DAVIDE – Mangiato bene?
TOMMY – Non posso lamentarmi.
DAVIDE – A differenza di me…
TOMMY – Problemi?
DAVIDE – Forse scrivo poco perché mangio poco.
TOMMY – Allora mangia bene e assai.
DAVIDE – Mai (più) sia! Piuttosto, riprendiamo il discorso di ieri.
TOMMY – Dei blog italiani?
DAVIDE – Esattamente.
TOMMY – Cosa ti hanno fatto?
DAVIDE – Nulla. Anzi, per lo più mi arricchiscono.
TOMMY – Ma?
DAVIDE – Ma al contempo mi annichiliscono.
TOMMY – Offuscando la tua fama? Uha.
DAVIDE – Beh…
TOMMY – Beh. Togliti queste fregnacce dalla testa. Considera com’è e cos’è il tuo blog.
DAVIDE – Cioè tu.
TOMMY – Pressappoco. Ecco, forse è meglio cominciare con una riflessione su cosa sia un blog di successo.
DAVIDE – O meglio, su quali siano i blog di successo.
TOMMY – Ecco. Sì. Meglio valutare l’estensione prima che l’intensione del concetto. È più intuitivo.
DAVIDE – Già. Dunque, i blog di successo…
TOMMY – Sì. Dimmi un po’ tu quali sono.
DAVIDE – Beh. Quelli politici, anzitutto.
TOMMY – Se mai quelli critici verso i politici…
DAVIDE – Sì, è più esatto.
TOMMY – Bene. Poi?
DAVIDE – Uhm. Quelli di satira.
TOMMY – Sempre di blog “politici” si tratta.
DAVIDE – Già.
TOMMY – Poi?
DAVIDE – Beh, i blog che parlano di informatica.
TOMMY – Certo. Altro?
DAVIDE – Blog tematici…
TOMMY – Perfetto. Altro?
DAVIDE – Non mi sembra. Niente di grosso, almeno.
TOMMY – Bene. Cerchiamo di valutare le caratteristiche che accomunano quei blog.
DAVIDE – Tipo la costanza?
TOMMY – Certo. Ma non solo.
DAVIDE – La perseveranza? La monotematicità?
TOMMY – Sì. E cos’altro?
DAVIDE – L’essere contro?
TOMMY – Vai più alla radice. Terra terra. Pensa a cosa provi leggendo questi blog.
DAVIDE – Rabbia?
TOMMY – Bene. Ci siamo quasi.
DAVIDE – Ma quelli di satira mi fanno ridere…
TOMMY – Già. (Non senza una rabbia repressa, però…)
DAVIDE – Sì. E invece quelli tematici, se m’interessa l’argomento, addirittura mi stupiscono…
TOMMY – Perfetto. Come puoi vedere, si tratta per lo più di blog che suscitano (e continuamente stuzzicano) le emozioni fondamentali: rabbia, disgusto, tristezza e addirittura paura nel caso dei blog antipolitici; sorpresa e gioia nei blog umoristici o tematici d’interesse. I siti satirici, poi, provocano un misto di tutte: forse è per questo che li troviamo costantemente in cima alle classifiche. (Questo spiega anche perché Travaglio scriva in quel modo poco ortodossamente giornalistico – tranne nel MicroMega cartaceo, che è roba da filosofi…)
DAVIDE – Interessante. Dunque dovrei dare una svolta emotiva al mio blog, al mio sito, al mio scrivere? Dovrei abbandonare il mio fuffoso pseudorazionalismo e quel tedioso continuo parlare di me anche nelle astrazioni più spericolate?
TOMMY – Perché no! Il successo – quello meritato – è solo una questione di emozioni. Ma non è tutto. Qualcuno deve pur ricordarsi di ciò che dici.
DAVIDE – Potrei parlare alle pance, ma non potrei agire sulle menti altrui.
TOMMY – Tu no, ma i memi che potresti creare sì.
DAVIDE – Per oggi ne ho abbastanza.
TOMMY – Ne riparleremo presto. Intanto va’ a leggere il libro della Blackmore.
DAVIDE – È già sul comodino.
TOMMY – Buona lettura.
De-blog II
De-blog I
TOMMY – E così non riesci più a scrivere?
DAVIDE – Già. Non si vede? Non s’era capito?
TOMMY – Beh. Se prendiamo a riferimento gli ultimi mesi certo, negli ultimi giorni un calo quantitativo c’è stato. Ma i primi anni la media era quella.
DAVIDE – Ma i primi anni non avevo internet costantemente.
TOMMY – Dunque avevi anche meno distrazioni.
DAVIDE – O meno spunti e ispirazioni.
TOMMY – Non mentire a te stesso.
DAVIDE – Già. Però, quell’orrida sensazione che quel che vorrei dire io l’ha già scritto qualcun altro…
TOMMY – Orrida? Ti tolgono fatiche! E poi alcuni sono anche ben pagati. Tu non prendi un cazzo manco dagli AdSense invece… (A proposito, toglili, ché fanno schifo.)
DAVIDE – Sì, sì. Ma magari, se avessi scritto costantemente di certe cose…
TOMMY – Non illuderti. Anche la blogosfera è una casta.
DAVIDE – Sarà. Ma resta che questo blog è una ciofeca, diciamolo! Rispecchia perfettamente l’Autore…
TOMMY – Con la maiuscola? Uha.
DAVIDE – Devo farmi forza.
TOMMY – Ce n’è bisogno?
DAVIDE – Sì, se non voglio sentirmi schiacciato dal soffitto.
TOMMY – Manca oltre un metro.
DAVIDE – Non quello, deficiente. Il soffitto della mia mediocrità.
TOMMY – Ah, quello.
DAVIDE – Già.
TOMMY – E che ti lamenti? È la sorte di tutti, no?
DAVIDE – Sì. Ma io sono io!
TOMMY – Tu sei tu.
DAVIDE – Io sono diverso. Più migliore, capisci? Io, coi miei sogni di gloria…
TOMMY – Una dozzina d’anni fa.
DAVIDE – Vuoi dire che me li ha ammazzati la vecchiaia? O l’università?
TOMMY – O più semplicemente la crescita, la disillusione, il realismo. Il pessimismo.
DAVIDE – No, no, non ricominciamo col discorso che è colpa del mio pessimismo paralizzante se non ho concluso (ancora?) un cazzo.
TOMMY – Non solo, ma anche.
DAVIDE – È la società che è iniqua.
TOMMY – Forse. Soprattutto in ciò che è cristallizzato e politicizzato (mi riferisco anche, anzi meglio non parlarne, all’insegnamento…).
DAVIDE – Taci!
TOMMY – Volentieri. Però, voglio dire, la blogosfera… Il tuo sogno era fare il giornalista, nevvero?
DAVIDE – Già. Così sembra.
TOMMY – Ma non ci hai mai provato.
DAVIDE – Avevo l’idea che può avere un adolescente, del giornalismo. L’eco dell’idea di Eco – che non a caso non è esattamente un giornalista, anche se scrive per dei giornali.
TOMMY – Insomma, volevi fare il criticone.
DAVIDE – Più o meno. (Certo non il pubblicista provinciale sfruttato…)
TOMMY – Potevi farcela, sul web.
DAVIDE – Già.
TOMMY – Ad alcuni riesce bene.
DAVIDE – Alcuni ci perdono la vita.
TOMMY – È quel che cercavo di dirti prima.
DAVIDE – Io ne ho di tempo da vendere!
TOMMY – Ma non se lo compra nessuno.
DAVIDE – Manco se lo regalo…
TOMMY – Forse non lo regali come si deve.
DAVIDE – E perché dovrei? Per chi? E poi, prendiamo i blog italiani…
TOMMY – Domani, ché adesso devo andare a mangiare.
DAVIDE – Beato te.
Fatalisti
Il fatalismo è il credere che ciò che deve accadere accade – concezione più che diffusa in Sicilia, dove si macchia sovente di toni consolatori, religiosamente rassegnati («com’uoli diu»…). È luogo comune supporre che il fatalismo spinga all’inazione o quanto meno all’inerzia, ma basta poco per mostrare che non è così. Mettiamo in palio cento euro. Puoi scegliere: puoi vincerli se fai dodici con due dadi, o se ti esce testa lanciando una moneta. Tu sei un essere razionale, e giustamente scegli la moneta; a rigor di logica, per un fatalista la scelta è indifferente. Così anche Dennett1 tenta di confutare il fatalismo, glissando sul fatto che perfino il fatalista deve scegliere tra dadi e moneta2. Lì per lì quasi m’entusiasmo, specie immaginandomi la scelta errata da parte del fatalista3; poi torno nei ranghi, metto da parte l’ennesimo esperimento più mentale che reale4 e mi rivolgo nuovamente alla storia. È abbastanza chiaro, infatti, che un fatalista puro, come comunemente inteso, non può esistere5. Andiamo a vedere allora dove emergono delle sacche di mero fatalismo. Esse si manifestano nelle malattie, negli incidenti e nella morte6, e mai nel bene improvviso o imprevisto, come può insegnarvi qualsiasi vero siculo7. Sono tutti eventi in gran parte indipendenti dalla propria volontà8, diversamente dalla scelta tra la moneta e i dadi9. Sono cose molto poco in nostro potere. Ecco: a mio avviso il vero fatalista, oggi, è colui che meglio computa il cieco fato – quel caso che può essere indagato solo con la categoria della possibilità, e dunque con lo strumento della probabilità. Il fatalista è colui che sa che la feccia lo circonda – ma il prezzo per imbracciare un kalashnikov, o anche solo per aprir bocca, è troppo vitale. Con buona pace di Dennett, il fatalista – il cui unico scopo è arginare il male – è l’unico che si salverà.
Note:
- In L’evoluzione della libertà, ma intuisco che egli non sia stato il primo a proporre un argomento del genere.↑
- O non sceglie? O forse affiderebbe la scelta a… un ulteriore lancio di moneta?↑
- Senza necessariamente connotare, come Dennett, i fatalisti come evoluzionisticamente perdenti…↑
- E che mostrerebbe solo chi è più bravo in matematica e chi meno, mica chi è fatalista e chi no.↑
- Forse proprio perché s’è estinto – vuoi vedere che aveva ragione Dennett?↑
- Non senza un pizzico di afflitta eresia. «È Dio che vuole il male»: ci hanno mai pensato che è questo quel che dicono i fatalisti nostrani?↑
- Cosa può saperne un americano di fatalismo? Ditemelo.↑
- Checché ciò voglia dire, specie in un’ottica strettamente determinista.↑
- Non il lancio della moneta o dei dadi in sé, però!↑
C’è munnu pessu
A mia mi pari ca ci sù n’pugn’i pazzi, dda fora. Pazz’i catina, ri manicomiu! Vadda a chisti, ca ci rumpuni i sacchetti ca n’ama nsignari u dialittu, ca l’ama sturiari à scola, e cu n’autr’anticchia ni venunu a cacari a minchia macari ca l’ama parrari unn’e r’è, macari ò tribbunali. Chiddi chiù fini diciunu ca è picchì u venetu iè na “lingua”, e s’a tirunu, matruzza!, comu sulu unu di l’Alt’Italia pò fari. Iu, t’ha diri a viridà, pensu ca a megghiu lingua è chidda ca sai parrari megghiu. Chidda ca ti pò fari diri tutti chiddu ca ti passa pò cirivieddu. Non gn’è difficili; pi fariti capiri: iu nan sacciu spicari na palora d’italianu, e allura è megghiu ca parru u sicilianu. Ma ci sù i duttura, i prufissura ie tutti chiddi ca c’hanu i scoli auti, ca sanu parrari meggh’i mia. Si linchiunu a ucca cu tutti ddi beddi palori ca nò dialittu mancu ci sù! E senza palori, unu com’avissir’a parrari? Pigghia mà niputi, ca sturiau a “filosofia”. Iddu sapi parrari, pì daveru! Mi spara tutti ddi cosi – pissicologia, ah!, senti, senti, ondologgia, e pi scemologgia mi stà dicennu… – cosi, cosi!, ca s’aviss’a parrari n’sicilianu mancu i putissi diri. Ma si iù n’ei pozzu diri, vuò diri ca nun ci sù, ca non esistunu? O ca iù sugnu gnuranti? E u ma niputeddu allura, ca non sapi spicari na palora ri tariscu? (Iu emicrai à Gimmania quann’eru carusu… Ain zuai polizai!) E non sapi mancu u nglisi, schifiu. Uò ddrivati crapi!
Chitarrista cerca gruppo a Ragusa
Ciao ba(ss|tter)ista, sono un chitarrista alla disperata ricerca di una rock band a Ragusa. Suono cover da una decina d’anni, ho alle spalle una modesta carriera da show man coi Neurogramma (la band più seria che m’è capitato d’avere), ho una strumentazione che si sta impolverando e una tecnica assodata e incoerente. Musicalmente sono nato con U2 e Police, cresciuto con Pink Floyd e Led Zeppelin, maturato con Dream Theater e Black Sabbath e sto marcendo con i Rush e i Primus. Il mio sogno era quello di diventare ricco e famoso grattando corde; ma sono giunto alla veneranda età in cui Jimi Hendrix, Janis Joplin, Jim Morrison e persino Kurt Cobain s’erano tolta la vita (la stessa età in cui David Gilmour pubblicava The Dark Side of the Moon, peraltro…), e ovviamente sono povero e sconosciuto (ma se in mezzo a terribili ristrettezze ce l’ha fatta un trentenne Mark Knopfler, chissà che non possa andare bene anche a me…).

Il mio intento, una volta formata la band, sarebbe quello di partire da qualche cover (non escludo neanche delle esibizioni a mero scopo pecuniario…) per poi sviluppare pezzi propri. Niente di “alternativo”, per carità: so che voi ragusani siete proprio fissati, ma non è roba per me. Ecco: la mia band ideale sarebbe un power trio: meno si è meglio si suona – e poi odio il secondo chitarrista, e tollero il tastierista solo se canta (o se è Keith Emerson) (anzi no, odierei anche lui, troppo tracotante: meglio un Jon Lord). Insomma, un trio alla Rush (ma anche alla Nirvana) o un quartetto alla Pink Floyd (per tacere dei Queen) è ciò che vorrei. Come genere prediletto – o meglio: d’ispirazione – siamo lì: un prog rock moderno, a limite un po’ psichedelico (e forse anche un po’ pop), ma non troppo tecnico perché non so ancora fare lo sweep-picking. Non disdegnerei nemmeno qualche sortita più metal, magari in chiave crossover (alla System of a Down, per intenderci) o addirittura dance (vedi Blondie e No Doubt). Lo so, chiedo troppo; ma se penso che Ragusa ha più di settantamila abitanti (dunque, ad occhio e croce, almeno settemila giovani tra i 20 e i 30 anni, tra i quali voglio sperare vi siano almeno una settantina tra batteristi e bassisti degni di codesta nomea – mettiamo poi che sette di questi sappiano pure cantare discretamente, ché io non ho proprio voce) e che loro si sono ritrovati, penso possa esservi qualche probabilità anche per me. Se sei arrivato fin quaggiù e sei interessato puoi lasciare un commento o scrivermi su info@tommydavid.com (potresti anche telefonarmi, ma nemmeno te lo do il mio numero perché perderei subito stima per te, visto che dovresti essere anche un minimo colto – oltre che bello e buono come un aristocratico greco – e quanto meno devi preferire internet alla tv e alla telefonia). Ti aspetto.
Cattivi insegnanti
Sono un insegnante mancato. Ho studiato (storia della) filosofia anche cullandomi nel pensiero che prima o poi l’avrei insegnata. Ma adesso è un pessimo momento per fare i professori. Per quelli della mia leva1 è semplicemente impossibile2. Immaginate con quale spirito leggo queste parole di Popper:
«Ho riflettuto, a quel tempo, su cosa sia più importante in una riforma scolastica. Come si può riformare davvero la scuola? Poiché riflettevo sulle mie esperienze come giovane insegnante in cattive scuole, sono arrivato alla conclusione che la cosa più importante sia di dare ai cattivi insegnanti la possibilità di lasciare la scuola. [...] Ho fatto una proposta molto semplice: a queste persone, che non sono affatto peggiori delle altre, bisogna costruire ponti d’oro perché se ne possano andare dalla scuola; al loro posto verranno dei giovani che in parte sono insegnanti nati» (K. Popper – K. Lorenz, Il futuro è aperto)3.
Inutile dire che la mia reazione immediata è quella della standing ovation – certo, forse perché mi sento un giovane insegnante nato nonché disoccupato (quindi potenziale beneficiario della proposta) e sicuramente poiché non sono di certo un vecchio, brutto e cattivo docente. Però. Però. Però Popper dimentica di aggiungere un ovvio corollario. Come dovrebbero abbandonare la scuola i cattivi insegnanti, così dovrebbero fare gli allievi pessimi. Dovrebbe essere loro permesso di fare altro. Capisco a stento l’obbligo scolastico fino alle scuole medie, ma averlo esteso fino ai 16 anni4 è una totale scelleratezza5. Per i ragazzi (che non possono imparare qualcosa di meglio), per i genitori (che devono sostentare i figli a prescindere dal prossimo decreto Brunetta) e soprattutto per gli insegnanti, che di fronte a certe bestie da soma non possono che incattivirsi ulteriormente – e dare davvero l’impressione di essere loro in trappola.
Note:
- Laurea in lettere e filosofia a.a. 2007/08.↑
- Tra gli ultimissimi che ce l’hanno fatta – o per meglio dire: tentano di farcela – ci sono Miryam e Azalais, ma provate a chieder loro a che prezzo.↑
- Così continua: «Fino a quando molti insegnanti sono insegnanti amareggiati, amareggeranno i bambini e li renderanno infelici. Rimangono nella scuola fino al pensionamento, e tirano un sospiro di sollievo quando la pensione arriva. Fintantoché nella scuola restano insegnanti amareggiati, che per comprensibili motivi terrorizzano i bambini – anche perché essi stessi vengono intimoriti dai loro superiori, ad esempio dagli ispettori –, la scuola non potrà diventare migliore». A proposito, l’ho letta su carta qualche sera fa, ma la conoscevo già grazie a Marco T.…↑
- Età che suppongo verrà elevata presto fino ai 18. Aumenta la quantità e diminuisce la qualità, ovviamente.↑
- So di ragazzi che si fanno bocciare due o tre volte alle superiori finché non sono fuori dall’obbligo. Viva la squola, eh.↑

Zoom G2Nu e G2.1Nu
Possiedo già una Zoom G2.1u, l’acquisto repentino d’una fredda mattina invernale d’un anno fa nonché la più economica1 interfaccia chitarra/computer via USB disponibile sul mercato. Visto il prezzo è anche abbastanza versatile; tuttavia non è esente da difetti – nel senso di vere e proprie mancanze. A livello hardware quello schermino anonimo, con due grosse cifre rosse adattate alla meno peggio ad un uso alfanumerico nonostante i led a sette segmenti, non è il massimo della praticità (ed è poco o punto esplicativo). A livello software, poi, posso lamentare, nell’ordine: l’assenza di un compressore serio (l’unico disponibile fa abbastanza pena ed è scarsamente regolabile); il phaser poco personalizzabile (oltre che criminalmente inserito nel modulo dei wah anziché in quello delle modulazioni); la scarsità di modelli fisici dalle sonorità schiettamente crunch (in compenso è molto versata sulle sonorità hi-gain, discretamente emulate); il cambio dell’algoritmo diretta/live (cioè per suonare attaccati al mixer o all’ampli) disponibile solo dentro il modulo di equalizzazione extra; niente phaser nel modulo effetti (l’ho detto e lo ribadisco); niente emulazione di delay analogico. Ma alla Zoom sembrano avermi sentito, e hanno pensato a tutto.
Non da molto sono stati presentati i nuovi modelli, Zoom G2Nu e G2.1Nu, che andranno a sostituire (ma probabilmente all’inizio si limiteranno ad affiancare) le attuali pedaliere Zoom di fascia media. Prima grande conquista: anche il modello senza pedale d’espressione incorporato è provvisto di porta USB. Ciò significa che con un centinaio d’euro (suppongo) potremo avere già il modello base pronto ad essere collegato al pc. Seconda (ma forse prima per importanza): abbiamo un comodo schermino LCD non avaro d’informazioni sulle impostazioni che si vanno a smanettare2. Finalmente si potrà regolare la pedaliera senza fare riferimento continuamente al manuale d’istruzioni! Terza: abbiamo ben 30 modelli di ampli e pedali. Vuoi vedere che finalmente, tra emulazioni di Tube Screamer, RAT, Big Muff e Plexi trovo il suono vintage che più m’aggrada? Quarta: oltre a nuove simulazioni di ampli, si sono arricchite pure le altre sezioni: tre compressori, chorus e delay “analogici”, “phase” nel modulo effetti (sarà il phaser che speravo?)… Quinta: un looper integrato (questa neanche la speravo…). Sesta: un semplice tastino per passare in modalità “direct” (utilissimo per registrare al volo con le stesse patch impostate per l’ampli!). Settima: Steve Vai c’ha messo il nome, stavolta (e spero che non l’abbia sperperato…). Insomma, le carte per essere una valida alternativa ai vari POD adesso mi sembrano esserci tutte3. Il suono, vedremo – anzi, udiremo.
Note: