mercoledì 10/10/07, 13:14
Anche quest’anno giunse San Placido, puntuale come le bellissime tasse e i voli del guardasigilli, e per il secondo anno consecutivo sono lì a farvi da cronista mediatico – l’unico, che io sappia, della sfera digitale (e me ne vanto pure). Festa breve ma intensa: specie per chi, come me, ha fatto capolino per le vie cittadine soltanto nell’ultimo giorno (quello dei grandi spari), nelle ultime ore, negli estremi tediosissimi minuti di commiato dal benedettino sacro, logorato da migliaia di stimoli di solite vecchie cose.

Sì, mi sono annoiato come non mai. Le mie riserve e perplessità su una festa sempre uguale e sempre più scialba le avevo espresse già
l’anno scorso; adesso voglio ulteriormente elaborare alcuni spunti che non avevo esplicitato bene, vuoi per reticenza vuoi per timida mancanza di convinzione. Prendiamo la principale attrazione pagana della festa: lo
spettacolo piromusicale (marchio registrato). Quello davvero non trova giustificazione alcuna (a parte quella di essere divulgato
davvero in presa diretta da Video Star). Lo connotavo già un anno fa come
kitsch all’ennesima potenza; adesso, oltre che come eterna prosperità della ditta Vaccalluzzo lo vedo anche come esibizione politica di (pseudo)potenza e di generazione di (scarso) consenso. Sarò più chiaro. Abbiamo sentito tutti le malignità e i sussurri di chi preconizzava l’assenza della Festa (
astannu nenti festa!); tuttavia abbiamo (avete!) tirato un corale respiro di sollievo quando il Sindaco ci ha prontamente informati dal nostro canale preferito che, nonostante il ridotto budget, la Grande Festa dei Biancavillesi Tutti si sarebbe fatta, perché
s’ha da far. E quel risicato fondo monetario, quel tesoretto sulla cui provenienza si favoleggia invano (fondi del Comune? sovvenzioni della Provincia? stanziamenti della Regione? Bah: sempre soldi nostri erano…), non è tuttavia stato abbastanza ristretto da non farci permettere l’ennesima moschetteria a suon di musica più o meno classica: il
Nessun dorma, l’
O fortuna, timpani e tonfi a tempo… Le solite cose, insomma. Per fortuna ci siamo risparmiati l’insopportabile intermezzo new-age. A memoria sarà stato lo sparo musicale col record di durata negativo: una decina di minuti di strazio in meno. Menomale.

Ma io non ci sto. Sarà durato venti minuti anziché il doppio, ma ciò non toglie che quando io guardo un fuoco d’artificio non vedo uno sfavillio di luci colorate inframmezzato da botti sonori, no: io vedo salire in cielo e andare rapidamente in fumo centinaia di euri, in rapida e fragorosa successione. Sono iconoclasta? Sono l’unico a pensarla così? Certo non il solo al mondo (ah,
meravigliosa creatura!); sicuramente uno dei pochi nel nostro paese, a giudicare dalla presa sempre immutata che esercitano i tanto attesi spettacoli sfavillanti sulle genti. Così mi ritrovo a sognare e fantasticare diluvi e temporali che disperdano la folla e soprattutto mettano fuori uso le dispendiose e dannose polveri da sparo. Purtroppo le zenoniane
sbrizze d’acqua sono arrivate a fuochi ormai finiti, e hanno guastato lo spettacolo e l’esibizione della Grande Sorpresa che ci ha riservata l’Amministrazione Comunale: un misconosciuto gruppetto nisseno o qualcosa del genere (ignoto come potremmo essere noi biancavillani nel calatino, per intenderci). Come se Biancavilla non avesse dei valenti musicisti, da rockers a jazzisti passando per vocalists e bandisti. Badate bene, non parlo per tirarmi in causa: da tempo ho promesso a me stesso di non partecipare ad alcuna manifestazione (pseudo)musicale organizzata (malamente) dall’Ente Comune di Biancavilla. Mi spiace dare sempre forfait al gentilissimo Salvuccio Furnari (che si prodigava, è vero, ma forse senza troppa convinzione, o senza eccessivo supporto da chi gli sta dietro o sopra), ma davvero non è il caso. Troppi compensi negati, troppe esibizioni saltate, troppa disorganizzazione. Ma lasciamo stare: ognuno a casa sua.

Ad ogni modo devo dire che mi aspettavo di
peggio. È stata una festa discreta, è innegabile; una sobrietà all’insegna dello
sgavito, dell’economia, della gestione della casa e cosa pubblica. Torniamo dunque al contesto politico – perché, come non mi stancherò di ripetere, la festa è occasione politica per eccellenza, passerella di devozione istituzionale e sfoggio di pietà filoclericale. No, non ho seguito il fercolo, nemmeno alla lontana. Probabilmente ci saranno state le alte rappresentanze del Potere Biancavillese ad aprire il corteo (senz’altro c’è chi è più devoto di me). Forse c’è anche stata più gente dell’anno scorso: che importa? Biancavilla “riabbraccia” (che retorica da De Amicis…) il suo Santo Patrono con immutato affetto. È l’aspetto religioso che conta, no? Ma la questione è più sottile (e subdola, specie per loro). È ideologica anzitutto, e programmatica in secondo luogo. Perché della crescente
profanizzazione di questa festa (paganamente religiosa solo per necessità o per mancanza d’alternativa) l’attuale Giunta ha un ruolo non indifferente. Cosa del tutto inattesa da parte di politici cattolicissimi, di partiti cristiani anziché no, di gente nota per croci e crocifissi.

Mi chiedete delle soluzioni. (Dovrebbero chiedermele dal Comune, come minimo.) Siete stanchi delle solite critiche più o meno fondate. Beh, un paio di spunti di riflessione li butto giù qui, veloci veloci. È davvero triste che un
professore e un
estimatore (di musica ambedue) non sappiano proporre di meglio che queste pacchianerie, questa paccottiglia fragorosa e insopportabile. Ho sentito dire anche di spettacoli regional-popolari nei giorni passati: quelle cose di bassa lega che vanno tanto nel catanese, che fanno ridere cani e porci (ma solo quelli). Questo è il paternalistico abbraccio dei suddetti campioni culturali verso i concittadini biancavillesi, sudditi ignorantelli e
pureddi. Chiediamoci piuttosto: dov’è il Jazz? Sì: quel genere musicale che, con delle mirate rassegne, qualche anno fa cominciava ad attecchire e fiorire nel nostro territorio. Sì, il genere prediletto dal Nostro Direttore Artistico e ottimamente (e frequentemente) praticato da
suo figlio. Hanno ammazzato il Jazz (il Jazz è vivo, ma non qui). Hanno stroncato sul nascere una cultura che avrebbe potuto migliorare città e cittadini. E non mi dite che non c’erano i soldi! (Che poi i jazzisti si sa, si accontentano di poco.) Al suo posto, pronte risate e facili violini (che è già tanto). Al suo posto, quel polpettone, quella sparatoria con facili arie (con la segreta speranza che possa educare il biancavilloto alla musica classica, anche se Orff tanto classico non è, e Pavarotti, pace all’anima sua se è riuscita a volare fin lassù, è ormai patrimonio nazionale riconosciuto e tutelato). Ma del resto l’elettore non si può scontentare, nemmeno in tempi di vacche magre:
lo sparo è sacro più del santo.

Speriamo solo di non dover ricordare (o rieleggere, chissà) Nostro Sindaco di Alleanza Nazionale e la (poco) fedele corte al suo seguito per tali politiche piromusicali (nel senso esatto e letterale che incendiano le Muse).
Come? Dite che parlo male di ’ste manifestazioni e poi vi sparo un intero servizio fotografico? Mentalità dritta, miei cari. Vi do (anche) quel che volevate. (Tanto parecchi di voi si saranno fermati a contemplare le foto e le animazioni, e nient’altro.) E scusate se mi contraddico: sono vasto, contengo moltitudini…
sabato 06/10/07, 21:02
Probabilmente giungete qui da Biancavilla.org. In quel caso, benvenuti! Questa è una diramazione del mio sito, una sezione che raccoglie le mie riflessioni e le mie critiche attorno al nostro Comune. Forse non vi sono del tutto sconosciuto. Forse qualcuno ricorderà di aver già letto gli articoli che ripresento qua sotto, ma in un’altra veste. Forse qualcuno si era pure chiesto che fine avessero fatto i vecchi post di quel conato di blog… beh, rieccoli. E così, assieme ad essi, a distanza di un anno mi ripresento (piacere, Tommy David alias Davide Tomasello). Saranno le smanie dell’autunno, sarà Samplacido, saranno le elezioni imminenti, ma sento di avere ancora parecchio da dire anche su Biancavilla. (Tra l’altro ho ancora della roba da riciclare – perché sempre valida e feconda – tra gli appunti.)

Pretese? Nessuna
. Non c’è bisogno di studiare la struttura dei
media e dei mezzi di comunicazione di massa (anche se da parte mia l’ho
coattamente modestamente fatto) per capire che a Biancavilla non c’è spazio né tempo per il web. (Ok, adesso non prendiamocela col paesello anche senza motivi specifici: suppongo che in molti altri paesuoli vecchi e pigri – e non troppo letterati – la situazione non sia troppo dissimile. Ringraziamo che perlomeno qua
c’è l’ADSL…) La pervasività e l’accessibilità della televisione (per non dire della fascinazione che continua ad esercitare immutata, anzi sempre più forte, da oltre mezzo secolo a questa parte, e a Biancavilla da almeno due decenni…) sono cose che il web non avrà mai
, genericamente parlando. Tanto più nel distretto biancavillese Internet non ha massa, assolutamente: né peso né gente
. Eppure dicono che anche qui ci sia stato il periodo d’oro del web. Ricordiamo ancora quando Biancavilla si
specchiava o quando si
disturbava: la risonanza mediatica usciva dagli schermi privati e diventava rapidamente questione pubblica, politica addirittura! Adesso i promotori di quelle encomiabili iniziative sono passati ad attività più gratificanti, meno rischiose e soprattutto più remunerative (non gliene faccio una colpa, ci mancherebbe…). La fiaccola che attingeva da quelle scintille tuttavia non è stata raccolta da nessuno: c’era il rischio di scottarsi, e ancor più quello di perdere tempo come tedoforo in un paese sonnecchiante, svogliato, che ha occhi solo per guardare facce illuminate, non per leggere minuscole righe. Nessuna colpa ha dunque
Video Star,
la nostra tegola il nostro canale preferito, che da parecchio detiene il monopolio informativo nel nostro piccolo ambito
. (A proposito, sono anche miei vicini, vicinissimi di casa, eppure non sono mai entrato nei loro
studios: dovrei vergognarmene.) Beati loro che qua sono la tv.

Appurato che su questi lidi digitali non c’è pubblico (perlomeno quello di massa, che appunto fa massa) né attori, oso propormi timidamente come interlocutore
clamans in deserto. Dove andranno a finire le mie parole è compito vostro; dove riuscirò a farle arrivare, sarà merito mio. Ma non illudetevi, rimarranno nei vostri confini, nelle stanze di pochi. A proposito di camere e telecamere: no, non seguo l’evolversi (se esiste) della situazione politica biancavillese. Non mi interessa. Ero uno sfiduciato e uno scettico ben prima dei tempi di Beppe Grillo
: non è necessario troppo acume per accorgersi che anche qui, come pressoché ovunque, ci sono sempre le stesse facce. (E questo non è qualunquismo: solo triste constatazione. Altro che due legislature!) Quelle stesse che si ripresentano ogni 4/5 anni e vengono rielette (loro, le facce) proprio perché note, dei
soliti noti. Gli interlocutori del signor Ranno, e dunque vostri: li conosciamo tutti. Era proprio il poterli vedere finalmente da un’altra prospettiva, del tutto inedita, che aveva scatenato quel pandemonio mediatico: la gente aveva nuovi occhi attraverso cui inquadrare le beghe del Palazzo. Adesso siamo tornati alle sedute consiliari videoregistrate. Che francamente trovo parecchio noiose e per nulla illuminanti di qualcosa che non sia il grado di cultura dei nostri rappresentanti.

A questo punto il mio volto voglio proprio (ri)mostrarvelo ugualmente. Non preoccupatevi, non è il solito. (Molti, troppi, non appena mi conoscono, mi dicono di non avermi mai visto a Biancavilla. Per forza: non passeggio, non mangio calabroni né seggo e scaracchio in piazza.) E poi, a me nessuno mi passa soldi per farlo sbattere su volantini e manifesti che imbrattano la città; però, per quel che costa (cioè nulla o quasi), ve lo schiaffo qua. Sono indeciso tra la fototessera della carta d’identità o lo scatto in ghingheri, da cerimonia. Ok, beccatevi la mia foto in giacca e cravatta, che fa tanto
politically correct (anche perché la cravatta qui non ce l’ho: la metto solo quando
suono).

Sì, si, sfottetemi pure. Siete belli voi. (Certo, il dottor Portale è parecchio più fotogenico di me. Adoro la sua espressività, la sua teatralità. Davvero. La sua mimica – statica e dinamica – facciale, le sue articolate e ben studiate posture, sono degne della migliore tradizione teatrale sicula.) Torniamo a noi. Dovevo scrivere di cosa parlerò, forse. Beh: qualcosa l’avevo già
anticipata un anno fa. (Nel frattempo, come al solito, nulla. Campo di intenzioni, di promesse non mantenute e propositi mai rispettati.) Il resto lo leggerete nei giorni-settimane-mesi a venire. Forse non leggerete più nulla, ma il bello è proprio questo:
non avere l’impegno ma nondimeno snocciolare spunti e appunti. Se ben ricordate, all’epoca gettai la spugna. Non avevo molto tempo per scrivere (non che ora…) e non avevo scritto molto; similmente, anche Vittorio e Sergio avevano altro da fare, non per ultimo curare i
loro blog. Essendo venuto meno il triplice impegno, volli chiudere baracca e burattini e pubblicizzare piuttosto le mie arti di webmaster paesano (che non m’hanno fruttato un fico secco, se proprio ci tenete a saperlo). Oggi ritorno, più agguerrito di prima e ancora meno ossequioso (ché tanto non c’è nulla da perdere, davvero): se c’è da sparare merda su Biancavilla, sono pronto. (Del resto siamo una generazione molto critica e ben poco propositiva. Non faccio eccezione: tuttavia sono ancora convinto, come scrivevamo, che «provare a proporre è meglio che stare a guardare»: tenterò.)

Se offro modalità di collaborazione? Beh, difficile a dirsi. Anche perché questo è anzitutto un blog personale; secondariamente (ma anche terziariamente, e soprattutto incidentalmente) un blog che parla di Biancavilla. Intanto
ricomincio da qui; poi vedremo. Potete comunque sempre commentare (ma niente spam né interventi poco consoni, mi raccomando), o contattarmi via
email per proporvi come protagonisti. Il progetto del blog multiutente rimane un’utopia che al momento nemmeno più mi attrae; su questo sito, poi, non se ne parla proprio: è o non è il mio blog? Ok: è il blog di un biancavillese (o perlomeno di uno che a Biancavilla ci ha vissuto parecchio da poterne parlare a ragion veduta) che al momento vi rimanda al prossimo appuntamento nell’immediato dopofesta.
Note:
martedì 06/02/07, 18:09
Cercando di prendere le distanze fisiche dal paesello, l’unica mia fonte di informazione non è il naturale e ben radicato cuttìgghiu, formidabile tamtam culturale, ma i tiggì di VideoStar e TVA: solito trantran di notizie da quattro soldi da una cittadina misera e dimenticata. Ma quando un evento giunge all’onore delle cronache regionali (le telecamere erano sì della Rai, ma del TGR di Raitre) non posso non mostrare un minimo di curiosità. Tanto più che, dove ci sono germi di rivoluzione – o forse soltanto di rivolta – il mio animo è lì.
Bene: pare che abbiano installato un’antenna telefonica sul tetto di una casa nel bel mezzo del centro abitato (da pochi anni, ma comunque ben abitato), e pare che si sia formato un comitato di protesta, o comunque dei capannelli di contrariati pronti a manifestare lottando per il loro diritto alla salute. Non sono ben informato sul tipo di antenna incriminata, sulla sua eventuale nocività (a quali esposizioni, con quali modalità) e sull’effettivo rischio per la salute: non sono né un tecnico né un medico. Oltretutto c’è poi ancora da confermare se effettivamente le radiazioni elettromagnetiche facciano male, e in che modo. Intendiamoci: non voglio sostenere che un’antenna faccia del bene o quanto meno sia innocua: ma se è per questo, neanche un telefonino a due centimetri dal cervello per minuti e ore intere mi sembra salutare (per non parlare di altri apparecchi elettromagnetici a cui siamo più avvezzi…).
Quel che posso dire per certo, è che non ho molto a simpatia chi vuole la botte piena e la moglie ubriaca. Mi sembra inverosimile che ci si lamenti se il cellulare, marchingegno diabolico quanto futile di questo nuovo millennio, non prende, non ha campo, non c’è rete maledizione! NON TI SENTU! COMU?? AOOUH! PROOONTO!?!, e poi ci si lamenti altrettanto della naturale conseguenza, unica utile soluzione all’altoparlante gracchiante e ai temuti vuoti di conversazione telefoninica. Potrei capire chi non ha mai posseduto né usato un cellulare: perché vengono ad intossicarmi con le loro onde nocive? Ma anche lì sarebbe un discorso che lascia il tempo che trova, in una democrazia in cui la parola d’ordine è tolleranza – per cui poco o niente posso fare contro l’altrui stile di vita a me poco gradito, se esso non trasgredisce alcuna legge statale.
Ora, non posso coscientemente sperare che dall’oggi al domani la gente smetta di usare i loro strapagati ultimi modelli di videofonino, fotofonino, tivufonino et similia. Però può esserci una protesta più consona. Boicottare. Tanto più che la portabilità del numero e dunque il cambio di gestore di telefonia mobile – mantenendo il proprio vecchio 338, 339, 333 o 334 che sia – è operazione semplicissima e sovente redditizia (vi offrono finanche un tot di telefonate rimborsate se passate alla concorrenza!). Quanti siamo a Biancavilla, 24000? Quanti possiedono un cellulare, la metà? E di questi, diciamo un terzo stanno con quello che v’ha messo l’antenna di fronte al balcone? Tremila utenti (a convincerli tutti…) in meno sarebbero un bello smacco, e oltretutto vanificherebbero totalmente l’esistenza di un ripetitore nel bel mezzo del centro abitato (non che fuori sia meno dannoso e più gradevole alla vista però…). Quindi, affidatevi alle tv locali (il web non è ancora abbastanza potente, specie in questo angolo di Sicilia) per diffondere un messaggio simile (boicotta il gestore antennaro!): cominciate voi stessi, convincete amici, parenti e vicini, e presto potreste abbassare i fragili cartelloni.
P.S.: se però poi l’antenna cambierà semplicemente bandiera, non prendetevela con me, ma con la vostra smania di comunicazione senza filo.
domenica 08/10/06, 17:07
Non sono particolarmente devoto, per usare un eufemismo: tuttavia la tre giorni di San Placido non smette di esercitare il suo fascino anche su di me. Così nonostante il clima – il meteo, fissa del nuovo secolo votato ai cataclismi – improvvisamente impertinente (maledizione di San Zenone?), nonostante personali intoppi universitari (che m’hanno intrattenuto lontano dal paesello e anche dal computer), nonostante tutto la sera del 6 ottobre è imperdibile anche per me. Un’occasione irripetibile da molteplici punti di vista: umano sociale antropologico spirituale culturale etnografico. Non starò tuttavia a rivangare le origini della festa, le tradizioni smarrite e le consuetudini dimenticate: sono troppo giovane, e il ricordo più remoto che tengo è il carosello di giostrine a piazza Sant’Orsola con relativi ambiti gettoni di plastica dai colori sgargianti. Parimenti non posso nemmeno esprimermi sulla festa, anzi sulla Biancavillinfesta, nella sua globalità: ero troppo impegnato in matti e disperatissimi studi per poter prestare la mia attenzione ai vari Povia, Dolcenera ed Al Bano (avrei al più riposto le sudate cartacce per un Battiato, un Capossela, Giorgia o Carmen Consoli, la PFM – ok, loro sono già venuti –, Elio e le Storie Tese o finanche i Sugarfree, ma tant’è). Mi limiterò dunque ad una personale cronaca tra immagini e parole.
Giungo al paese che saranno le otto di sera, impreco compostamente – orrore, in un giorno così sacro! – nella ricerca di un posteggio che per fortuna trovo per il rotto della cuffia, resto indeciso se lasciar l’ombrello in auto o trascinarmelo appresso. Il mio tour ha inizio da piazza Sgriccio (nome che fa accapponar la rosea pelle delle pulzelle sicule-non-biancavillote): subito il greve odor d’olio di crispelle m’accoglie con prepotenza. Sono già nell’atmosfera: i densi fumi delle caldarroste, l’appetitoso ma acre odore di sasizza-e-cipudda, il sottofondo dolciastro di torrone e caramelle, quell’olezzo unto e gommoso di patatine fritte e panini frettolosamente piastrati: è festa! Ceeeee-le-bra-tion!

Svolazzo di gonne e borsette, tacchi stivali fibbie e spillette, new-etnico in chiassosa esposizione, rampanti teenager e cenerentole libere d’andar da sole per una sola sera… ma non c’è tempo per le bancarelle – poche peraltro: dove sono gli annuali rifornitori di ceramiche a basso prezzo, di sacchetti per l’aspirapolvere, di
quisquilie per sprovveduto bricolage? E dove il dimostratore, megafono incluso, della padella-coltello-frullatore-pietramàgica che ti aiuta a cucinare più in fretta senza grassi in modo salutare e naturale genuinamente? (I
fucùna, le nostre affumicate fucine della domenica, sono ormai spariti da tempo dal panorama fieristico
sanprazzitèsco: adesso di fronte al Comune c’è il marciapiede e nient’altro.) Mi affretto: incrocio il feretr… ops, il fercolo all’altezza di piazza Sant’Orsola, pronto ad imboccare la via Inessa per il sospirato ritorno alla Matrice. Corro dunque alla stradina antistante l’omonima diroccata chiesa per beccare in direttissima il transito della processione. Ecco i candidi confratelli, ecco il baldacchino dorato con la statua dalle gote rubiconde, ecco gli stendardi e i vessilli, ecco i fieri rappresentanti del pubblico potere, ecco il corpo bandistico con ottoni legni e pelli. E i devoti? Non riesco a capacitarmi: non rivedranno il loro santuzzo per 364 giorni ancora eppur non si degnano di seguirlo nell’ultimo viaggio del 2006? Ingrati.

Tutto mi risulta più chiaro non appena torno sulla via principale per dirigermi alla postazione da cui seguirò il rientro. Si cammina ponendo
letteralmente un piede dietro l’altro (a volte anche
sopra), a passettini tenui e timidi: la folla, la gran massa è riversata in quello che per qualche sera, ma soprattutto in
questa sera, diventa il grande salotto biancavillese, il salone sovraffollato dove beccare, e talvolta anche scansare imbarazzati, l’amico o il parente che non si vede da tempo (possibilmente da un anno esatto). Ci siamo tutti davvero: i nostri fratelli e cugini espatriati, i figli che lavorano al Nord e i nipoti che studiano a Catania. E gli ex compagni, gli amici dispersi e i persi conoscenti in una persistente, infinita teoria di gente-che-conosci-di-vista: bene!, il
cuttìgghiu ha carburante novello per un anno ancora:
talìa, talìa! Ma non c’è tempo per formare capannelli: il Santo percorrerà in ben poco tempo la sgombra e ripida via Inessa: sono le nove e mezza, e non più tardi delle dieci varcherà il bronzeo portone nuovo di zecca della Chiesa
Rànni.

Piazza Roma, nonostante il notevole slargo e il nome importante, è in assoluto lo spazio più denso di gente: si nuota a fatica nella marea di biancavillesi ben azzimati (ma quest’anno con quel nonsoché di
sciatto e frettoloso casual e
demodè dovuto forse all’indecisione estrema sull’abbigliamento da indossare data l’instabilità climatica). Sgattaiolare per le vie secondarie m’avrebbe fatto perdere lo spettacolo della
chiazza, per cui da autentico saltimbanco cerco di non perdere l’equilibrio su quell’orlo di marciapiede non intasato da sedie di anziani ben appostati anzitempo.

Lo scenario, tutto sommato, non è privo di suggestività: l’impianto architettonico, palchi a parte, è ben valorizzato e non annoia e rattrista l’occhio come una comune serata feriale. Decifro la condizione ideale della gran piazza: o del tutto vuota (né macchine né bipedi) o totalmente piena, calorosa come stasera. Non posso fare a meno di notare la Chiesa sontuosamente illuminata: le zampillanti fontane di lampadine intermittenti sono ormai un lontano ricordo.

Non è stato facile, ma eccomi giunto alla mia isola quieta. Posso sedermi e rifocillarmi (evito il cibo venduto per strada per scongiurare complicanze gastroepatiche), nell’attesa condivisa di quella che ormai è diventata una nuova ma consolidata consuetudine, una tradizione da tramandare
ad libitum ai posteri: lo “spettacolo piromusicale”. In altre parole un connubio tra botti e note, un ossimorico contrapporsi di suoni e rumori, di composte melodie e ritmi fragorosi, di armonie contrappuntate da deflagrazioni scintillanti. Negli anni passati abbiamo visto violinisti e soprani duettare e interagire con cariche piriche sincronizzate: cosa attenderci quest’anno? Frattanto le prime avvisaglie acustiche: il santo sta rientrando.

Si fanno le dieci e venti: s’è perso un bambino, lo spettacolo comincia tra dieci minuti, ancora un attimo di pazienza. Finalmente si spengono le luci e gli altoparlanti emettono le prime profonde note: i mortaretti tuttavia tacciono. Non essendo presente in piazza (gremita come non mai), tutto quel che posso vedere sono strie di laser verdi che solcano il cielo e si rifrangono tra le facciate, ma mi hanno riferito che quelle emanazioni luminose componevano un caleidoscopio di topolini-cerbiatti-babbinatali-padripii-bimbisdentati-chiesecadenti e chissà cos’altro. Su di ciò non emetterò un sudicio giudizio (troppo forte la tentazione di annunciare frettoloso ininfluenti profanizzazioni e criptoblasfemie), né tasterò gli umori effimeri di chi assistette. Certo quelli immediati sono ben udibili: fischi e soffi felini tra i denti. E che diamine, la gente vuole lo sparo, i sacrosanti botti! Ma il biancavilloto, che ha rinunciato ad accompagnare Santo Placido pur di garantirsi un posto in prima fila in quella che è la vera attrazione della festa, non carpisce che l’abile regia vuole creare la giusta
suspense. Effettivamente anch’io mi chiedo: vuoi vedere che quest’anno, per stupirci davvero, gli spari non ci saranno? Immagino dispendiosi prodotti pirici annegati nel piovasco pomeridiano, ma in effetti s’è trattato di quattro innocue gocce e niente più, inabili a sminare il cadente palazzo (perdio, il palazzo è tenuto bene, ma il cornicione mi desta preoccupazione…). Comincia la musica (nel senso di suoni ormai decifrabili):
Con te partirò di Bocelli (lirica per poveri) e l’
O Fortuna dai
Carmina Burana: nulla di nuovo. Ma i sospirati fuochi d’artificio? Ci sono, ma fanno più luce e fumo che scroscio e sincronici tonfi. Non ci siamo, decreta il pubblico spazientito: ancora fischi e fiaschi. Ma con Enya (ricordavo la medesima successione musicale in un piromusicalspettacolo di un anno passato: soprattutto rammento come in un déjà-vu la stonata intrusione new age nel contesto festivo di cui non raccapezzo più la linea di confine fra sacro e profano, tra spiritualità e trivialità, tra oppio dei popoli e
panem et circensem), con Enya la situazione sì che si rianima: partono i primi seri spari, anzi più swisssh e frssssc che boom e pam.

Il delirio, l’autentico spetezzamento sinfonico-corale si ha finalmente col valzer
Sul bel Danubio blu che sinceramente, se proprio devo accostarlo ad altre esperienze sensoriali, lo preferisco accompagnato da silenti navicelle spaziali. Lo scimmione paventò pietre aliene, il cavernicolo si stupiva di fulmini (e li deificava, pure), il cittadino ormai ben al riparo dagli eventi naturali – sassi e scosse – continua a meravigliarsi dei fuochi
artificiali (nondimeno lampi litici ch’egli soppianta a più remote credenze tradizionali). Mi si palesa il fatto di star assistendo alla più perfetta e icastica rappresentazione del
kitsch così come inteso da Eco in “
Apocalittici e integrati”: tutto è teso a suscitare un’emozione immediata nel pubblico, una reazione senza riflessione. La riproposizione di stilemi vecchi ormai consumati, «
l’incapacità di fondere la citazione nel contesto nuovo» con l’ardita pretesa di «
stimolare esperienze inedite» in pretenziose sinestesie indotte, e soprattutto
«l’opera che, per farsi giustificare la sua funzione di stimolatrice di effetti, si pavoneggia con le spoglie di altre esperienze, e si vende come arte senza riserve»: gli astanti hanno la netta impressione di assistere ad un’autentica esperienza estetica, complice l’elemento “musica classica” (vagli però a dire di Strauss o Rossini…), non solo non accorgendosi della consunzione delle suddette composizioni orchestrali – ormai inidonee tanto a cenoni di capodanni quanto a
réclame di automobili o videofonini – e dell’uso ormai svilito e slavato di una simile contaminazione tra (ex-)aulico e pop(olare) nell’antitesi violino-petardo, ma trascurando anche il fatto che lo stesso messaggio piromusicale (ma proprio il
medesimo) si è più che usurato in oltre un lustro di simili spettacoli nella nostra realtà paesana.

Fortunatamente giunge conclusivo il tema della
Gazza ladra, soteriologicamente catartico. L’iperviolenza vuole prepotentemente impossessarsi di me: vorrei scalciare la folla per farla ravvedere:
caspita! ammirate quanti soldi andati letteralmente in fumo!, cribbio! non è arte questa e non ne vale la pena!, ma sto solo arrovellandomi il gulliver. Perlomeno gli ombrelli sono loro serviti a proteggersi dai copiosi detriti polverosi che piovono infausti: gli altri usano le mani libere per applaudire soddisfatti e non rimborsati, o per tergersi le lacrime indotte meno dalla commozione (cerebrale?) che dalla concentrazione nell’aere di solfuri e precipitati varii.

Pare che nonostante tutto nessuno abbia preso fuoco. Torno sollevato sulla strada, e le ore successive vagabondeggio tra il viale dei Fiori tutto wurstel e tappeti (senza neanche il cuore, peraltro mai avuto, della capatina alle
ggiostre) e via Vittorio Emanuele (e dove sennò?). C’è molta svogliatezza per il gramo sparo di mezzanotte a piazza Don Bosco (fino a pochi anni fa unica grande attrazione artificiale, tremendo terremoto di botti che mettevano il punto alla festa autunnale), apatia peraltro diffusa negli iperstimolati biancavillesi. Non si fa in tempo a comprare una cartata di caramelle, si scansa a malapena una nascente
scerra tra venditori prontamente smontanti e per giunta non trovo neanche il cinese con gli olmi bonsai.
Questa festa è insoddisfacente, ma ne ho un’altra nella mia mente…

La serata finisce, per me e altri giovinastri, seduti sugli scalini della materna chiesa che tutti accoglie, silenziosa e possente.
domenica 01/10/06, 14:41
Non so se apparirà un atto di arroganza o piuttosto di buona creanza, ma reputo opportuno scrivere quattro righe sul mio conto, avendo la consapevolezza che il mio nome, nell’ambito internettiano – e non solo – biancavillese, risulterà sconosciuto ai più. Ma convinto come sono che l’autore lo si (ri)conosce dall’opera, mi preoccuperò qui piuttosto di spiegare i motivi di essa: le mie parole venture comporranno l’asintotico mosaico (su di me nello spazio-tempo: Biancavilla ormai nel XXI secolo).
Bene: avevo in mente un sito su Biancavilla almeno dall’inizio di quest’anno. Ma l’idea, mutatis mutandis, era presente già dal mio ingresso alle scuole medie allorché con vari amici si tentava l’avventura del “giornalino”. Nel frattempo i tempi son cambiati, i mezzi pure. E la testa, quella soprattutto. Sopraggiungono la maturità, la ricerca delle cause. La ricerca di giustificazione, pure. E la domanda cruciale per ogni aspirante scrittore: si può scrivere senza movente, senza sentimento?
Tipica di ogni prefazione di opere sul nostro paese è la locuzione ormai idiomatica: «mi ha spinto a scrivere il grande amore che nutro per Biancavilla». Guardando nel fondo del mio animo – quant’è orrenda quest’altra espressione! – devo dire che non riscontro di quest’affetto. Anzi, a primo acchito direi piuttosto che per Biancavilla trovo in serbo avversione, rancore, ripugnanza. Possibile? So, al di là di ogni ipocrisia, di non essere nemmeno l’unico biancavillese (o piuttosto “residente a Biancavilla”) a pensare sfacciatamente simili esecrabili cose. Tuttavia anche l’odio sarebbe un’emozione, e nemmeno delle più salutari: contorce gli animi, distorce le sensazioni, estorce errate valutazioni. Dovrei piuttosto domandarmi le scaturigini di questo perverso sentire, o tentarne una giustificazione. Quest’ultima è giunta – o meglio: non è giunta – in occasione di un mio recente viaggio in giro per la nostra isola. Scorrazzando per le provinciali del trapanese, dell’ennese o dell’agrigentino mi riscoprivo, quando non a rimpiangere, perlomeno a rivalutare quel paese che ritenevo arretrato, gramo, zotico; quel comune-agricolo-alle-pendici-dell’Etna, quella cittadina votata alla madonna-impigliata-nel-fico a cui anni e anni di propaganda scolastica – le elementari erano impietose! –, quando non lustri di cittadinanza coatta, non erano riusciti a farmi affezionare. Certo: potremmo dunque dire, tiepidamente consolandoci, che se vogliamo “c’è di peggio in giro” (questa classificazione supporrebbe infatti dei criteri): soprattutto esistono realtà diverse là fuori. Ma Biancavilla è già abbastanza diversa di suo. Diversa, per molti versi, da quel che si può vedere allontanandosi, ma anche rimanendo nei dintorni.
Al ritorno dunque alla cappa biancavillese (quella fisica misto di smog azolo amianto e incenso, come tutti sanno) ho cominciato dunque ad interrogarmi non tanto sulla mia presunta acredine per il paesello, quanto sui motivi perché esso possa risultare odioso – o amabile, per altri versi ma soprattutto per altre persone. Spostare il fuoco, riportare l’attenzione dal soggetto all’oggetto insomma: una controrivoluzione copernikantiana, un’incursione fenomenologica per mettersi realmente in ascolto con le ragioni di Biancavilla e delle sue cose, case, chiese, strade, valli, monti, genti, abitanti, animali, inanimati. Ecco: questo ascoltare, questo insistente domandarsi (spulciando vecchie categorie e creando nuove tassonomie, se necessario) sarà l’oggetto principale delle mie farneticazioni riflessioni.

L’idea del sito, dicevo. Ho pensato al blog perché più vicino alla consueta forma editoriale cartacea (dopo aver scimmiottato una pubertà intera di fare il giornalista, ho trascorso l’adolescenza pensando di poterlo fare veramente, un dì: adesso, a un terzo del cammin di nostra vita, mi ritrovai a non aver fatto proprio nulla). Ho pensato al blog perché permette al visitatore – ai miei concittadini tutti, potenzialmente: basta un computer, una connessione e un minimo di perizia (cose che
tutti avranno, tra qualche anno) – di lasciare un commento, che per l’autore dell’intervento è sempre il ricevere un feedback, un riscontro immediato. Ho pensato al blog perché di moda, e perché non potevo fare a meno di ammirare le ottime costruzioni di Vincenzo Ventura, del Fiorenza e dell’ultimo arrivato, il nostro Sergio. Ho pensato al blog anche riscontrando l’inattitudine, o forse l’
inettitudine, del biancavillese verso un forum tipo bulletin board (delle implicazioni e cause sociologiche di un tale mistero mi interrogherò in seguito). A furia di pensarci, questo blog l’ho – l’abbiamo – fatto.
Note:
sabato 26/08/06, 04:50
((Tutt’al più si nasce biancavillesi (per quanto io, personalmente, abbia visto la prima luce nel capoluogo). Eppure viene il momento che ci si guarda intorno, si focalizza il contesto, anzi proprio lo spazio che più o meno si abita, e ci si smuove. Per occupare un nuovo spazio, possibilmente (anche virtuale se vogliamo). L’occasione di questa presa di coscienza, almeno in apparenza, è sembrata scaturire improvvisa: aggiornavo la mia gettonatissima pagina dei links inserendo, fra gli altri, tre celebri biancavillesi. (Celebri anzitutto ai biancavillesi stessi, s’intende – il mio caro paese ha prodotto ben poche teste da esportazione, almeno finora.) Famosi per la loro dedizione al paese, senza compromessi. Se sotto forma di riflessioni, di critiche o di sondaggi poco importa: la volontà di dire non manca mai. Nemmeno la qualità, devo dire (anzi devo proprio complimentarmi con loro: non avrei altrimenti avuto alcuna speranza per “il paesello che stenta a divenire cittadina”).

Di
Biancavilla, il mio paese (almeno sulla carta) di attuale residenza, non ho molto da dire – perlomeno di buono. E cominciare a fare i cattivi, i piantagrane, i piagnucoloni fin d’ora non è il caso: rovinerebbe ogni mio futuro dire. Se tuttavia è bene che certi pensieri restino privati, altre considerazioni richiedono con ogni forza di divenire pubbliche. Manca lo spazio, a Biancavilla? Vedremo…
Note: