La scorsa volta la chiusa è stata bell(ic)amente moralist(ic)a, quando invece avremmo dovuto concordare per l’ultima volta con Socrate: «e facciamo pure a meno di dire [...] se la guerra sia fonte di male o di bene» (Resp. II, 373c). Sappiamo che la guerra esiste, tanto ci basti. Ma se c’è la guerra allora dovranno esserci anche guerrieri, o quantomeno guardiani1: così li chiama Platone. Essi saranno infatti come cani da guardia2 degli altri cittadini – «miti con i loro compagni, e duri con i nemici» (Resp. II, 375c) – e dunque dello stato stesso. Per ottenere un comportamento del genere è però necessaria una buona educazione – un vero e proprio addestramento. Qua comincia la parte pedagogica della Repubblica. Una sezione, invero, controversa in più punti, ma che muove da un assunto di base che potremo facilmente condividere:
«E non sai che in ogni opera il più è cominciare, specialmente con qualunque individuo giovane e tenero? È allora soprattutto che si forma e penetra l’impronta che si voglia dare a ciascuno» (Resp. II, 377a-b).
Certo, detta così sembra tanto quella pedagogia resa poi celebre dai gesuiti3 e dai comportamentisti4. Ci suonerà senz’altro meglio sentire dire a Platone che «tutte le impressioni che [il giovane] riceve a tale età divengono in genere incancellabili e immutabili» (Resp. II, 378d), tanto più in un’epoca pedo(filo)foba come questa5. Proprio per questo si deve stare molto attenti all’educazione dei bambini:
«È assai importante che le prime cose udite dai giovani siano favole narrate nel miglior modo possibile con l’intento di incitare alla virtù» (Resp. II, 378e).
Cosa sia la virtù lo capiremo più avanti; nel frattempo Platone comincia a stilare un vero e proprio elenco delle favole da censurare. Ora, in linea di principio io sarei contrario a qualsiasi censura6 e sono pronto a tacciare di totalitarismo chiunque pensi di poter limitare la fruizione di quel che meglio si crede, fossero tette o culi o pene di prete. Eppure non demordo e continuo a leggere. Tra le prime storie da eliminare vi sono quelle in cui gli dei non appaiono buoni come veramente sono7 – narrazioni che spingerebbero all’imitazione di divinità tanto sordide. Beh, io vieterei qualsiasi storiella sacra, ma tant’è; se non altro Platone aggiunge pure che robe del genere potrebbero rendere i fanciulli più paurosi8 – e ci sono ancora preti, non meno cinici di quelli lubrici, che tormentano i bambini con racconti infernali… Intanto è finito il secondo libro. Sono ancora perplesso; nel terzo libro, tuttavia, trovo la risposta. Non nelle prime pagine, dove a cadere sotto gli strali censori di Platone è addirittura Omero9, ma poco più avanti10. Leggiamo.
«Se all’uomo più sapiente si fa dire che per lui non v’è nulla di meglio di quando “accanto sian tavole colme di pane e di carni / e dal cratere vino attingendo / in giro lo porti e nelle coppe lo versi il coppiere”11, ti sembra questo un discorso adatto per un giovane da formare alla padronanza di sé?» (Resp. III, 390a-b).
Sarà stato il richiamo all’alcol o quello alla padronanza, ma m’è balenato in mente chi è oggi il vero educatore dei giovani. È la televisione commerciale12, basata sulla pubblicità che influenza e assilla pericolosamente. Ci lamentiamo di come crescano i giovani d’oggi, ma basta ascoltarli13 per capire dove vengono allevati: nel mondo sfavillante, patinato e corrusco del piccolo schermo. Verissimo, signore e signori (soprattutto le prime): sarebbe ora di boicottarlo.
Note:
- Noti anche come ‘custodi’ – in greco φύλαξ.↑
- Cfr. Resp. II, 375e.↑
- «Datemi un bambino fino ai sette anni e vi mostrerò l’uomo», pare fosse il motto di Javier…↑
- Watson scrisse: «Datemi una dozzina di bambini sani e farò di ognuno uno specialista a piacere, un avvocato, un medico, ecc. a prescindere dal suo talento, dalle sue inclinazioni, tendenze, capacità, vocazioni e razza».↑
- Ah, se solo sapessero come crescevano i giovani fanciulli greci!↑
- Sebbene ultimamente io stesso abbia cassato qualche commento su questo sito. Ma anche questa è questione di libertà…↑
- Cfr. Resp. II, 379.↑
- Cfr. Resp. II, 381e.↑
- Cfr. Resp. III, 386-388.↑
- Dove comunque il discorso prende piede ancora dai poemi omerici.↑
- Omero, Odissea IX, 8-10.↑
- Inutile dire il nome di chi vi sta dietro – non a caso, lo stesso che tiranneggia da quasi un ventennio.↑
- E a me succede quotidianamente.↑







Menzogna e merito in Platone
Ho voluto essere clemente con il Platone censore, lo ammetto. Peggio della censura, infatti, è la menzogna, benché a fin di bene. Una frase come questa non può non farmi saltare sulla sedia1:
Ora, è vero che la società non si regge sull’immancabile veridicità di chi parla; tuttavia qua il diritto di mentire pare essere appannaggio (dei custodi) dello stato. Dopo averci fatto sorbire una prima trattazione sull’educazione dei cittadini2, Platone torna sulla “nobile menzogna” (Resp. III, 414b) che sta alla base dell’ordinamento statale. Sentiamola.
Dunque per nascita gli uomini non sono tutti uguali, alla faccia di chi ciancia di comunismo in Platone4, ma sono almeno suddivisibili in tre tipi. Tipi e non specie, giacché «v’è caso che da oro nasca prole d’argento e da argento prole d’oro, e così reciprocamente nelle altre nascite» (Resp. III, 415a-b). Solamente con un’attenta osservazione e dunque con l’educazione – questa sì uguale per tutti, almeno nella prima fase – si potrà capire di che pasta è fatto il proprio figlio e, in base all’attitudine, spingerlo tra gli artigiani o innalzarlo agli onori e ai compiti di guardia5. Nulla da obiettare in tutto ciò: siamo in piena meritocrazia, in queste pagine6. La mitica menzogna dunque sottolinea le naturali differenze degli uomini non solo tra loro, ma anche rispetto ai parenti; inoltre è funzionale al divieto, per i guardiani delle prime due classi (rispettivamente governanti e guerrieri), di possedere oro e argento, avendone già a sufficienza nell’animo7 e, di più, di possedere sostanze personali, a meno che non siano assolutamente necessarie8. Così finisce il terzo libro. Il quarto libro si apre con il dubbio di Adimanto se in un simile regime i governanti (e non solo) possano essere felici; ne parleremo altrove, perché mi preme concludere l’articolo con la questione sollevata all’inizio del quinto libro: se anche le donne possano governare. Sentiamo cosa risponde Socrate – cioè cosa teorizza Platone.
Ora, il femminismo in Platone, reale o fittizio che sia, ha suscitato molte discussioni: ora appellandosi alla chiusa di quel passo10 ora alla comunanza degli accoppiamenti11, si è voluto misconoscere a Platone l’indubitabile merito di aver aperto la politica12 davvero a chiunque sia veramente capace, uomo o donna, nato da politico o da contadino. In ciò, pur col suo spirito aristocratico13, Platone si dimostra assai più ‘democratico’ di quanti dicono di esserlo, dicono.
Note: