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	<title>Tommy David &#187; Proust</title>
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	<description>Lo spazio temporale di Davide Tomasello</description>
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		<title>Tra luoghi e traslochi</title>
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		<pubDate>Wed, 17 Jun 2009 09:49:17 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommy David</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Sto scrivendo a singhiozzi. Forse la <strong>balbuzie espressiva</strong> diverrà il mio nuovo <i>modus scribendi</i>, almeno per un po’. La vera ragione è che sono (siamo: c’è di mezzo anche la <a href="http://www.ossidia.it" target="_blank"><i>convivente</i></a>) in preda a <strong>problemi inediti</strong> (che notoriamente richiedono soluzioni <i>solite</i> per non restare insoliti e insoluti). Ennesimo trasloco, ulteriore cambio di casa e inevitabile nomadismo estivo (ma a quello ci siamo ormai <a href="http://www.tommydavid.com/2007/07/09/nomadismo-2007/" target="_blank">abituati</a>). Solo che stavolta è una cosa nuova: una casa non ammobiliata. E forse addirittura meno <em>temporanea</em> delle altre (di conseguenza più <i>spaziale</i>).</p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/mobilio1.jpg" title="L’unico mobile della casa, sede di una colazione filosofica." alt="colazione filosofica" /></p>
<p>Come lo scrivere, si sono fatte tentennanti pure le letture (stolto io a <a href="http://www.tommydavid.com/2009/05/30/liberta-vigilata/" target="_blank">ripromettermi</a>&#8230;). Però il terzo volume della <i>Recherche</i> l’ho voluto cominciare, anche dietro esortazione del <a href="http://www.davidedellombra.it" target="_blank">filantropo</a>. E quale sorpresa nello scoprire il Nostro, anzi il Mio, l&#8217;Io, cioè Proust, alle prese anch’egli con un <strong>mutamento di spazio</strong>! Sì: anch’io, dai primi sopralluoghi, posso dire che «il nostro [nuovo] quartiere pareva tanto calmo quant’era rumoroso il <i>boulevard</i> sul quale davano prima le nostre finestre»; e soprattutto mi riscopro più simile alla governante che allo scrittore (sempre così in pena a ogni <strong>reset d’abitudini</strong>):</p>
<blockquote><p>«Françoise &#8212; mentre io avevo ancora, in conseguenza del trasloco, un po&#8217; di &#8220;temperatura&#8221; e, come un serpente boa che abbia appena finito d&#8217;inghiottire un bue, mi sentivo penosamente gonfio e deforme per via d&#8217;una lunga cassapanca che la mia vista doveva &#8220;digerire&#8221; &#8212; tornò dichiarando, con infedeltà affatto femminile, che nel nostro vecchio <i>boulevard</i> le era parso di soffocare, che strada facendo s’era sentita tutta “scombussolata”, che mai aveva visto scale tanto scomode, che non sarebbe tornata ad abitare laggiù nemmeno se – ipotesi gratuite – le avessero “regalato un impero” o promesso dei milioni – e che <i>tutto</i> (vale a dire quel che concerneva cucina e corridoi) era, nella nostra nuova casa, incomparabilmente più “ben messo”» (III, 6).</p></blockquote>
<p>Voglio dire: non ch&#8217;io non avrò le mie cassepanche da digerire; il mio dilemma però è piuttosto quanto possa durare la nuova fede alla quale ci (ap)pressiamo &#8212; ché <strong>fedeltà è condividere lo spazio nel tempo</strong>.</p>


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		<title>Amici perniciosi</title>
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		<pubDate>Fri, 22 May 2009 12:53:57 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommy David</dc:creator>
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Come sempre <b>l’incomprensione, e dunque la guerra, sono caratteristiche umane, troppo umane</b> ma, come accade ormai da due mesi, talora Proust, con un tempismo che ha del meraviglioso, come l’intera sua opera che mi rammarico di non aver cominciato a leggere prima, accorre in mio soccorso con una consolazione portentosa, balsamica, dolce come biancospini, fragrante come maddalenine, puntuale come scampanio di festivi campanili estivi, confortante come sciabordio di spuma marina, lassù a Balbec, laddove il Nostro era solito recarsi, e ove ritrova Bloch, l’amico ammirato e sottilmente avversato, fonte di perplessità, non esente da critiche fraterne ma mai ingiuste<sup>1</sup>.</p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/tissot1.jpg" title="J. Tissot, “Autoritratto” (1865)." alt="autoritratto di Tissot" /></p>
<p><b>Primo round: io e l’omonimo.</b><br />
DAVIDE T (speranzoso) – Ma insomma, lo pubblic(izzi)amo<sup>2</sup> <b><a href="http://www.filosofando.eu" target="_blank">Filosofando</a></b> su Sitosophia o no?<br />
DAVIDE D (categorico) – Io dico di non farlo. Assolutamente. Se fate pubblicità su Sitosophia, esco da Filosofando.<br />
DAVIDE T (affettuosamente offensivo) – Sei sempre il solito scassaminchia a compartimenti stagni.</p>
<p><b>Proust mi tende una mano (e con l’altra mi respinge).</b></p>
<blockquote><p>«Non c’è amico che non abbia i suoi difetti, al punto che, per continuare ad amarlo, dobbiamo sforzarci di consolarcene – pensando al suo talento, alla sua bontà, alla sua tenerezza – o magari di non tenerne conto, dispiegando a questo scopo tutta la nostra buona volontà» (II, 384).</p></blockquote>
<p>È lo sforzo che non mi riesce. Il signor Proust dimentica che spesso una macchia deturpa l’abito – come un unico neo invalida un corpo altrimenti stupendo. O forse la pensa diversamente. Ecco come continua.</p>
<blockquote><p>«Purtroppo, la nostra compiacente ostinazione a non vedere il difetto dell’amico è superata da quella con cui egli vi indulge, vuoi per propria cecità vuoi per quella che attribuisce agli altri. Infatti non lo vede, o crede che non si veda. Poiché il rischio di dispiacere agli altri dipende soprattutto dalla difficoltà di valutare che cosa passi o non passi inosservato, bisognerebbe almeno, per prudenza, non parlare mai di sé, trattandosi di un argomento sul quale si può scommettere che il punto di vista altrui non coincide mai con il nostro» (II, 384-5).</p></blockquote>
<p>Ora, io penso che <b>i filosofi hanno una bruciante coscienza di sé stessi</b>, fiammeggiante di quel fuoco che rischiara e consuma. Ma niente più dell’abito abitudinario è ciò che ci protegge e affanna, copre e scopre, riscalda e accalda. E questo, si sa, tanto più è sotto gli occhi tanto meno risulta visibile al cervello, il quale vi si accomoda perfettamente. Il vizio è l’ozio supremo – e in quanto tale non si schioda da noi, anzi c’inchioda alla croce che portiamo. E il vizio alberga ove abita l’abitudine incompresa agli occhi altrui.</p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/tissot2.jpg" title="J. Tissot, “Studio”." alt="studio di Tissot" /></p>
<p><b>Secondo round: l’omonimo e me.</b><br />
DAVIDE D (<a href="http://www.sitosophia.org/forum/viewtopic.php?p=4579#p4579" target="_blank">formalissimo</a>) – Io, dalla mia posizione solo apparentemente privilegiata, ho sentito pochissimo dei primi due interventi &#8211; dei quali imploro qualcuno dei convenuti a illustrare i contenuti &#8211; mentre ho potuto ascoltare molto meglio gli altri due. Il Prof. Biuso <i>bla bla bla bla</i>. Il Prof. Raciti <i>slurp slurp slurp</i>.<br />
DAVIDE T (sottilmente rompiballe) – Che resoconto parziale.<br />
DAVIDE D (compiaciutamente sibillino) – Isotropico, naturalmente.<br />
DAVIDE T (cercante chiarezza) – Perché parli difficile?<br />
DAVIDE D (ammassando piacevole oscurità) – Non è difficile: è <i>sintetico</i>. Cioè non analitico&#8230;<br />
DAVIDE T (declamante in nome di quel poco che sa di storia della filosofia) – Se fosse stato sintetico avrebbe aggiunto (kantianamente) della conoscenza che non avevo. Ma tu, sempre kantianamente, agisci analiticamente &#8212; dalle parole vuoi trarre fuori concetti. Ed è un giochetto <i>futile</i>. [Alzando il tiro – mancino.] Uhm. Mi correggo. Sei sintetico proprio nella pretesa di trarre, dalle parole, dei concetti che <i>non</i> vi sono contenuti. Pardon, avevi ragione tu.<br />
DAVIDE D (giocando con le parole) – Infatti le parole <i>concepiscono</i> concetti.<br />
DAVIDE T (nondimeno giocante) – Io avrei detto – <i>concupiscono</i>.</p>
<p><b>La pagliuzza nell’occhio altrui.</b><br />
Forse il mio è stato semplicemente un «denunciare negli altri la presenza di difetti perfettamente analoghi ai nostri» (II, 385).  </p>
<blockquote><p>«Ora, è sempre di questi difetti che parliamo, quasi fosse un modo per parlare di noi, deviato, e tale da sommare il piacere di confessare a quello di assolverci» (II, 385).</p></blockquote>
<p>Mi è sorto il dubbio: non è che in quest’ultima uscita mi sono incazzato perché <b>anch’io, talvolta, indulgo a parlare in maniera oscura, compiacendomene per giunta</b><sup>3</sup>?</p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/tissot4.jpg" title="J. Tissot, “Captain Frederick Gustavus Burnaby”." alt="ritratto di Tissot" /></p>
<p><b>Epilogo: pace sia.</b><br />
Scusami, mio caro omonimo e collega in filosofia. Perdona le mie intemperanze. <em>Ma</em> cerca tu per primo di essere meno rigido<sup>4</sup>, e di lasciar perdere quella futile e fuffosa separazione tra pubblico e privato e altre menate del genere. La maschera è labile. Il vizio è ingombrante. Tranquillo, ti si apprezzerà ugualmente. (Forse.)</p>
<p><b>Conclusione: ancora una volta Proust sapeva già tutto.</b></p>
<blockquote><p>«Allora tentò di scusarsi, ma nel modo tipico della persona maleducata, sin troppo felice, quando ritorna sulle proprie parole, di cogliere l’occasione per renderle più pesanti» (II, 387).</p></blockquote>
<small><br /><b>Note:</b></small><ol class="footnotes"><li id="footnote_0_992" class="footnote">Scusate il periodaccio. Stavo prousteggiando – <i>quantitativamente</i>.</li><li id="footnote_1_992" class="footnote"><a href="http://www.tommydavid.com/2009/05/21/fotosciop-per-imbecilli/#comment-10837" target="_blank">Sì, Sim</a>: tecnicamente – ma non foneticamente – manca la ‘h’. E la i forse andava dentro parentesi – ma non fonicamente.</li><li id="footnote_2_992" class="footnote">Ve ne è qualche esempio anche in codesto post. La cosa peggiore è che io resto convinto che quel che scrivo sia sempre chiarissimo, cristallino e corrusco. Forse è proprio vero che «per ciascuno di noi, c’è un apposito dio che gli nasconde il suo difetto e gliene promette l’invisibilità» (II, 386).</li><li id="footnote_3_992" class="footnote">Il rigore è vanesio, giusto?</li></ol>

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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Qualcosa muta</title>
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		<pubDate>Mon, 13 Apr 2009 15:37:08 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommy David</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p><b>Prologo: un breve battibecco.</b></p>
<p>OSSIDIA (al telefono con un’amica) – Sì, dai, solo per pranzo però. Sai com’è lui, tutto il giorno meglio di no. Ok, a domani allora! Ciau!<br />
TOMMY (prevenuto, come sempre) – Dimenticalo. Non-ci-ven-go.<br />
OSSIDIA (quasi implorante) – Ma è solo per pranzo&#8230;<br />
TOMMY – Me-ne-fo-tto<sup>1</sup>.<br />
OSSIDIA – Ma che ti costa?<br />
TOMMY – Minchia, avevamo detto che domani saremmo rimasti tranquilli, a casa, da soli. Già mi sono sacrificato   per due giorni coi tuoi familiari – per un agnello davvero mediocre, in verità. Ma coi tuoi amici <i>acquisiti</i>, mi spiace: non ci vengo proprio.<br />
OSSIDIA – Ma com’è che devi sempre guastare le feste!<br />
TOMMY – Ma com’è che devi sempre scassare le palle?<br />
OSSIDIA – Senti, devi capire che viene la mia amica da lassù e non posso non andarci e blablabla blabla bla bla e&#8230;<br />
TOMMY (dissintonizzato già da un pezzo) – Senti, non capisci che <b>mi stai imponendo di fare qualcosa che non mi va assolutamente</b>? Cioè, io volevo stare coi <a href="http://www.sitosophia.org" target="_blank">colleghi</a>, e tu mi appioppi i <i>berlsuconiani</i>!<br />
OSSIDIA – Ma dai, non sono poi così malvagi. E poi&#8230;<br />
TOMMY – E poi stai tentando di cambiarmi. <b>Sono fatto così, cosa ci vuoi fare?</b><br />
OSSIDIA (andando a farsi la doccia da sola, segno che è tutto finito) – Stronzo. </p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/simotriste.jpg" title="Tristezza vela il volto di Ossidia." alt="Simona triste" /></p>
<p><b>Epilogo: Proust sapeva già tutto.</b></p>
<p>Quando un giorno di feste comandate una <i>coppia</i> (che termine lezioso&#8230;) lo trascorre ognuno per i cazzi propri, c’è chi direbbe che qualcosa non va. <b>Qualcosa è cambiato</b>, impercettibilmente all’inizio ma invero in modo subdolo. Ma cosa? Sono forse cambiate le persone? È l’amore che muta? Forse entrambi, forse nessuna delle due. A essere <b>cangianti sono i <em>giudizi</em></b> (delle persone sulle persone soprattutto). Essi soltanto riescono a far tramutare un <i>ti amo</i> sussurrato all’orecchio, o scarabocchiato dolcemente su un foglio passato sottobanco a lezione, in un FOTTITI frettolosamente appuntato su un post-it appiccicato sulla scrivania a mo’ di estremo congedo e di sferzante scudisciata per il risveglio<sup>2</sup>. Fortuna che proprio oggi è giunta la catarsi da una paginetta di Proust<sup>3</sup>.</p>
<blockquote><p>«Parlandogli, scrivendogli, Odette non usava più quelle parole con le quali aveva cercato di illudersi ch’egli le appartenesse, provocando le occasioni per dire “mio”, “il mio” quando si trattava di lui: “Siete il mio bene, è il profumo della nostra amicizia, lo serbo su di me”, per parlargli del futuro, persino della morte, come di qualcosa che loro due avessero in comune. A quei tempi, a tutto ciò che lui le diceva, rispondeva con ammirazione: “Non sarete mai come gli altri, voi”; guardava la sua testa lunga, un po’ calva, di cui le persone che conoscevano i successi di Swann pensavano: “Non è di una bellezza regolare, d’accordo, ma è <i>chic</i>: quel ciuffo, quel monocolo, quel sorriso!”, e – curiosa di conoscere chi egli fosse più ancora che desiderosa di diventare la sua amante – diceva: “Se potessi sapere cosa c’è in quella testa!”.<br />
Adesso, a tutte le parole di Swann faceva eco in tono a volte irritato, a volte indulgente: “Ah, non sarai mai come gli altri, tu!”. Guardava quella testa appena invecchiata dalle preoccupazioni (ma della quale, adesso, tutti pensavano, in virtù della stessa attitudine che permette di scoprire le intenzioni di un brano sinfonico attraverso la lettura del programma, e le somiglianze di un bambino quando se ne conoscono i genitori: “Non che sia propriamente brutto, d’accordo, ma è ridicolo: quel monocolo, quel ciuffo, quel sorriso!”, dando concretezza, nella loro fantasia suggestionata, alla demarcazione immateriale che, a pochi mesi di distanza, distingue la faccia di un amante corrisposto dalla faccia di un cornuto) e diceva: “Ah, se potessi cambiare, ridurre alla ragione quel che c’è in quella testa”» (I, 387)<sup>4</sup>.</p></blockquote>
<p>Spiacente, mia cara: <b>giammai mi ridurrai alla “ragione” condivisa</b>.</p>
<small><br /><b>Note:</b></small><ol class="footnotes"><li id="footnote_0_914" class="footnote">Perché le regole della suddivisione in sillabe impongono di separare le doppie? Io scandisco FO-TTO, non “fot-to”, che è tartagliante&#8230;</li><li id="footnote_1_914" class="footnote">In realtà m’ha frustato – e frustrato – di più non ritrovare in frigo la bottiglia di liquore al cioccolato da me preparato con tanto amore – e a mio esclusivo beneficio! – qualche giorno fa.</li><li id="footnote_2_914" class="footnote">Lo so, lo sto citando spesso. Snobismo? Macché. Solo voglia di <b>trattenere qualche granello della sua saggezza</b>. Del resto, per portare a compimento la lettura di oltre 3600 pagine (e che pagine!), è indispensabile prendere qualche appunto. Beneficiatene e godetene tutti.</li><li id="footnote_3_914" class="footnote">Ero tentato di abbreviare la citazione, tagliuzzando via le parti del giudizio <i>sociale</i> su Swann. Ma sarebbe stato un duplice delitto (e sicuramente la paginetta avrebbe reso meno).</li></ol>

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</ol></p>]]></content:encoded>
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		<title>Vorrei come lui scrivere</title>
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		<pubDate>Sun, 12 Apr 2009 19:27:56 +0000</pubDate>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>Come lui, vorrei scrivere. <b>Vorrei scrivere come lui</b>. È quel che giunge a pensare qualsiasi lettore di Proust. Perché il lettore di Proust non è un semplice lettore. È il Lettore dell’Opera – per usare majuscole così pomposamente filosofiche<sup>1</sup>. È un coraggioso, o un temerario. Un lettore avido, e di conseguenza – sono pronto a scommetterci – anche un <b>aspirante scrittore</b>. Uno di quelli che cerca l’ispirazione – o placa la disperazione – nella lettura; uno che, per orrido contrappasso, più legge e meno riesce a scrivere. Quale sorpresa, allora, quando scorgiamo in Marcel ancora ragazzetto le nostre stesse ambizioni! Le medesime frustrazioni che secondo me (in)formano e deformano gran parte della cosiddetta <i>modernità</i>: il <b>confronto con una tradizione sempre più vasta</b> (sebbene sempre più debole) e soprattutto la <i>possibilità</i> stessa del confronto, cosa che ci abbatte tutti.</p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/marcelproust.jpg" title="Il suo sguardo, poi, così atteggiato eppur fermo e sottilmente beffardo, è tra i più intimorenti per un aspirante scrittore." alt="Marcel Proust" /></p>
<p>Per definirci, infatti, non possiamo prescindere dagli <i>altri</i>: per un Autore poi (per quanto <i>aspirante</i>) l’entità “l’Altro” è tripartita: Pubblico, Critica e altri Scrittori<sup>2</sup>. Ma non voglio impantanarmi in queste discussioni: ne uscirei ancor più infangato – per l’<b>incapacità di scriver(n)e</b>, manco a dirlo. Voglio invece chiedermi cosa fa lo Scrittore di così peculiare: <b>cos’è il talento</b> letterario. Proust ci porge un suggerimento quasi sussurrato:</p>
<blockquote><p>«Impieghiamo molto tempo a riconoscere nella fisionomia particolare di un nuovo scrittore il modello che reca l’etichetta “grande talento” nel nostro museo delle idee generali. Proprio perché si tratta di una fisionomia nuova, non riusciamo a scorgervi una completa somiglianza con ciò che chiamiamo talento. Diciamo piuttosto originalità, fascino, delicatezza, forza; e poi, un giorno, ci rendiamo conto che il talento è appunto tutte queste cose» (I, 121)<sup>3</sup>.</p></blockquote>
<p>Sembra facile; ma qua la descrizione del talento è essenzialmente <i>formale</i>. E la materia? I contenuti? È vero o falso che una bella forma rende gradevole qualsiasi contenuto? Si può scrivere in modo bello e buono di qualunque cosa<sup>4</sup>? O forse è la stessa distinzione tra forma e contenuto ad essere errata? Non lo so. Davvero. <b>Tutti questi pensieri mi bloccano</b>. Più ci penso, più smetto di credere a qualsiasi (pre)giudizio (e se smetto di giudicare <b>smetto di agire</b>&#8230;). Ma ancora una volta Marcel è al mio<sup>5</sup> fianco:</p>
<blockquote><p>«E questi sogni mi facevano pensare che, dal momento che volevo un giorno diventare uno scrittore, era tempo di sapere quel che meditassi di scrivere. Ma appena me lo chiedevo, tentando di rintracciare un argomento nel quale poter racchiudere un immenso significato filosofico, la mia intelligenza smetteva di funzionare, non vedevo più che il vuoto di fronte alla mia attenzione, sentivo di non avere talento o che, forse, una malattia cerebrale gli impediva di nascere» (I, 210)<sup>6</sup></p></blockquote>
<p>Insomma, non può che essere <b>filosofico l’argomento</b>. Ma quale? Cosa? Come?<sup>7</sup> Disperazione. Frustrazione. Dunque silenzio?</p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/proustmorto.jpg" title="Del resto anche lui morì senza avere avuto piena soddisfazione per la sua Opera." alt="Proust morto" /></p>
<p>Dunque sì. La si può fare <em>facile</em>, e pensare di <b>rinunciare ad ogni velleità di scrittore</b>. Ma l’inazione è causa o conseguenza della supposta mancanza di talento? Volere è potere? L’<em>ottimismo della volontà</em> è davvero ciò che ci riscatterà? Anche quando il mondo è così riluttante? O quando noi, <i>noi!</i>, <b>siamo così sordi, tordi, muti e nudi</b>? Leggiamo assieme ancora un rammarico di Proust:</p>
<blockquote><p>«Mi sembrava, in quei momenti, di esistere nello stesso modo degli altri uomini, che sarei invecchiato, che sarei morto come loro, e che in mezzo al mucchio sarei stato semplicemente uno dei tanti che non hanno attitudine allo scrivere. E così, sfiduciato, rinunciavo per sempre alla letteratura» (I, 211).</p></blockquote>
<p>Niente come questa asserzione mi sembra così dolorosamente familiare<sup>8</sup>. Forse l’unico rimedio è consolarci ritraendoci in «quella che fra tutte le diverse vite parallele che noi viviamo è la più piena di peripezie, la più ricca di episodi, voglio dire la vita intellettuale» (I, 223). Se attivamente (scrivendo) o passivamente (leggendo), poco conta: è la <b>distinzione tra creatore e fruitore</b> che ci fotte.</p>
<small><br /><b>Note:</b></small><ol class="footnotes"><li id="footnote_0_908" class="footnote">Anche Proust non le lesinava in alcuni termini come Tempo o Abitudine. Ma giusto per rimarcare il significato <i>diverso</i> rispetto al solito.</li><li id="footnote_1_908" class="footnote">O forse è solo bipartita tra Lettori (pubblico e critica, poco conta per un Autore) e Scrittori (a loro volta possibili Lettori, se contemporanei e interessati, o metri di paragone, se anteriori nel tempo o sopraelevati nello spazio).</li><li id="footnote_2_908" class="footnote"><a href="http://www.tommydavid.com/2009/04/04/approdai-a-combray/" target="_blank">Ricordate</a>? Cito sempre col numero del volume e quello della pagina dalla mia edizione Mondadori, collana “Oscar Grandi Classici”.</li><li id="footnote_3_908" class="footnote">Non so perché, ma m’è tornato in mente un improbabile <i>Elogio della calvizie</i>, di Sinesio, che avrò letto a tredici anni. Ah, la memoria&#8230;</li><li id="footnote_4_908" class="footnote"><i>Nostro!</i>, cari miei lettori e aspiranti Scrittori anche voi&#8230;</li><li id="footnote_5_908" class="footnote">Più avanti Proust parlerà addirittura della sua noia come «quella sensazione della mia impotenza che avevo provata ogni volta che avevo cercato un argomento filosofico per una grande opera letteraria» (I, 218)&#8230;</li><li id="footnote_6_908" class="footnote">La risposta pare che l’avremo soltanto all’ultimo volume, che avevo follemente pensato di leggere per primo. Sarebbe stata un’idea troppo malvagia?</li><li id="footnote_7_908" class="footnote">A me, a differenza che <a href="http://www.catenotempio.eu/2009/01/24/il-tempo-ritrovato" target="_blank">a Cateno</a>, la vicenda di Swann e Odette non ha procurato alcuna catarsi: semplicemente non cercavo consolazioni a gelosie mai nutrite&#8230;</li></ol>

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		<title>Approdai a Combray</title>
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		<pubDate>Sat, 04 Apr 2009 21:46:44 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommy David</dc:creator>
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</ol>]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>A lungo mi sono coricato di <a href="http://www.tommydavid.com/2009/03/22/giovinezza-primavera/" target="_blank">malora</a>. Presto però appariva Proust, inquietante nella sua mole quanto rassicurante nella sua sapienza. No, non ho finito di leggere la <i>Recherche</i>: soltanto la <a href="http://fr.wikisource.org/wiki/Du_côté_de_chez_Swann_-_Partie_1" target="_blank">prima parte del primo libro</a><sup>1</sup>, e già mi sento tracotante al punto da voler dire la mia. – <i>La mia</i>? Chi mai può dir <a href="http://www.tommydavid.com/2008/12/22/cinque-motivi-per-cui-non-recensiro-mai-un-libro/" target="_blank">la sua sulla parola di un altro</a>? Si sbagliavano i medievali, come sempre: non siamo manco nani sulle spalle dei giganti. Siamo <b>parassiti sulle pagine dei grandi</b>. Acari della carta. Maniaci di libri, dunque maneggiatori di opinioni. Ma tant’è. Tra le opinioni, una massa dichiarano che Proust sia noioso. Lo è? Di certo è prolisso: pare che la sua sia l’opera letteraria col record di lunghezza. È dunque illeggibile? No, prendendo il giusto tempo<sup>2</sup>.</p>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/cofanettoricerca.jpg" title="Il mio caro cofanetto dallo sguardo minaccioso." alt="Proust cofanetto" /></p>
<p>Ebbene, è vero: Proust spara periodoni a prima vista indecifrabili, distesi come serpi aggrovigliate fra i rovi. Prendere o lasciare. Ma sta’ certo che <b>Proust ti prenderà fin dalla prima pagina</b>, quando anche a te, nel tuo lettuccio, scivola il libro dalle mani dopo una lunga stanca giornata, e le palpebre si sono fatte pesanti tanto quanto i pensieri apparentemente leggiadri.</p>
<blockquote><p>«A lungo, mi sono coricato di buonora. Qualche volta, appena spenta la candela, gli occhi mi si chiudevano così in fretta che non avevo il tempo di dire a me stesso: “Mi addormento”. E, mezz’ora più tardi, il pensiero che era tempo di cercar sonno mi svegliava; volevo posare il libro che credevo di avere ancora fra le mani, e soffiare sul lume; mentre dormivo non avevo smesso di riflettere sulle cose che poco prima stavo leggendo, ma le riflessioni avevano preso una piega un po’ particolare; mi sembrava d’essere io stesso quello di cui il libro si occupava: una chiesa, un quartetto, la rivalità di Francesco I e Carlo V» (I, 5)<sup>3</sup>.</p></blockquote>
<p><a href="http://www.cavolettodibruxelles.it/2008/04/le-mystere-de-la-madeleine" target="_blank"><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/madeleine.jpg" title="Una vera madeleine." alt="madeleine" /></a></p>
<p>Narrazione allo stato puro, tanto più è vera questa celebre <i><a href="http://it.wikiquote.org/wiki/Marcel_Proust#Incipit" target="_blank">ouverture</a></i>. Ma la cosa più citata di Proust è, ci siamo <i>abituati</i><sup>4</sup>, l’episodio delle <i>madeleine</i>. Non mi stupisce: ti ci imbatterai già al secondo giorno di lettura, se avrai superato la prima ventina di pagine. Ecco che Proust, da <b>immondo, atroce, assurdo</b> (come scriverà non molto tempo dopo un altro francese eccellente – nonché un suo lettore –, Céline) quale sarà anch’egli stato, smette di sentirsi <b>mediocre, contingente, mortale</b>. Noi con lui, per un momento.</p>
<blockquote><p>«Erano già parecchi anni che tutto quanto di Combray non costituiva il teatro e il dramma del mio andare a letto aveva smesso di esistere per me, quando, un giorno d’inverno, al mio ritorno a casa, mia madre, vedendomi infreddolito, mi propose di bere, contrariamente alla mia abitudine, una tazza di tè. Dapprima rifiutai, poi, non so perché, cambiai idea. Mandò a prendere uno di quei dolci corti e paffuti che chiamano <i>Petites Madeleines</i> e che sembrano modellati dentro la valva scanalata di una “cappasanta”. E subito, meccanicamente, oppresso dalla giornata uggiosa e dalla prospettiva di un domani malinconico, mi portai alle labbra un cucchiaino di tè nel quale avevo lasciato che s’ammorbidisse un pezzetto di <i>madeleine</i>. Ma nello stesso istante in cui il liquido al quale erano mischiate le briciole del dolce raggiunse il mio palato, io trasalii, attratto da qualcosa di straordinario che accadeva dentro di me. Una deliziosa voluttà mi aveva invaso, isolata, staccata da qualsiasi nozione della sua causa. Di colpo mi aveva reso indifferenti le vicissitudini della vita, inoffensivi i suoi disastri, illusoria la sua brevità, agendo nello stesso modo dell’amore, colmandomi di un’essenza preziosa: o meglio, quell’essenza non era dentro di me, <i>io</i> ero quell’essenza. Avevo smesso di sentirmi mediocre, contingente, mortale. Da dove era potuta giungermi una gioia così potente?» (I, 55-56).</p></blockquote>
<p><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/proustmadeleine.jpg" title="Proust nel momento magico, secondo una trasposizione a fumetti." alt="Proust fumetto" /></p>
<p>Qua la memoria volontaria<sup>5</sup> cede il passo a quella più potente, <em>casuale</em><sup>6</sup>: sarebbe stato uno sforzo vano cercare di evocare il passato con la sola intelligenza<sup>7</sup>. Seguono di conseguenza <strong>pagine dense di ricordi</strong>, che ci fanno sentire un po’ dei voyeur a fare la spola tra la camera da letto di Proust bambinetto (con e senza mamma) e quella di zia Léonie vecchietta, la stanzetta dall’odor di giaggiolo e la cucina profumata di pollo, <a href="http://www.davidedellombra.it/letteratura/33-generale/70-alla-ricerca-del-tempo-perduto.html" target="_blank">la parte di Swann e quella di Guermantes</a> (con rispettive strade e paesaggi e abitanti). Potremmo un po’ annoiarci il terzo giorno se il nostro forte non sono le descrizioni – sempre chirurgiche e leggiadre, come suggeriva la <a href="http://www.marcelproust.it/proust/autori/woolf.htm" target="_blank">Woolf</a><sup>8</sup> – ma al quarto si riapre per noi il piacere della lettura, al contempo di Marcel.   </p>
<blockquote><p>«In quella specie di iridescente schermo di stati diversi che la mia coscienza, mentre leggevo, dispiegava simultaneamente, e che spaziava dalle aspirazioni più profondamente nascoste dentro di me sino alla visione affatto esteriore dell’orizzonte che si offriva ai miei occhi dal fondo del giardino, quel che c’era innanzitutto e più intimamente dentro di me, la leva in continuo movimento che governava tutto il resto, era la mia fede nella ricchezza filosofica, nella bellezza del libro che leggevo e il mio desiderio di appropriarmele, indipendentemente dall’identità del libro stesso» (I, 103).</p></blockquote>
<p>È il più bell’<strong>elogio al libro</strong> (e di conseguenza alla lettura <i>e</i> alla scrittura) che abbia mai letto.</p>
<small><br /><b>Note:</b></small><ol class="footnotes"><li id="footnote_0_882" class="footnote">Adesso mi attende il romanzo nel romanzo, come lo chiamano: <i>Un amore di Swann</i>.</li><li id="footnote_1_882" class="footnote">Nel mio caso sono non più d’una trentina di pagine al dì, o meglio alla notte&#8230;</li><li id="footnote_2_882" class="footnote">Il numero ordinale (in cifra romana) si riferisce al volume della <i>Recherche</i>; quello cardinale (in cifra araba) alla pagina in italiano dell’edizione in mio possesso: quella Mondadori, traduzione di Giovanni Raboni, in sette (otto con <i>Sulla lettura</i>) volumi – il <a href="http://www.ibs.it/code/9788804548492/proust-marcel/alla-ricerca-del-tempo.html" target="_blank">cofanetto</a> dunque, non i Meridiani.</li><li id="footnote_3_882" class="footnote">«L’abitudine! arredatrice esperta, ma terribilmente lenta, che comincia con il lasciar soffrire il nostro spirito per settimane e settimane in una sistemazione provvisoria, ma che questo, nonostante tutto, è ben felice di trovare, giacché senza l’aiuto dell’abitudine, con i suoi soli mezzi, sarebbe del tutto incapace di rendere abitabile una casa» (I, 11).</li><li id="footnote_4_882" class="footnote">«Ma poiché quello che avrei ricordato sarebbe affiorato soltanto dalla memoria volontaria, dalla memoria dell’intelligenza, e poiché le informazioni che questa fornisce sul passato non ne trattengono nulla di reale, io non avrei mai avuto voglia di pensare a quel resto di Combray. Per me in effetti, era morto. Morto per sempre? Poteva darsi» (I, 54-55).</li><li id="footnote_5_882" class="footnote">«Il caso ha gran parte in tutto ciò, e spesso un secondo caso, quello della nostra morte, non ci permette di aspettare troppo a lungo i favori del primo» (I, 55).</li><li id="footnote_6_882" class="footnote">«Così è il nostro passato. È uno sforzo vano cercare di evocarlo, inutili tutti i tentativi della nostra intelligenza» (I, 55).</li><li id="footnote_7_882" class="footnote">«La qualità di Proust è l’unione dell’estrema sensibilità con l’estrema tenacia. È resistente come il filo per suture ed evanescente come la polvere d’oro di una farfalla» (Virginia Woolf, <i>Diario di una scrittrice</i>); così è riportato sul retro di ogni volume della mia edizione.</li></ol>

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		<title>Giovinezza, primavera</title>
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		<pubDate>Sun, 22 Mar 2009 15:58:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Tommy David</dc:creator>
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			<content:encoded><![CDATA[<p>E me ne starei ancora, per ore e ore, a consumare cartucce, non volendo capire che è meglio star seduti, sempre. Anche con lo spirito.</p>
<p>L’unico amico sincero è il sonno.</p>
<p>Più fai un cazzo, più l’insonnia incombe. – No! non è non essersi stancato: è il non aver concluso, da perfetto <em>sconclusionato</em>.</p>
<p>Niente mi fa sbellicare di risate convulse e sguaiate più d’un qualsiasi deista o teista&#8230;</p>
<p>Cosa c’è di più penoso d’un filosofo alle prese con Dio? Foss’anche pagano, rivelerebbe che è inappagato dell’umano.</p>
<p>Schiaccio il tempo, chiocciando, come fosse una chiocciola&#8230;</p>
<p>Crede ancora alle bambocciate d’adolescente chi non vive nel presente.</p>
<p><a href="http://www.repubblica.it/2006/05/gallerie/esteri/giappone-ambasciatrici/1.html" target="_blank"><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/ambasciatrici.jpg" title="Le ambasciatrici delle carinerie?!" alt="ambasciatrici del Giappone" /></a></p>
<p>E dovrei dire di com’è vero che la cosa più difficile è seguire la propria testa e, peggio, non dare ascolto agli altri. Cazzo te ne può fottere, di quel che faccio? Cazzi miei.</p>
<p>Anche <em>produrre</em> da sé un libro, è un’opera totale.</p>
<p>Quasi mi costringo a scrivere – è palese. La gratificazione del solco della stilo è ineguagliabile. E poi, vuoi mettere quando tenteranno, postumo, di decifrarmi?</p>
<p>Discussione tra l’Anarchico e il Capitalista. – Amico, sacrifico allo Stato ogni volta che consumo. Cos’altro vorresti farmi pagare? O è che vorresti <em>farmela</em> pagare, (dis)integrato del menga?</p>
<p>Ma sicuro che senza quadri scriverai meglio? Come quadrerebbero i discorsi?</p>
<p>Quella maledetta chiocciola del tempo che ho schiacciato, m’ha lasciato frammenti pungenti tra le dita, e bave mucose sulle unghie&#8230;</p>
<p>Ogni flatulenza è molecola d’eternità.</p>
<p>Filosofia è anzitutto e perlopiù rottura di palle.</p>
<p><a href="http://buraku.tumblr.com/search/ma+le+gambe" target="_blank"><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/malegambe.jpg" title="Beata chi palle non ne ha..." alt="gambe da scolara" /></a></p>
<p>Oscenità è rileggersi. Pornografico goderne.</p>
<p>Dovrei rendere ostico reperire informazioni chiare, esatte ed univoche su di me? Ma chi di noi è uno e basta? Bini, e anche tracotantemente trini siamo. Fossimo quattrini!</p>
<p>“Amicizia” – l’altro nome di Ipocrisia<sup>1</sup> .</p>
<p>Voglio essere una conoscenza <em>imbarazzante</em><sup>2</sup>, e nichilista fino ai peli del culo.</p>
<p>Ogni nostro parto è ripercorrere tutte le tappe della biologia, e dunque della biografia.</p>
<p>Gli autori sono tutti un po’ automi.</p>
<p>Ripropormi, finché finirò ai vermi.</p>
<p>Ficcassi ognuna di queste mie note in un flusso di parole più organizzate, più <em>ammaestrato</em>, risalterebbero ancora?</p>
<p>I venerati maestri<sup>3</sup> sono i peggio disastri.</p>
<p><a href="http://www.sitosophia.org/forum/viewtopic.php?f=9&#038;t=625" target="_blank"><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/ammaestramenti.jpg" title="Ralf Konig, “Ammaestramenti greci”." alt="fumetto di Konig" /></a></p>
<p>Più amico delle parole che degli amici. – Anche tu? – Sì, ma io uso la parola per scansare gli amici, o volgermeli a nemici<sup>4</sup>.</p>
<p>Contro le pubblicazioni. Cazzone, non ti basta la rete? Ma tu sei snob, <em>sob!</em> – o vuoi soldi o vuoi spazi.</p>
<p>Dietro ogni uomo c’è un commerciante<sup>5</sup>, o un questuante.</p>
<p>Non mi resta che coltivare il vizioso e fittizio virtuosismo della parola – di quella non detta poiché non dotta, o non adatta, non proferita né preferita.</p>
<p>Segnalare, <em>more bibliographico</em>, la città a fianco dell’editore e precedente l’anno. Fittizio primato dello spazio sul tempo! Si taccia il luogo, ché quello dovrebbe essere noto a tutti, e finanche sottinteso.</p>
<p>L’attrito con l’altrui ego (come potrebbe, altrimenti, formarsi e mai fermarsi il nostro?) genera scintille d’inquietudine.</p>
<p>È dilemma tra il tacere per non rischiare di dire cose dette da altri, e il parlare per mezzo di cose di altri – più o meno esplicitamente riconosciute.</p>
<p>Muore quando vuole chi è caro agli dei.</p>
<p><a href="http://www.art-forum.org/z_Serrano/gallery.htm" target="_blank"><img src="http://www.tommydavid.com/blog/images/pneumonia.jpg" title="Andres Serrano, “Pneumonia Due to Drowning, II”." alt="foto di Serrano" /></a></p>
<p>A lungo, mi sono coricato di malora.</p>
<p>Dopo aver letto Proust<sup>6</sup> come si può pretendere di voler <em>scrivere</em> ancora qualcosa?</p>
<p>Il timore di quel che ancora accadrà. – Nei romanzi che leggo<sup>7</sup>.</p>
<small><br /><b>Note:</b></small><ol class="footnotes"><li id="footnote_0_862" class="footnote">Continuava sotto, superfluamente e banalmente: «L’altro è sempre nemico. Chiunque sia».</li><li id="footnote_1_862" class="footnote">Anche: di cui sbarazzarsi.</li><li id="footnote_2_862" class="footnote">Sto leggendo l&#8217;omonimo estremo libro di Edmondo Berselli.</li><li id="footnote_3_862" class="footnote">Così continuava: «Morirai presto, gli rispose. Si vede che son caro agli dei più che agli uomini, si sentì dire».</li><li id="footnote_4_862" class="footnote">Un <abbr title="bottegaio">putiàru</abbr>, con sicuro termine siculo.</li><li id="footnote_5_862" class="footnote">Aggiungevo: «Ma anche soltanto dopo averlo cominciato a leggere». Ebbene sì, la notte dell&#8217;equinozio fu fatale&#8230;</li><li id="footnote_6_862" class="footnote">Ricordavo, di seguito, che «Proust, ne sono certo, è più che un romanzo. E così è stato Céline, fino a ieri, e Bufalino il mese scorso, e Nabokov a inizio anno»&#8230;</li></ol>

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