondo
che gemo
Inculalmondo
– come se voi foste troppo più distanti
dalla chiappa, accipicchia.
Voi che poltrite nell’ano
di questo mondo
infame
ingrato
infranto
pascete tra soffici emorroidi
d’un mondo immondo che parla italiano
che implora italiano
che farfuglia solo italiano
o peggio.

Diciamo che sto
Inculalmondo
– che stiamo, che amiamo
Inculalmondo.
Tutto il mondo è paese
ma l’Italia è provincia vaticana
– vaticina, vana
vantaggi vaghi
per pochi prodi
(ormai nessuno, davvero)
per troppi nipoti
per alcuni amici
di amici di nemici di supplici
tra supplizi e supplì.

Diciamo,
Inculalmondo,
che l’Ammerica è malata
– dittatura guerra totalitarismo capitalismo
eppure
se dovessi spostarmi giusto un po’
da quel bulbo di pelo torto
da quella ragade che è la Sicilia
non sogno Siena
non vagheggio Venezia
non bramo Bari
(lì inciamperei)
ma baderei a Boston
(sì, esimio, non London:
semmai mi seppellirei
tra ghiacci scandinavi).

Abbiamo detto, adesso, che
Inculalmondo
non si sta poi così male
– lo spauracchio USA è sempre fatale.
Male.
Maledetto Garibaldi
maledetto Dante
maledetta primavera
e Manzoni, con tutti i coglioni
che ha rotto a scuola
– vola: il buco t’innamora!

Dicevamo:
Inculalmondo
– ma vi capisco
ci capiamo
e allora capitemi.
Gesualdo nacque visse operò
in un buchino qui vicino
leggeva leggeva
leggeva Marcel
diveniva sessagenario
fiero e tranquillo
mentre tutti intorno facevano rumore
(ma specie più lontano, oltre stretto
oltre oceano
oltre mondo)
e adesso le tacciono tutte
quelle chiacchiere tossiche
e ammirano
quelle tesi tisiche,
mai stitiche né statiche.

O voi d’Inculalmondo,
rumoreggiate, orsù
ruttate pure contro la mia serenità:
il vostro livore
non vale un soldo bucato
finché spasimerete per un foro di fama
finché non sarete in grado di farvi il bucato.

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