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Domenica 03/08/08, 16:24

Vecchi ricordi musicali

...dove Tommy dice di musica e di ricordi, suscitando 14 commenti

Quand’è febbricitante l’uomo crea mondi contorti e perversi; può però capitare che si lasci trasportare dalla non meno caliente (eb)brezza del ricordo: è così che volumi sopiti, impolverati, brulli tornano a galla. Prendiamo quel pomeriggio febbrile ad esempio: in preda a deliri di surriscaldamento inizio a cantare – ma solo nella mia mente malaticcia – “Anema e core”, ultima hit di Pino Daniele. Anzi, percorro proprio quell’inciso – Anema e core, anema e core – espettorato da Tullio De Piscopo. La mente si sa, vaga quanto più è vaga: ma stavolta errava senza errare, in un passato mai scorso così vivido.

io alle medie
Cominciano a venirmi in mente tutti i brani che hanno fatto parte della mia educazione musicale. Intendiamoci: quando in famiglia nessuno ascolta musica classica – o almeno rock progressive d’inizio anni ’70 – il bambino è esposto a un mucchio di paccottiglia che poi ricorderà con un misto di stupore e tremore (“vergogna, ecco cos’ascoltavo!”). Andamento lento trascina rapidamente con sé altra roba che un mio coetaneo nato a inizio anni ’80 (e cresciutovi nel bel mezzo) non stenterà a riconoscere: una macchina qua devi metterla là, ma sei un pirla! (non sapevo ancora cosa significasse “pirla”, ma era una parolina tanto divertente…), Esatto! etc. Già: Francesco Salvi era di gran lunga il mio cantante preferito, seguito a fatica da Jovanotti – sei come la mia moto sei proprio come lei, no Vasco no Vasco io non ci casco e così via. Volevo imitarlo, il Salvi, volevo possederne quel buffo cappello rosso col pendaglio nero che non faticai a scoprire chiamarsi fez – merito dello Zingarelli minore, mio grande maestro d’infanzia.

Francesco Salvi e Jovanotti
Qualche estate dopo, abbastanza cresciuto da poter pretendere uno zaino Seven visto in pubblicità – l’Invicta era troppo anonimo e sgualcito! –, mi estasiavo col Battito animale (batte come non ce n’è, e ha un tiro micidiale che ti prende e che ti porta via con sé…). Era l’inizio della mia beluinità – che questo è il filosofo: un animale un po’ goffo ma meraviglioso, fragile e strampalato. Eravamo tuttavia ben lungi dal limitare dell’età della coscienza: campavo ancora di odori di mandorle e cemento bagnato, azolo e pere estive – ma anche di ultime iniezioni ricostituenti.

Freddie Mercury in “Living on my own”
Vennero le medie crudeli. Jovanotti s’era convertito alla roba semiseria – quella serenata metropolitana serenata rap, con loro in bilico su una trave sospesa nel nulla. Ma avevo orecchie anche per il pennello rap – dai tocca qui, dai tocca qui! –; inoltre stravedevo per il Freddie Mercury di Dee do de de1 – quella “Living on my own” brevemente mandata negli stacchetti pubblicitari della Breil alla fine del Karaoke di Fiorello che mi affannavo a registrare su vhs (la sponsorizzazione finale, non la trasmissione intera). C’era inoltre roba da Festivalbar del ’94 – il mio primo cd originale2, e per di più doppio! –: c’era bondighidighidighibondighibò (Think about the way…), ma soprattutto c’era (stata) la Corona nera-nera su neve bianca-bianca di (this is) The rhythm of the night: forse fu una delle ultime volte che potei vedere il testone trasparente con occhialoni scuri e cuffione avvolgenti di Superclassifica Show (ricordate il Telegattone? E Maurizio Seymandi? E Mandi Mandi?).

telegattone
Alle superiori smisi di ascoltare la radio (novanta e cinquecento megahertz… Top Etna Radio!) e l’occasionale musica unz dall’amico con lo stereo potente3. Intanto mio padre portava a casa la raccolta di Sting, “Fields of gold” – che è sta lagna?, pensai ascoltandolo svogliatamente – e l’ultimo, o forse il primo, album di Bocelli – che avrei riscoperto pochi anni dopo con quel Con te partirò di qualche pubblicità probabilmente della Telecom-già-Sip. Ad una gita scolastica in Emilia Romagna, in un autogrill padano, comprai “Eat the Phikis” di Elio e le Storie Tese – il primo cd coi miei soldini! – solo perché li avevo adorati a Sanremo coi loro costumi argentati – all’epoca apprezzavo meno di adesso, si capisce, la loro ironia, ma soprattutto sconoscevo l’origine del travestimento, quei Rockets che si saranno impressi indelebilmente in qualche mente più stagionata della mia – nelle loro, ad esempio.

Elio versione Rockets
Eclissai poi le mie smanie musicali, tanto da non svolgere il temino per casa – per la prima volta in vita mia! – incentrato sulla propria canzone preferita. Povera professoressa Nicolosi, che stentava a credere che non ascoltavo (più) musica totalmente(continua…)


Note:
  1. In una festa di carnevale arrivai addirittura a travestirmi da Freddie – che non sapevo fosse morto – con finte spalline di cartoncino spalmate di polverina dorata e pseudo petto-esposto-e-villoso anch’esso in cartoncino e pastello color carne – Alfredo, rimembri ancor?
  2. Ça va sans dire, ma allora si contrapponevano alle scrause musicassette malamente duplicate, talvolta comprate dal marucchinu.
  3. Ma è meglio un Aiwa o un Pioneer? Questo ci chiedevamo all’epoca. Oggi non avrei dubbi su quest’ultimo, ma sopraffini furono certi Technics, roba da ricconi audiofili.

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Mercoledì 04/04/07, 20:20

Ciao Aldo

...dove Tommy dice di fatti suoi, suscitando 5 commenti

Eri il micetto più carino e simpatico che abbia avuto. Dei bruti ti hanno strappato. Non posso immaginare che tu adesso te la passi meglio da qualche altra parte: spero solo che non abbia sofferto troppo – ad ogni modo per te è tutto finito, per fortuna.


Abbiamo passato dei bei pomeriggi assieme; ci hai tenuto compagnia nelle sere più tristi col tuo miagolio insistente e sgraziato. Sopravviverai nei nostri ricordi, nelle foto che ti ho scattato, nel fantasma che hai lasciato.

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Martedì 12/07/05, 20:14

Poesie 1

...dove Tommy dice di altre e varie, suscitando un solo commento

«CAROCOLLEGA D PREZIOSI SPROLOQUI,SAREI ONESTA CONTE SESOLOL’ORGOGLIO SIPLACAS.BENALTRO ILRICORDORECLAMA AVARO;DOVEROSA INDAGINE:OSOXKI HAVOLUTO FINGERE DDISAMARE» (da M., 12/7/2001, 00:18:56)
«sono scivolata come su seta su lenti pomeriggi autunnali: s’adombra un sinuoso rossastro di pampini, vacillanti e audaci.il cielo cova gravidi nugoli—» (da S., 13/7/2001, 00:39:00)
Un giorno, una consegna. Due notti, due ragazze, due messaggi. Quattro anni trascorsi. Un ‘libro’. Cento e passa pagine. Mille impressioni.


Vi riporto la prefazione – o premessa, o introduzione, o insomma quel che è – che scrissi per l’occasione – l’occasione di aver stampato, o meglio fotocopiato e autorilegato, i miei fogli impiastricciati di nero inchiostro. Correva il febbraio del 2001. «Non sono necessarie tante parole per presentare un libro di poesie. Non una raccolta di poesie, bensì la raccolta di tutte le poesie che la mia vil penna, dietro i dettami di un’insana mente, ha partorito dal remoto 1997 ad oggi, ovvero da quando collocare strane parole in successione, con vaga compiacenza futurista, divenne poco più che uno scherzo e poco meno di una possibile arte del comporre. Voglia il tapino lettore, che si cimenta nella non gratificante impresa, tentar di compiacersi dei contenuti, al di là della essenziale esteriorità impartita da una sobria macchina da scrivere, non sempre coadiuvata da un pronto intervento di correzione. Doveroso m’appare un estremo avviso: qualora tale introduzione venga sprezzata “barocca”, nella ricerca del vocabolo o nello stile alquanto contorto, inutile si palesa il proseguire nell’opera. Mihi est il proseguire dell’opera.». Questo è quanto.


Orbene, ora io, di quella prima raccolta di tutte le mie poesie e versi sparsi, vi propongo soltanto una parte – o meglio più parti, un po’ a casaccio, un po’ a fiuto. In un certo qual modo un florilegio dell’opera omnia, un’antologia di componimenti esclusivamente da me scelti e proposti al vostro diletto e/o dileggio. Non ho adoperato alcun criterio coerente, nella scelta: diciamo che sono andato molto “a simpatia”: le poesie che più mi rievocavano qualcosa – le più pregne di ricordi e qualia, probabilmente – le ho scandite scannerizzate e quindi ‘pidieffizzate’. Da oggi troverete dunque alla pagina ARTE le mie poesie (‘Poesie 1’) sperperate in comodo formato PDF, su pagine A5 come nell’originale (ma anche tutte riunite in un comodo ZIP che, per maggior comodità, potrete scaricare da qui). Perdonate, come già scrivevo nella premessa oltre quattro anni fa, la trascrizione con una vecchia Olivetti a nastro e i suoi caratteri – non ancora ‘font’ – tipicamente sbavati. Non avevo né il tempo né la voglia, almeno per il momento, di ricopiare il tutto in più comodi, leggibili, computabili e immagazzinabili font digitalizzati. (Certo, è anche vero che se vorrete plagiarmi sarete costretti a ricopiare lettera dopo lettera i miei aborti…)


Qualche mio commento? Beh: con queste mie pretese e pretestuose poesie, siamo – sono – negli anni dell’adolescenza, nel cuore dell’abisso, nella tensione tra due mondi, il puberoso e l’adulticcio. Gli anni che sublimavano tensioni e pulsioni sotto forma di eiaculazioni nere: il battere a macchina era una pura masturbazione, come vuole anche il grande Sgarbi. C’è dentro queste poesie la mia sedicennità e diciassettennità, la mia dissennatezza e insensatezza; c’è verve e fervore, merda e calore. C’è ansia immatura, allitterazione, autocompiacimento. C’è sofferenza, impazienza, impazzimento, fermento e clamore. Ci sono pseudoamori, finti (forse) invaghimenti e irreali (probabilmente) cotte. C’è passato, sciolto e ricongelato.


Insomma: mere parole in libertà, sciolte da (quasi) qualsiasi vincolo, asservite soltanto alle mie immagini mentali. Parole che traducono atti e misfatti, fantasie e follie. Per farla breve: da quel che vi sto dicendo, pare proprio che in quelle schifezze quei capolavori di poesie ci sia IO, o almeno una mia parte. Variegato, fantomatico… e spesso insensato: ma non abbiatene a male: le mie poesie altro non sono che «liste interminabili di parole [...] che vi affannate a capire». Statemi bene (e commentatele, se mai le leggerete).

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Giovedì 30/06/05, 23:23

Ricordi ribelli

...dove Tommy dice di altre e varie, suscitando 3 commenti

Ho riletto in un pomeriggio Contro il Sessantotto. Giusto un anno fa lo leggevo per la prima volta – anziché rettamente studiare la tremenda Pedagogia Generale, materia che m’ha fatto penare come nessun’altra –; proprio il 30 giugno dello scorso anno, la prima ‘cyberserata’. Ecco tre termini del discorso, tutti complessi: un libro, un evento, un anno. Sbocconcellerò da questa triade, per i sottostanti appunti.


Notevole episodio, quella serata, degno d’essere rimembrato nella migliore aneddotica. Dopo il concerto di John Zorn si va a cenare al Nievski, noto locale catanese dalle palesi ‘attitudini’ (il nome è tutto un programma. Ah, no? OK: diciamo che è “filosovietico”…). Per i ragazzi della scalinata Alessi è ormai ora di bere e canniarsi a ritmo di djambé o come caspita si scrive.


Ordiniamo. Una, due volte: la caprese è finita; quello sformato è esaurito; il gateau niente da fare; niente più riso. Soprattutto non c’è traccia di riso nel volto della servetta del locale, tizia piccola e grama, grembiale misero e capelli raccolti in rete, faccia consumata da notti insonni e forse da qualche buco o qualche frustata. Continua, meschina, a far la spola tra il nostro tavolo e le cucine, tanto che non capisci se è una cameriera o un’aiuto-cuoca: probabilmente entrambe. Il nostro disappunto cresce: NON C’È UN CAZZO DA MANGIARE IN QUESTO LOCALE? avrò sussurrato nell’orecchio di qualche compagno di banchetto. La sguattera torna sempre più contrita e mortificata ad annunciarci, con aria sinceramente spiacente, che NON POSSO… NON C’È, IL PADRONE e piagnistei simili. Se non erro le scappa mezza verità – tipo che il proprietario del locale aveva ordinato di mettere del cibo (QUEL cibo che tentavamo di ordinare) da parte. FORSE CE NE SONO DUE PORZIONI, FORSE NE ESCONO TRE, PAZIENTATE, e di pendolata in pendolata uscivano mezze verità e mezze porzioni. All’ennesimo stentato diniego adducendo come semidiscolpa il padrone, Biuso le fa: «Ma insomma, questo padrone è un fascista!». Non si tenne. Non si tenne. MACCHÈ FASCISTA, È UN COMUNISTA DI MERDA! fu la risposta stizzita che ottenemmo dalla minuta proletaria.


Appena cento paginette, eppure densissimo. Di concetti, di idee, di invettive, di critiche. Affermazioni lapidarie, citazioni erudite, smentite clamorose. Lo stile è paratattico, incalzante. Conoscendo il prof molte idee là gettate si disvelano nella più grande chiarezza ed efficacia, nuovi spunti si affacciano alla già articolata riflessione. L’idiosincrasia per l’utopia, per il bene supremo e ultimo, per le mete prefissate, per Rousseau, per le antropologie mitiche, per l’ignoranza, per la volgarità. Per il ’68, con le sue immature e autoritarie pretese di uguaglianza che sconfina nell’omologazione, nell’appiattimento culturale, nel conformismo sociale. La carne al fuoco è tanta, troppa. Il pregiudizio di leggere di un tale che butta fango sugli amati anni Sessanta e Settanta (ma anche Ottanta, Novanta, Cento…), dei quali forse non sappiamo abbastanza ma abbiamo un’idea tutta romantica di rivoluzione, di grido per la giustizia, di musica, di sovversione, di ricerca per nuovi stili di vita, nuovi valori, nuove libertà; dicevo, il pregiudizio può essere forte, può essere un ostacolo alla lettura del saggio. Ma i brandelli di verità portati in superficie pagina dopo pagina risultano anche più sgradevoli. Vi risparmio la conclusione: sarà una sorpresa, o forse un’amara conferma.


Corre in cucina, forse a rimediare qualche portata diventata nel frattempo disponibile, poi torna di gran lena, stravolta, scusandosi confusamente e implorandoci sottovoce di non far parola di quel che aveva detto. Si sa: anche i comunisti, i padroni comunisti, sono permalosi, e anche loro conoscono bene la possibilità del licenziamento. Che non sempre è toglier di mezzo i peggiori: spesso è far piazza pulita dei nemici, dei non allineati, di chi non la pensa come loro. Quando c’è di mezzo un’ideologia e possibilmente delle grandi masse dietro (o meglio sotto) di essa, anche questo è possibile; anzi, spesso diviene la norma.

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Lunedì 23/05/05, 00:17

Sparse delusioni

...dove Tommy dice di altre e varie, suscitando 5 commenti

Tutte strettamente ancorate al ‘sociale’, alla dimensione interpersonale che ci identifica e caratterizza, ci differenzia e… ci annichilisce. Perdita di speranza per ogni manifestazione non solipsistica, probabilmente – o solo un beato ritorno all’autosufficienza e all’atteggiamento adolescenziale del non ho bisogno di nessuno, io. Gli altri? Pesi morti. Gabbie. Pastoie.


C’è ad esempio quella storia del forum. Devo ancora finire di scrivere e pubblicare il foglio con le motivazioni della sua chiusura, ma è abbastanza palese che molto, se non tutto, è dipeso dalla scarsa e nulla partecipazione altrui. La gente ha bisogno di vetrine, o almeno di palchi: le nicchie e i piedistalli sono aborriti, e forse non a torto. Voglio dire: non che quel forum fosse una miniera di sapere (’n’arca ‘i scienza), ma almeno un minimo di attenzione… Ma tant’è. C’è poi la faccenda del gruppo, per dirne un’altra. Ma quella è davvero una pagina di storia troppo lunga e complessa per essere scritta adesso.


C’è poi, last but non least, la questione della festa. Ecco: era qui che volevo arrivare. Festa di compleanno – il 23°, il 27 (tanti cordiali auguri, Tommy). Qualcuno avrà pure ricevuto un preinvito, se non erro. Risposte ricevute, poche. Entusiasmo mostrato: nessuno. Conoscenti, parenti, compagni, amici – uniamo le voci: feedback assenti, dispersi. Anche chi reclamava feste, reunion, scampagnate, mangiate, trombate, suonate, ubriacate, pomiciate, urlate, menate, pestate e saltate, non si è fatto avanti, al momento decisivo. Considerare se veramente ho amici? Ricapitolare i conoscenti che ho avuto in una vita, e in particolare negli ultimi suoi, diciamo 7, anni? Raggrupparli in categorie? Cercare riscontro nelle memorie, mie e altrui?


È deludente trovare indisposti non solo gli “amici” dell’ultim’ora, ma anche quelli cosiddetti di vecchia data – diciamo, per intenderci, quelli che furono presenti pure alla festa del mio diciottesimo. Al contempo, il mio animo è stanco di organizzare baldorie. Vecchiaia? Naa. Magari lo dico adesso, che sono in piena fase pantofolaro: adesso come periodo dell’anno e come fase della giornata (non c’è niente di peggio che stravaccarsi davanti al computer a scrivere cose lamentose).


La conclusione? Che gli altri mi fanno schifo, chiunque siano. (Alcuni di più, ovviamente.)


Fatevene una ragione, e non interrogatevi affatto se per caso voi – dico voi, tu e tu e tu, e anche TU – vi sottraiate alla lista: altro è chi non è io. E buona pace per tutti.

P.S.: ancora non so, né ho capito, se voglio fare e/o farò la festa. (Bene.)

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