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	<title>Tommy David &#187; fato</title>
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		<title>Fatalisti</title>
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		<pubDate>Fri, 29 Jan 2010 12:14:55 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommy David</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Il fatalismo è il credere che <em>ciò che deve accadere accade</em> – concezione più che diffusa in Sicilia, dove si macchia sovente di toni consolatori, religiosamente rassegnati («<abbr title="come vuole dio"><em>com’uoli diu</em></abbr>»&#8230;). È luogo comune supporre che il fatalismo spinga all’inazione o quanto meno all’inerzia, ma basta poco per mostrare che non è così. Mettiamo in palio cento euro. Puoi scegliere: puoi vincerli se fai dodici con due dadi, o se ti esce testa lanciando una moneta. Tu sei un essere <em>razionale</em>, e giustamente scegli la moneta; a rigor di logica, per un fatalista la scelta è <em>indifferente</em>. Così anche Dennett<sup>1</sup> tenta di confutare il fatalismo, glissando sul fatto che perfino il fatalista <em>deve</em> scegliere tra dadi e moneta<sup>2</sup>. Lì per lì quasi m’entusiasmo, specie immaginandomi la scelta <em>errata</em> da parte del fatalista<sup>3</sup>; poi torno nei ranghi, metto da parte l’ennesimo esperimento più mentale che reale<sup>4</sup> e mi rivolgo nuovamente alla storia. È abbastanza chiaro, infatti, che un fatalista <em>puro</em>, come comunemente inteso, non può esistere<sup>5</sup>. Andiamo a vedere allora dove emergono delle sacche di mero fatalismo. Esse si manifestano nelle malattie, negli incidenti e nella morte<sup>6</sup>, e <em>mai</em> nel bene improvviso o imprevisto, come può insegnarvi qualsiasi vero siculo<sup>7</sup>. Sono tutti eventi in gran parte indipendenti dalla propria <em>volontà</em><sup>8</sup>, diversamente dalla scelta tra la moneta e i dadi<sup>9</sup>. Sono cose molto poco in nostro <em>potere</em>. Ecco: a mio avviso il vero fatalista, oggi, è colui che meglio computa il cieco fato – quel <em>caso</em> che può essere indagato solo con la categoria della possibilità, e dunque con lo strumento della <em>probabilità</em>. Il fatalista è colui che sa che la feccia lo circonda – ma il prezzo per imbracciare un kalashnikov, o anche solo per aprir bocca, è troppo <em>vitale</em>. Con buona pace di Dennett, il fatalista &#8211; il cui unico scopo è arginare il male &#8211; è l&#8217;unico che si <em>salverà</em>.</p>
<small><br /><b>Note:</b></small><ol class="footnotes"><li id="footnote_0_2274" class="footnote">In <em>L’evoluzione della libertà</em>, ma intuisco che egli non sia stato il primo a proporre un argomento del genere.</li><li id="footnote_1_2274" class="footnote">O non sceglie? O forse affiderebbe la scelta a&#8230; un ulteriore lancio di moneta?</li><li id="footnote_2_2274" class="footnote">Senza necessariamente connotare, come Dennett, i fatalisti come <em>evoluzionisticamente</em> perdenti&#8230;</li><li id="footnote_3_2274" class="footnote">E che mostrerebbe solo chi è più bravo in matematica e chi meno, mica chi è fatalista e chi no.</li><li id="footnote_4_2274" class="footnote">Forse proprio perché s’è estinto &#8211; vuoi vedere che aveva ragione Dennett?</li><li id="footnote_5_2274" class="footnote">Non senza un pizzico di afflitta eresia. «È Dio che vuole il male»: ci hanno mai pensato che è questo quel che <em>dicono</em> i fatalisti nostrani?</li><li id="footnote_6_2274" class="footnote">Cosa può saperne un americano di fatalismo? Ditemelo.</li><li id="footnote_7_2274" class="footnote">Checché ciò voglia dire, specie in un&#8217;ottica <em>strettamente</em> determinista.</li><li id="footnote_8_2274" class="footnote">Non il lancio della moneta o dei dadi in sé, però!</li></ol>

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